Ripercorrendo la GMG 2016

di: Fabrizio Mastrofini

Cracovia, Auschwitz, Panama: il presente, il passato, il futuro vengono racchiusi nei nomi di tre luoghi. Con la Gmg 2016, nella Polonia patria di Giovanni Paolo II, papa Francesco ha messo nettamente a fuoco l’identikit dei giovani per la Chiesa di questi anni. E si è visto come, nel confronto continuo con il suo predecessore – fatto sempre dagli altri, come quel cartello che troneggiava durante il saluto ai volontari domenica 31 pomeriggio –, il papa attuale sia stato molto capace e abile nell’andare avanti, senza soffermarsi sul passato o nel confronto, come invece molti fanno nella Chiesa in Polonia e altrove.

Cracovia

Di tutti gli incontri e di tutti i discorsi, i due principali riguardano la veglia del sabato e l’omelia della messa della domenica. Fa da corollario il discorso a braccio ai volontari della Gmg, domenica sera, in cui papa Francesco ha ricordato che servono due virtù fondamentali: la memoria e il coraggio. La memoria, cioè sapere chi siamo e da dove veniamo, dunque fedeltà alle radici familiari, sociali, esistenziali; il coraggio, cioè saper dire dei no per seguire il Vangelo e non i miti della società.

Sulla stessa lunghezza d’onda il discorso del sabato e l’omelia della domenica. Qui si trovano le richieste precise di papa Francesco ai giovani, l’idea di Chiesa che intende portare avanti, l’identikit dei giovani per la società di oggi.

Da non dimenticare poi la cronaca internazionale, con il terrorismo in primo piano e l’uccisione di don Jacques a Rouen. La cronaca diventa lo sfondo per contestualizzare gli appelli del papa. Nella veglia del sabato ha usato parole precise per differenziare il comportamento e l’attitudine dei credenti rispetto alla demagogia guerrafondaia imperante. «Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia».

Parole semplici e chiare e le immagini televisive hanno mostrato sia gli applausi scroscianti dei giovani sia gli applausi dei politici in prima fila, tra cui il presidente polacco Duda. Applausi che stonano con la linea dura, ad esempio, verso gli immigrati e con le critiche polacche all’Unione Europea. Già all’arrivo papa Francesco aveva parlato di accoglienza e umanità ad un esecutivo spiccatamente di destra, raccogliendo sorrisi e consensi formali mentre i giornali filogovernativi mettevano la sordina o distorcevano il senso delle sue parole.

Nel seguito del discorso, il papa ha chiesto di pregare insieme. «Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti».

E la folla di un milione di persone lo ha fatto. Chi non riusciva a vedere il papa, a causa della distanza dal palco e dai maxischermi, lo poteva ascoltare tradotto nella propria lingua grazie alle radio fornite dagli organizzatori. Una Gmg, questa di Cracovia, che ha toccato livelli di alta efficienza.

E il rapporto tra giovani e adulti? Ecco che ne pensa il papa. «La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Qui, questo ponte primordiale: stringetevi la mano. Grazie. È il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia – quando si danno la mano e pensano un’altra cosa – bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta».

Nell’omelia della messa della domenica, papa Francesco ha commentato il Vangelo della vicenda di Zaccheo e ha usato un’espressione davvero semplice e intensa per dare efficacia all’importanza di seguire davvero Cristo. «Davanti a Gesù non si può rimanere seduti in attesa con le braccia conserte; a lui, che ci dona la vita, non si può rispondere con un pensiero o con un semplice “messaggino”!»

In precedenza, nella veglia del venerdì, al termine della via crucis, aveva delineato un’altra caratteristica che i giovani devono avere. «Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Non nelle idee, lì!».

Ed aggiungeva: «Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto se stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo. Questa sera, cari giovani, il Signore vi rinnova l’invito a diventare protagonisti nel servizio; vuole fare di voi una risposta concreta ai bisogni e alle sofferenze dell’umanità; vuole che siate un segno del suo amore misericordioso per il nostro tempo! Per compiere questa missione, egli vi indica la via dell’impegno personale e del sacrificio di voi stessi: è la via della croce. La via della croce è la via della felicità di seguire Cristo fino in fondo, nelle circostanze spesso drammatiche del vivere quotidiano; è la via che non teme insuccessi, emarginazioni o solitudini, perché riempie il cuore dell’uomo della pienezza di Gesù. La via della croce è la via della vita e dello stile di Dio, che Gesù fa percorrere anche attraverso i sentieri di una società a volte divisa, ingiusta e corrotta. La via della croce non è un’abitudine sadomasochistica; la via della croce è l’unica che sconfigge il peccato, il male e la morte, perché sfocia nella luce radiosa della risurrezione di Cristo, aprendo gli orizzonti della vita nuova e piena. È la via della speranza e del futuro. Chi la percorre con generosità e con fede, dona speranza al futuro e all’umanità. Chi la percorre con generosità e con fede semina speranza. E io vorrei che voi foste seminatori di speranza».

Auschwitz

La tappa ad Auschwitz era inevitabile e del resto fortemente voluta. Diversamente dai suoi predecessori, papa Francesco ha compiuto la visita in silenzio, senza cerimonie e senza discorsi, come un qualunque visitatore che entra in un luogo simbolo della malvagità umana e del potere negativo delle ideologie.

La scelta di stare in silenzio ha raccolto il consenso e il plauso del mondo ebraico. Da notare poi che la visita ad Auschwitz così congegnata è caduta in giorni in cui la cronaca rinviava notizie di massacri – alla morte di don Jacques, ucciso in chiesa da presunti terroristi rispondono le notizie di decine e decine di morti in attentati in Medio Oriente, tutti musulmani da parte di altri musulmani o sedicenti tali – e pertanto gli appelli del papa, le sue parole sull’accoglienza, sul “costruire ponti”, come ha detto nella veglia, è diventato un evidente e trasparente messaggio sociale.

Panama

Il futuro è la Gmg del 2019 a Panama. Se io non ci sarò, ci sarà comunque Pietro!, ha esclamato il papa. Espressione che non deve stupire, visto che è già accaduto per la Gmg di Rio de Janeiro, fissata da Benedetto XVI e presieduta da Francesco. Con questa scelta si ritorna nel continente americano e soprattutto con il piccolo stato dell’istmo si vuole sottolineare il delicato equilibrio e la delicata unione tra le tre parti del continente – nord, centro, sud – che secondo la Chiesa formano una sola America.

I nodi irrisolti

Due soprattutto in questo viaggio. Il primo è costituito dalla pesante eredità di Giovanni Paolo II, emersa con naturalezza a Cracovia. Papa Francesco ha elegantemente lasciato da parte e guardato avanti. Un modo per far capire – senza scontrarsi ma anche senza sconti a nessuno – che quell’epoca è chiusa e che la Chiesa supera di gran lunga la singola figura di un singolo papa.

Il secondo riguarda i giovani stessi. Un papa di quasi 80 anni ha un seguito larghissimo tra i giovani. Tuttavia, al di là delle parole, qual è davvero lo spazio dei giovani nella Chiesa? La Gmg dimostra che papa Francesco è ascoltatissimo. Ma i vescovi che ne pensano? E i parroci? E le strutture periferiche sono pronte a far entrare i giovani? Quali atti di governo faranno seguito all’identikit così preciso dei giovani di cui ogni società civile – oltre che la Chiesa – ha bisogno per crescere umanamente? Si vedrà, però sicuramente non sarà facile dare una risposta.

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