Quando Paolo VI mi invitò a “serpeggiare”

di: Domenico Rosati

paolo vi

«Dovrete serpeggiare un pochino, ma sono certo che troverete la giusta via». Nel momento in cui Paolo VI viene elevato alla gloria degli altari (e tutte le voci all’unisono ne cantano i meriti), non riesco ad archiviare queste parole che papa Montini ebbe a dirmi nell’occasione di un’udienza in San Pietro, nel momento stesso in cui apprese che ero un rappresentante delle Acli.

Era un’udienza generale, sul finire del 1968, e io accompagnavo un gruppo di allievi della scuola di formazione del Patronato Acli, di cui ero allora vicepresidente. Eravamo situati nella cerchia che attornia l’altare del Bernini; e, terminata la celebrazione della messa, il papa sarebbe sceso a salutare quelli della prima fila.

Uno degli assistenti delle Acli, il dehoniano padre Sebastiano Zampogna, fece il mio nome aggiungendo che ero un dirigente delle Acli. E fu l’evocazione delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani che indusse il papa a fermarsi e a rivolgermi una parola che non ho dimenticato. «Dovete – disse – trovare la giusta via».

Fui colto di sorpresa ma non mi meravigliai. Da tempo le Acli erano considerate un problema nella comunità cristiana italiana, anche se in quella fase non erano state ancora formulate le «imputazioni» (deviazioni dottrinali e pastorali) che nel 1971 avrebbero portato ad una censura della CEI e ad una deplorazione dello stesso pontefice. Così mi venne di interloquire: «Come possiamo trovarla»?

Il papa prolungò la sosta: «Seguite – disse – la luce che è in fondo ai vostri cuori e sicuramente la troverete». Ed io a lui: «Ma è difficile, come fare»? E lui a me: «Certo, dovrete serpeggiare un pochino ma sono certo che troverete la giusta via».

A difesa delle Acli

Intanto l’intero apparato del seguito curiale si era attivato per spostare il papa verso gli interlocutori successivi. Ed a me non rimase che memorizzare il dialogo per riferirlo, come feci, ai colleghi della presidenza per una doverosa riflessione.

Oggettivamente, il verbo “serpeggiare”, sinonimo di “strisciare”, non suscitava entusiasmo anche se in esso trovavo un riscontro alla segnalazione della difficoltà del nostro compito associativo. E, d’altra parte, nessuno più di papa Montini era in condizione di comprendere il travaglio di un’organizzazione che egli stesso, da sostituto alla Segreteria di Stato, aveva sostenuto fin dalle origini nella sua fisionomia originale.

Io stesso ero stato testimone, allora da giovane addetto stampa della Presidenza Acli, del discorso di saluto che Montini aveva rivolto agli operatori e dirigenti delle Acli alla vigilia del suo trasloco a Milano, come arcivescovo sulla cattedra di Ambrogio: «Se le Acli non ci fossero, aveva esclamato, bisognerebbe inventarle». E non era una frase neutrale perché già allora, nel 1954, molte ostilità verso il movimento si erano manifestate sia nella destra democristiana che in quella cattolica.

I tratti di quella che sarà descritta come «la questione politica delle Acli» erano infatti presenti già dai loro primi passi. E, in genere, tutte le rimostranze nei confronti della presunta esorbitanza politica dell’organizzazione venivano convogliate verso la Santa Sede. Che però si limitava ad esercitare una moral suasion sui dirigenti attraverso la figura degli assistenti ecclesiastici. Ed era un limite straordinariamente importante, perché era la prima volta che un’organizzazione cattolica riconosciuta dalla gerarchia godeva di un regime interamente democratico sia nelle opzioni di contenuto che nella scelta dei dirigenti.

Molto prima del concilio, in effetti, si era realizzata in Italia un’esperienza così originale e tipica nella quale l’aperta professione di coerenza cristiana faceva sintesi con la pienezza di autonomia e di responsabilità dei laici.

Una nuova classe dirigente

Non è questa la sede per ricostruire l’intera vicenda delle Acli nel problematico rapporto con la gerarchia cattolica sia prima sia dopo il concilio Vaticano II. Ma è doveroso ricordare che, nel corso di alcuni decenni, una classe dirigente, di laici ma anche di preti, era venuta enucleandosi nel “laboratorio” (o “simulatore”?) delle Acli, intrecciandosi con la storia della Repubblica nei suoi passaggi cruciali come, ad esempio, l’opzione per il centrosinistra.

L’attesa di questa porzione del popolo di Dio si manifestò pienamente nella sintonia con le scelte del concilio Vaticano II, in particolare con quella che, generalizzando il criterio dell’autonomia dei laici nelle realtà temporali, pareva in qualche modo dilatare la fisionomia dell’esperienza aclista. E ciò prometteva, agli occhi di molti, un’esaltazione del ruolo di influenza culturale e di pressione sociale che le Acli erano venute assumendo malgrado la loro volontaria rinuncia ad una proiezione diretta, con propri strumenti, sul terreno politico e sindacale.

Il concilio e le spinte sociali

Sul finire del 1968 – la distanza temporale migliora la visuale – erano ben delineati gli elementi che, nella visione di Paolo VI. spiegavano il richiamo alla «giusta via».

Nel mondo cattolico e più intensamente nelle Acli era cresciuta (effetto cumulativo del ’68, delle lotte sindacali e del concilio) la percezione di un superamento dell’unità politica dei cattolici e quindi una piena agibilità del pluralismo delle opzioni pratiche. C’erano le condizioni per una “diversa” proiezione pubblica dei credenti, dove la diversità consisteva nel superamento dell’unità (ideologica o storica) nel voto alla Dc?

Già dopo il congresso Acli 1966 Paolo VI aveva richiamato la dirigenza delle Acli ad un più stretto dialogo con la Dc («usate il telefono…»). Ma probabilmente l’evento più significativo per la maturazione dei convincimenti del papa fu il convegno di Lucca (1967) promosso da un gruppo di intellettuali cattolici, dove emerse con chiarezza (anche se subito non dibattuta) la linea di Aldo Moro che rifiutava la giustificazione anticomunista dell’unità e la collocava nel disegno di un compimento della democrazia che i cattolici avrebbero dovuto giocare come protagonisti.

È legittimo immaginare che la prospettiva morotea, che assegnava un nuovo ciclo vitale ad una Dc rigenerata dal ruolo storico da assumere, abbia motivato l’atteggiamento di contrarietà della Santa Sede (a volte più aspro, altre meno) nei confronti di ipotesi, che allora si affacciavano al proscenio, di articolazione della presenza politica dei cattolici italiani in una logica postunitaria?

L’esame dei documenti presenta un panorama di incertezza. Il papa delle grandi aperture mondiali della Populorum progressio e dell’attenzione ai mutamenti culturali (Octogesima adveniens) non è certamente da includere tra coloro che osteggiarono alcune delle più ardite posizioni postconciliari con gli argomenti del vecchio conio reazionario. E tuttavia non v’è dubbio che, negli anni precedenti l’esperimento della solidarietà nazionale, molti referenti vaticani agirono, talvolta avvalendosi di un ambiguo “venerato incarico”, per ostacolare i tentativi che alcuni misero in atto per presentare un’offerta differenziata ai cattolici in ricerca. Né l’atteggiamento sembrò mutare quando nel 1976, il convegno ecclesiale su “Evangelizzazione e promozione umana” fissò le coordinate di un pluralismo vissuto da cristiani in esperienze laiche vecchie e nuove.

Un papa in ricerca

L’immagine che si ricava dagli elementi fin qui considerati (ma un’analisi più accurata sarebbe auspicabile) è dunque quella di un papa che sta cercando egli stesso un percorso di presenza cattolica che sia in sintonia con i principi fondamentali, ma tenendo conto delle sollecitazioni e delle spinte di una modernità complessa ed esigente.

In una prospettiva di questo genere le assonanze con il pensiero di Moro diventano affinità ed è naturale che spingano a condividere l’esigenza di mantenere «l’intatta forza della Dc» come perno di ogni azione politica, incluse quelle volte al compimento della democrazia nel dialogo con i soggetti protagonisti della Costituzione.

Personalmente mi persuasi di questo stato di cose quando, dieci anni dopo, avvertii nelle parole di papa Montini per il rapimento di Aldo Moro qualcosa di più del dolore per l’amico colpito e cioè l’incubo di una irrimediabile sconfitta anche politica.

Era dunque in nome di questa visione ideale che si configuravano i richiami e le ammonizioni alle Acli e alle loro… avventure? Non vi sono affermazioni al riguardo ed è difficile provare una tesi in assenza di espliciti elementi di prova. Ma non sarebbe perduto il tempo impiegato a verificare le basi teoriche e fattuali di un simile atteggiamento né può suscitare meraviglia il fatto che anche un papa, quel papa, ne sia stato partecipe.

Il problema, in ogni caso rimane aperto e i fatti accaduti non sono alterabili. Resta – ed è importante notarlo – un atteggiamento disponibile di papa Montini verso ogni possibile evoluzione delle cose.

Le ragioni delle Acli

Negli anni dal 1972 al 1975 (la mia vicepresidenza delle Acli) e poi nel 1978, anno del mio primo congresso, mi preoccupai di fare in modo che il papa avesse sempre, con continuità e fedeltà, un’informazione esatta su quel che le Acli facevano e pensavano. Ritenevo indispensabile che fossero sempre conosciute e considerate quelle che chiamavo «le ragioni delle Acli» anche a proposito del pluralismo e del voto libero. Mi ero infatti reso conto che una sorta di agenzia disinformativa operava ai livelli più impensati al fine di calcare le tinte a nostro sfavore anche quando non c’era materia utilizzabile.

Sono agli atti della Presidenza delle Acli le lettere che, prima a firma di Marino Carboni e poi mia, facemmo pervenire al papa per illustrare e motivare le nostre scelte.

Non ci fu mai riscontro diretto, del resto non richiesto, se non la certezza che i testi erano stati recapitati al destinatario. Solo due fatti, uno poco prima della morte di Paolo VI e uno subito dopo, ai quali ho sempre attribuito un grande significato.

Due risposte (indirette)

Il primo riguarda la risposta al messaggio indirizzato al papa dal congresso nazionale del giugno 1978. Di solito tali riscontri avvenivano tramite la Segreteria della CEI; viceversa, nel caso, il telegramma papale, a firma del Segretario di Stato mons. Casaroli, venne direttamente inviato a chi scrive. Era un segnale? Di attenzione certamente.

L’altro fatto è più complesso ma anche più significativo. Quando lessi il testamento di Paolo VI che invitava l’esecutore testamentario mons. Macchi a distribuire ricordi tra coloro che il papa aveva amato, scrissi allo stesso mons. Macchi per dichiarare di sentirmi coinvolto dalla volontà del defunto perché, «nel bene e nel male», le Acli avevano avuto un posto di rilievo nei suoi sentimenti.

Qui la risposta arrivò rapidamente tramite uno speciale messo pontificio che recapitò alla sede delle Acli una formella bronzea dello scultore Manfrini, come segno dell’affetto che sicuramente – certificava mons. Macchi – Paolo VI aveva nutrito per le Acli.

Più tardi, in occasione di una manifestazione a Loreto, dove Macchi era stato inviato, ebbi modo di sentire quale fosse la mente – nel senso della disponibilità – del santo padre a proposito delle Acli. Ma a quel punto era cominciata una nuova stagione.

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