Una salvezza sì, ma “pratica” /3

di: Massimo Nardello

Il 18 novembre 2017, ricevendo in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio consiglio della cultura dedicata al tema “Il futuro dell’umanità: nuove sfide all’antropologia”, papa Francesco ha fatto affermazioni molto importanti sui limiti della scienza e della tecnologia. In particolare, in quel contesto ha dichiarato: «La scienza e la tecnologia ci hanno aiutato ad approfondire i confini della conoscenza della natura, e in particolare dell’essere umano. Ma esse da sole non bastano a dare tutte le risposte. Oggi ci rendiamo conto sempre di più che è necessario attingere ai tesori di sapienza conservati nelle tradizioni religiose, alla saggezza popolare, alla letteratura e alle arti, che toccano in profondità il mistero dell’esistenza umana, senza dimenticare, anzi riscoprendo, quelli contenuti nella filosofia e nella teologia».

Pur ascoltando con affetto queste parole del pontefice e pur riconoscendo che rappresentano un monito pertinente e necessario, si può discutere sul fatto che oggi stia realmente crescendo la consapevolezza dell’importanza delle grandi tradizioni religiose, filosofiche, letterarie e artistiche.

Anche se, ovviamente, né la scienza né la tecnologia possono rispondere alle domande antropologiche più profonde, come quelle relative al senso della vita o al suo esito al di là della morte, l’impressione è che l’interesse prevalente delle persone del nostro tempo sia rivolto alle conoscenze scientifiche, ingegneristiche, economiche e giuridiche. Al di là del fatto che esse consentono di trovare più facilmente lavoro rispetto alle competenze di taglio umanistico, la loro preferenza è probabilmente imputabile alle caratteristiche della nostra cultura.

A mio giudizio, oggi si preferiscono quelle forme di sapere che consentono di risolvere i problemi concreti della vita, come la malattia, l’indigenza o l’ingiustizia, o che permettono di svolgere più facilmente le attività professionali o quelle che sono relative ai propri interessi. Ad esempio, per molte persone il loro smartphone è uno strumento praticamente imprescindibile per la qualità della loro vita, perché consente loro di telefonare, di navigare, di giocare, di documentare quello che stanno facendo per condividerlo con gli amici, di vedere quello che altri hanno fatto ecc. Ora, questo strumento ci è messo a disposizione dalla scienza e dalla tecnologia, e non dalla letteratura, dalla filosofia o dalla religione.

Al contrario, le grandi domande antropologiche sono spesso considerate qualcosa di strettamente personale, cioè ambiti nei quali ogni individuo può benissimo trovare delle risposte soddisfacenti e “funzionanti”, lasciandosi guidare semplicemente dalla propria esperienza e intelligenza. È difficile che si cerchino le soluzioni a questi grandi interrogativi nella conoscenza, cioè mettendosi in ascolto delle tradizioni culturali del passato e del presente, se non in modo rapsodico.

Dunque, il nostro tempo non è materialista, cioè concentrato solo su ciò che si vede e si tocca, ma, nello stesso tempo, è convinto che non esistano risposte collettive alle grandi domande dell’esistenza umana. Ciascuno deve trovare il suo senso dell’esistenza, con l’ovvia disponibilità a metterlo continuamente in discussione, e in questo percorso la conoscenza serve a poco. Il sapere, al contrario, è decisivo per affrontare i problemi concreti della vita, ed è proprio questo livello quello che è realmente importante sia sul piano individuale che collettivo.

Oggi tante persone non sono più alla ricerca di una salvezza spirituale o eterna, ma cercano semplicemente qualcosa che faccia funzionare al meglio la loro vita e quella dei loro cari. Per questi individui, essere salvati significa guarire da una malattia, risolvere un conflitto interpersonale, trovare un lavoro di proprio gradimento, e così via. Quello che salva è quello che funziona, e non quello che è vero in senso metafisico.

La riprova che questa visione delle cose è ampiamente attestata nella nostra società la si ha nelle proposte della politica, soprattutto quelle che vengono divulgate quando si è prossimi alle elezioni. Nessuno propone alla collettività una sua visione complessiva dell’umano e del senso del vivere individuale e sociale, da cui deriva poi un progetto politico concreto e possibile. Al contrario, tutti cercano di presentarsi come risolutori di alcuni problemi pratici e scottanti. Insomma, anche la politica sembra piegarsi alla funzione pratica della tecnica, e forse non può fare diversamente se vuole essere presa sul serio. In questo contesto culturale diventa difficile essere capiti quando si afferma che la tecnologia e la scienza non bastano.

Occorre allora riportare le grandi domande antropologiche al centro del dibattito pubblico, cioè civile, e mostrare come la qualità dell’esistenza, individuale e collettiva, dipenda dalle risposte a queste questioni ben più che dalla soluzione ai problemi pratici.

È parimenti necessario liberare le persone dalla drammatica condizione di doversi reinventare da capo i fondamenti dell’esistenza facendo vedere come ci si possa arricchire delle grandi tradizioni culturali del passato e del presente senza per questo rinunciare alla propria autonomia e intelligenza.

Per affrontare queste sfide, però, dovremmo chiederci se il cattolicesimo italiano odierno è in grado di dirsi al di fuori dei confini ecclesiali, cioè nel più ampio mondo civile, senza ridursi o lasciarsi ridurre ad un insieme di principi etici o all’impegno caritatevole volto a soccorrere chi si trova in condizioni di indigenza. Forse la risposta deve essere negativa.

Siamo capaci di sviluppare eccellenti percorsi formativi che interessano chi è già profondamente credente, ma forse dobbiamo ancora trovare il modo di presentare la valenza culturale del cristianesimo alla società civile per arricchire la sua comprensione dell’umano. Per fare questo, però, occorre entrare nel dibattito pubblico accettandone le regole, e in particolare il fatto che non è tollerabile alcun tentativo di controllo egemonico e che non è possibile il ricorso ad alcun principio di autorità.

Alla fine, risulta vincente solo l’argomentazione che non cerca di imporsi ma di convincere.

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