I “ricomincianti” e il baricentro della Chiesa

di: Roberto Repole

Chiesa in uscita: un nuovo baricentro della Chiesa

Che la Chiesa sia missionaria è realtà assodata. L’estroversione della Chiesa è radicata nella sua fede nel Risorto, quale Kyrios del co­smo e dell’umanità. Non a caso, il primo evangelista connette alla ri­surrezione e alla presenza del Risorto con i discepoli (Mt 28,18-20) l’in­vio missionario;[1] né è casuale che la coscienza missionaria della comu­nità cristiana primitiva si dilati a misura della consapevolezza della ri­surrezione di Cristo e del suo significato.[2]

Il magistero dell’ultimo concilio ha aiutato a vedere come la Chiesa stessa sia il frutto della missione divina e, in forza di ciò, sia per natura missionaria (cf. Ad gentes 2).

Non si può negare, tuttavia, che per molti secoli, la Chiesa abbia vissuto secondo il paradigma della «missione compiuta»[3] e, in contesto di cristianità, abbia al limite considerato la missione come realtà con­cernente soltanto i paesi in cui non era ancora giunto l’annuncio evan­gelico e quelle persone – i missionari – deputate, in tali contesti, a evan­gelizzare altri.

Il tempo della fine della cristianità e della secolarizzazione stanno rendendo nuovamente urgente la necessità di prendere coscienza, da parte della Chiesa, di dover essere missionaria anche all’interno del “vecchio continente cristiano”. Soltanto una Chiesa capace di ripen­sarsi in chiave missionaria sarà capace di considerare le persone adulte che desiderano riprendere un cammino cristiano non quali “incidenti di percorso” per una pastorale strutturata a partire dall’annun­cio rivolto anzitutto a bambini (pensati come figli di famiglie già nor­malmente cristiane), ma quale opportunità per esprimere quanto essa è e deve essere.[4]

Una tale consapevolezza dovrebbe veicolare con sé una profonda revisione di alcuni tratti ecclesiali.

Si tratta di prendere confidenza, anzitutto, con il fatto che soggetto evangelizzatore non può essere soltanto e neppure anzitutto il ministro ordinato. Soggetto dell’annuncio evangelico non può che essere tutto il popolo di Dio, in ragione del fatto che, come afferma papa Francesco nella Evangelii gaudium,

in virtù del battesimo ricevuto, ogni membro del popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un sog­getto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare a uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il re­sto del popolo fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evan­gelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei bat­tezzati.[5]

Se c’è un soggetto ecclesiale particolarmente investito della mis­sione, questo è piuttosto quello laicale: perché rappresenta «semplice­mente l’immensa maggioranza del Popolo di Dio» (EG 102); e perché i laici sono, tra i cristiani, quelli più normalmente immersi nelle diverse dimensioni sociali (il mondo del lavoro, della scuola, dell’università, del sindacato, della politica…) all’interno delle quali si è posti a contatto con persone non più o non ancora cristiane.

Ciò si accompagna a un altro tratto dato dal fatto che l’annuncio evangelico può avvenire – oggi più che mai – contando soprattutto sul contatto da persona a persona: in modo tale che non si possa in alcun modo prescindere dalla libertà personale di chi riceve l’annuncio; e dalla testimonianza di vita offerta da chi annuncia, dall’accoglienza dell’altro e, soprattutto, dalla ricerca del modo singolare e unico con cui la Parola può raggiungere la persona che si incontra. In tal senso, oc­corre prendere atto del fatto che in un contesto come quello attuale – che implica che anche i ricomincianti provengano da situazioni, espe­rienze di vita e percorsi molto diversi – non si possa trasmettere la fede cristiana, e favorire una reale appartenenza ecclesiale, contando su una proposta di fede standardizzata. Anche in tal caso, torna utile il ri­chiamo del papa, quando afferma che

non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe impossibile descriverle o catalogarle, e nelle quali il Popolo di Dio, con i suoi innumerevoli gesti e segni, è soggetto collettivo (EG 129).

L’essenziale e il relativo dell’annuncio

Quanto appena osservato si accompagna a un altro tratto che do­vrebbe caratterizzare lo stile di una Chiesa che intenda accogliere e tornare a generare la fede di quanti, magari dopo molto tempo e di­verse peripezie, si riaccostano a essa.

In un tempo di cristianità e in un mondo non stigmatizzato dai pro­cessi di secolarizzazione, dal momento che si poteva contare sul fatto che tutti si era “normalmente cristiani” e che la fede veniva trasmessa nel tessuto della società (a cominciare dalle famiglie), non si doveva porre una particolare attenzione nel distinguere accuratamente quanto del cristianesimo fosse essenziale e quanto fosse, invece, relato a esso. Si poteva contare sul fatto che, in un modo o nell’altro, veniva tra­smesso il tutto dell’edificio cristiano.

In un contesto, invece, segnato dalla fine della cristianità e dalla secolarizzazione e nel quale ci sono persone che si riaccostano al cri­stianesimo dopo i più disparati itinerari, diventa indispensabile saper distinguere quanto della proposta cristiana è centrale e quanto è invece relato e dipendente da tale centro. Si tratta di un aspetto che dovrebbe caratterizzare la Chiesa e le comunità cristiane in quanto tali, al punto da coinvolgere lo stesso magistero ecclesiale, a tutti i suoi livelli. Non si può, in altri termini, pensare di essere generativi, come Chiesa, rispetto a persone adulte che intendono riaccostarsi al cristianesimo, se non si è capaci e non si è attenti a offrire con chiarezza, ai diversi livelli della vita ecclesiale, ciò che rappresenta il cuore del vangelo. Anche in tal senso, appare strategico quanto richiamato da Francesco:

Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missio­nario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annun­cio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più at­traente e allo stesso tempo più necessario (EG 35).

Vi è qui l’eco di quanto il Vaticano II diceva in Unitatis redinte­gratio 11 a proposito della «gerarchia delle verità», in un passo non a caso richiamato dallo stesso papa nel numero successivo della esorta­zione apostolica.

Non vi dovrebbe essere dubbio, tra l’altro, sul fatto che centro di questo annuncio sia Gesù Cristo e il Dio che in lui si è manifestato, come Dio che vuole la salvezza di tutti, ovvero che intende raggiungere con il suo Amore tutti gli uomini

Si tratta di un aspetto fondamentale che richiede uno sviluppo e una puntualizzazione.

Lo sviluppo va nella linea della necessità di ripensare la stessa realtà del Dio annunciato e rivelato in Cristo, in modo tale che costitui­sca una “buona notizia” anche per le donne e gli uomini di oggi. Non è, infatti, soltanto questione di una Chiesa che sappia esprimere con chiarezza che il cuore di quanto ha da annunciare è il Dio di Gesù Cri­sto; ma di una Chiesa costantemente impegnata a ripensare la realtà di Dio, in modo da scorgerne la portata salvifica per se stessa ed essere così capace di mostrarla anche alle donne e agli uomini che intendono riaccostarsi al cristianesimo.[6] Dinamica che ha la sua condizione di possibilità nella eccedenza del Dio di Gesù Cristo e nella sua destinazione a tutta l’umanità. In altri termini, non si può pensare a una nuova evangelizzazione che investa anche i ricomincianti, come se si trattasse semplicemente di ripristinare la cristianità e come se ciò non compor­tasse anche una modalità nuova di presentare il cuore del messaggio evangelico: dinamica, questa, troppo spesso sottesa, negli anni recenti, a certa retorica circa la nuova evangelizzazione.

La puntualizzazione riguarda, invece, il fatto che uno dei portati della modernità, dentro cui anche i ricomincianti si trovano a esistere, sono la libertà e l’autonomia dell’umano. Ciò deve rappresentare uno stimolo affinché la Chiesa sia capace di mostrare che il Dio rivelatosi in Gesù Cristo si manifesta come il Dio che quanto più si avvicina all’uomo tanto più si offre quale spazio di libertà e autonomia umane. È anzi pro­prio il volto trinitario di Dio la migliore garanzia di quella libertà e au­tonomia umane a cui le donne e gli uomini del nostro tempo non sa­prebbero rinunciare.[7] Egli è, però, anche colui che garantisce che l’uomo non si autodistrugga, così come troppo spesso sembra destinato a fare quando vengono imboccati i sentieri nichilisti di certa cultura po­stmoderna: laddove si esalta una libertà privata di senso e si prospetta un’autonomia incapace di riconoscere l’esistenza dell’Altro e degli altri.


[1] Cf. D.J. Bosch, La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiolo­gia, Queriniana, Brescia 2000, 112-118.
[2] Cf. S.B. Bevans – R.P. Schröder, Teologia per la missione oggi. Costanti nel contesto, Queriniana, Brescia 2010, 34-71.
[3] Cf. S. Dianich, Chiesa in missione. Per una ecclesiologia dinamica, Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 81-90.
[4] Si tratta di un aspetto su cui, a ragione, è intervenuto da tempo Severino Dianich, mo­strando anche come la comunicazione della fede debba rappresentare anche il criterio della stessa riforma della Chiesa. Cf., ad esempio, il significativo e recente volume: S. Dianich, La Chiesa cattolica verso la sua riforma, Queriniana, Brescia 2014.
[5] Francesco, esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Evan­gelii gaudium [EG], Paoline, Milano 2013, n. 120.
[6] È quanto è, ad esempio, richiamato nel tentativo di ripensamento teologico in conte­sto di modernità avanzata offerto da G. Ferretti, Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, Cittadella, Assisi 2013.
[7] Si veda, ad esempio, quanto espresso da Coda sull’alterità in Dio come condizione di possibilità dell’altro da Dio in P. Coda, Dalla Trinità. L’avvento di Dio tra storia e profezia, Città Nuova, Roma 2011, 568-573, qui 572.


Estratto da R. Repole, «Quale stile di Chiesa genera il ricominciante», in Rivista di teologia dell’evangelizzazione, Anno 20 – supplemento al n. 39, gennaio-giugno 2016, pp. 103-107.

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