Portogallo: le sfide del virus

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Dopo la riflessione sulla pandemia come sfida per la ricostruzione del paese (“Ricomincia e ricostruisci: sulla società portoghese dopo la pandemia”, in SettimanaNews, La narrazione ecclesiale), i vescovi del Portogallo hanno pubblicato un nuovo documento con un profilo più ecclesiale: “Sfide pastorali della pandemia alla Chiesa in Portogallo”. Il primo è stato approvato nel giugno 2020, il secondo in novembre e pubblicato il primo dell’anno 2021.

In 53 punti i presuli sviluppano quattro temi: la Chiesa e la pandemia; le sfide pastorali; un nuovo annuncio del Vangelo; la parrocchia come comunità sinodale.

Dopo la memoria della vittime e il ringraziamento a tutti coloro che permettono di attraversare questo tempo (dai politici agli insegnanti, dal personale medico ai ricercatori, dai sindaci alle forze di sicurezza), i vescovi scrivono: «La prima sfida che la Chiesa e il mondo devono affrontare è saper abitare il silenzio. Solo allora potremo ascoltare Dio che ci ha lasciati senza parole, così come il grido della terra e il grido dell’umanità».

«Questa non è solo una pandemia, ma un crocevia di tante altre sfide, la più visibile delle quali è la crisi ambientale». Ci siamo accorti che distruggere la natura significa distruggere l’umanità.

Per una vita degna

Le sfide pastorali cominciano da quella fondamentale sulla vita. Il diritto alla vita che è emerso dalla vicenda pandemica è richiesta di vita dignitosa per persone fragili, scosse e insicure. Una vita che non può ignorare la sua dimensione spirituale e il ruolo della speranza. Di conseguenza, è apparsa la contraddittorietà di una salute che sia legata al profitto.

«Se non siamo in grado di declinare il binomio vita e salute, dove si misura l’uguale dignità di tutti, non avremo una società giusta e solidale». È necessaria una vera svolta culturale a misura dell’intera famiglia umana. «Una sfida pastorale urgente può essere quella di riunire le persone colpite dall’esperienza della sofferenza, accompagnando e pregando con chi soffre».

La morte degli anziani ci interroga per la brutale solitudine in cui è avvenuta. «Abbiamo dimostrato di non essere in grado di rispondere alla solitudine». Da qui la necessità di rafforzare la famiglia e l’intero sistema delle case di riposo. I cristiani devono alimentare una cultura della prossimità e denunciare l’abbandono delle popolazioni più fragili come i migranti, i rifugiati e i prigionieri.

La Chiesa è consapevole delle sue stesse debolezze, ma in questi momenti di grandi sfide devono emergere la generosità giovanile, l’altruismo e la vocazione al servizio.

Chiese chiuse, famiglie aperte

Con l’esperienza delle chiese chiuse siamo chiamati a scoprire un altro modo di essere Chiesa nella catechesi familiare, nella diaconia, nel servizio dell’evangelizzazione. Consapevole «della diversità dei tipi di famiglia», la Chiesa investe sul luogo degli affetti più profondi come la chiave per la trasmissione della fede.

È anche il momento di valorizzare il sacerdozio comune, il ruolo del laicato. Sia nelle professioni come nei servizi ecclesiali, va favorito «un sacerdozio regale, esercitato con creatività, capace di aprire nuove strade alla missione e alla nascita di tante chiese domestiche, di prossimità e vicinato».

Se la pandemia ha imposto il distanziamento, vi deve essere un rinnovato sforzo di rapporti fraterni e generosi. La tentazione dell’autosufficienza è emersa sulla sua assurdità. E questo vale anche per la pretesa di una fede che possa fare a meno della comunità. Fin dalla comunità cristiana primitiva ciò che convinceva era la comunione fraterna, vero motore per l’attrazione del Vangelo.

Si parla da tempo di nuova evangelizzazione e papa Francesco ha sottolineato il suo tratto di gioia e di letizia. Dobbiamo tornare al kerigma essenziale: «Il primo annuncio è primo perché è il più importante. Ha bisogno di un linguaggio semplice e diretto che racconti Dio come amore e amore personale, perché Gesù Cristo ha dato la sua vita per noi ed è sempre pronto a credere e a camminare con noi».

Dal cuore del Vangelo nasce la dimensione della fraternità universale e dall’esperienza di questi mesi emerge la preziosità dei media digitali. «Tre sono le sfide importanti e urgenti che riguardano l’utilizzo di questi mezzi: la sistematizzazione e disponibilità di materiali informativi ben preparati e adeguati, la formazione degli utenti e l’importanza di non perdere il rapporto personale». «I media digitali sono un contributo pastorale sussidiario».

Decisiva è la centralità della Parola e della liturgia. Il primato della Parola richiede formazione, capacità comunicativa e un nuovo linguaggio. La liturgia che è comunitaria e annunciante per essenza deve assumere un ruolo di iniziazione alla fede e di alimentazione dei compiti civili. Sapendo che vi è una centralità dei poveri da cui è bene farsi evangelizzare.

Sinodalità parrocchiale

La parrocchia è comunità sinodale, dove i progetti degli altri devono essere accolti come propri, senza discordie, controversie a autoritarismi. Lo stile sinodale diventa scuola di vita, di corresponsabilità e collaborazione. Il passaggio decisivo è da un atteggiamento di attesa a uno di uscita, dalla difesa del già costruito al coraggio dell’estroversione.

Guardando al futuro, i vescovi chiedono la generosità dei giovani: «Senza l’ascolto attento dei giovani, senza la loro visione della Chiesa e del mondo, non ci saranno adeguati rinnovamenti e conversione pastorale».

Il testo diventa l’avvio per la preparazione della giornata mondiale della gioventù prevista per il 2023.

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Un commento

  1. Nino Remigio 11 gennaio 2021

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