Scommesse cristiane sul nostro tempo

di: Andrea Lebra

La scommessa cattolica

Invecchiata, impacciata, irrigidita, burocratizzata, afona. Pachiderma destinato all’immobilità a causa della logica del “si è sempre fatto così” e inadatto a stare al passo con un mondo diventato veloce e plurale. Incapace di trovare e di utilizzare parole che facciano vibrare le corde del cuore degli uomini e delle donne di oggi. Messa a dura prova dagli scandali finanziari e dal fenomeno inquietante degli abusi sessuali e di potere perpetrati su soggetti in situazione di vulnerabilità.

E poi, crollo della partecipazione alla vita religiosa nelle società più avanzate. Liturgie verbose, fredde e stanche. Il catechismo ridotto a una “scuolina” insipida. Adolescenti che spariscono dagli ambienti parrocchiali dopo il conferimento della cresima. Difficoltà ad intercettare i giovani e i ceti più istruiti. Refrattarietà delle nuove generazioni al nozionismo astratto e impermeabile alla vita. Netta maggioranza, tra chi ha meno di 30 anni, di persone che, rispetto alla “questione Dio”, si dichiarano indifferenti e apatici. Probabile esiguità di fedeli quando la generazione di chi oggi ha 70 anni e più sarà passata. Senso di stanchezza, scoramento e apatia che sembrano serpeggiare più tra i pastori (preti e vescovi) che tra i fedeli.

È la fotografia impietosa della situazione in cui si trova oggi la Chiesa in Italia e in Europa, così come emerge dal saggio di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti La scommessa cattolica, edito di recente da Il Mulino di Bologna.

Alla domanda «c’è ancora spazio nel mondo d’oggi per l’annuncio dell’Evangelo del Regno di Gesù di Nazaret?» i due sociologi – moglie e marito – dell’Università Cattolica di Milano rispondono positivamente con una serie di pertinenti considerazioni. Essi, infatti, sono fermamente convinti che la perdita di centralità del cristianesimo nella nostra civiltà occidentale possa essere l’occasione per una sua rinascita e non la premessa per una sua irrimediabile irrilevanza.

Il cristianesimo ha da dire qualcosa a questo nostro tempo: una parola che fa bene a tutti, e non solo ai credenti, perché porta un contributo senza il quale si rischia di venire risucchiati, paradossalmente in nome della libertà, in un sistema tecnocratico che mette a dura prova la nostra umanità.

Se il messaggio evangelico, ispirando il modo di pensare e di vivere di intere generazioni, ha saputo parlare al profondo del cuore degli uomini e delle donne lungo i venti secoli che ci hanno preceduto, non c’è motivo di ritenere che non possa farlo anche oggi. A determinate condizioni, però.

In primo luogo, è necessario che la fede cristiana recuperi la consapevolezza di prospettare la possibilità di una vita caratterizzata dall’eccedenza, cioè di una vita capace di introdurre l’inaudito rompendo le catene del determinismo e alimentando un robusto dinamismo generativo sul piano personale e sociale.

In secondo luogo, è imprescindibile che l’impegno della comunità credente imbocchi la strada di una profonda conversione e soprattutto di un ritorno, alla luce delle nuove domande che provengono dalla modernità, allo spirito delle origini per concentrarsi sull’essenziale dell’annuncio cristiano.

Il tutto, nella convinzione che la vita umana, così come la sogna Dio, è portatrice di una dignità infinita che ci provoca e ci impegna a non far mancare il nostro contributo per la costruzione e il consolidamento di una società più umana. Oggi, infatti, come scriveva Pierre Teilhard de Chardin (in L’uomo, l’universo e Cristo, JacaBook, Milano 2012, p. 71), il grande scisma che minaccia la Chiesa consiste nel fatto che umano e cristiano tendono a non più coincidere.

Nel saggio dei due docenti della “Cattolica” numerose e rilevanti sono le sfide che la comunità dei credenti è invitata ad accettare per stare al passo coi tempi. Mi propongo di richiamarne solo alcune, quelle che a me paiono particolarmente urgenti.

La scommessa della testimonianza

Su un punto Chiara Giaccardi e Mauro Magatti insistono. Oggi il canale di trasmissione della fede cristiana è la testimonianza. Quale esperienza che parla e vita che si muove dentro un orizzonte di senso, la testimonianza è l’unico linguaggio in grado di attirare l’attenzione della gente. Come già ricordava ad un gruppo di laici Paolo VI nel 1974, viviamo un momento storico in cui più che di maestri abbiamo bisogno di testimoni, cioè di persone capaci di dire con la vita che l’Evangelo di Gesù è un movimento di pienezza e non di rinuncia, di audacia e non di timore. E se i maestri sono ascoltati – aggiungeva Paolo VI –, è perché sono dei testimoni.

«Dove – scrivono i due docenti di sociologia – il testimone non è l’uomo perfetto che non sbaglia mai. Piuttosto, chi sa trasmettere ciò che ha visto coi propri occhi. Ciò che ha attraversato la sua carne e cambiato la sua vita. A quel punto non può più non parlarne, anche senza parole. E non per dettare regole, ma per ispirare vita nuova» (p. 130).

Quando la fede cristiana assume la forma testimoniale, diventa contagiosa, prende corpo nelle diverse forme della vita quotidiana, si confronta con le aspirazioni e i desideri altrui per alimentare processi di umanizzazione, esce dagli ambienti che è solita frequentare (cattedrali, sagrestie, libri, convegni) per intercettare e rapportarsi rispettosamente con quelle realtà umane e sociali per lo più lontane da essa.

La fede cristiana prende forma non con la chiamata alle armi contro la secolarizzazione, ma piuttosto con un’apertura di senso e accettando la forza rigeneratrice di quello che Panikkar chiama “dialogo dialogico”, quale «processo che tiene aperto e vivo il movimento fondamentale della riduzione delle distanze» (p. 173) tra credenti, non credenti e diversamente credenti.

La scommessa della fede come affidamento

La qualità testimoniale della vita cristiana passa non attraverso la fede come adesione, ma attraverso la fede come affidamento.

Alla fede cristiana che si limita ad aderire ad una dottrina ben precisa e ad una comunità definita nelle sue forme, nei suoi riti e nelle sue regole va chiesto di trasmigrare nella fede che si affida all’Evangelo, il quale prospetta non teorie ma un modo di essere uomini e donne nel mondo alla maniera di Gesù. Esso «non è un insieme di moniti repressivi, ma la Parola che ci aiuta a osare quel movimento esistenziale senza il quale non riusciremo mai a vivere pienamente» (p. 73).

Di conseguenza, la preoccupazione della Chiesa non dovrebbe tanto essere quella di fissare contenuti dottrinali semplici, chiari e distinti da trasmettere a chi la fede ce l’ha o mostra o si illude di averla, quanto piuttosto quella di favorire l’esperienza della fede come affidamento che vede nel Dio di Gesù Cristo non un’autorità che castra il desiderio, quanto piuttosto un Padre che fa di tutto affinché «ogni essere umano sia messo nella condizione di far parte del grande processo della vita attraverso l’esperienza della propria personale libertà» (p. 79).

La fede come affidamento ha a che fare con l’idea di avventura, di esodo o di uscita, come direbbe papa Francesco («il primo papa non europeo che sta cercando di far intravedere alla Chiesa del vecchio Continente una via per uscire dalle secche in cui si ritrova», p. 121), andando incontro al mondo non per convertirlo, ma per offrirsi come risorsa di libertà per tutti, per chi non crede come per chi non crede. «Senza il movimento dell’uscire verso le periferie esistenziali – che si declina parimenti nell’ospitalità, cioè nel far entrare –, non sarà possibile riaccendere quel dinamismo vitale da cui possono scaturire innovazione, responsabilità, creatività, concordia» (p. 138).

Dal momento che mette in discussione i dogmi dell’individualismo tecnocratico, la fede come affidamento va vissuta non in solitudine, ma nella compagnia degli uomini e delle donne di oggi, come popolo di Dio («la Chiesa non può vivere senza popolo», p. 125), e con stile sinodale.

Nell’affermazione di Gesù riportata nel vangelo di Giovanni «Io sono la via, la verità e la vita» (14,6) al primo posto c’è la via. «Senza via – affermano Chiara Giaccardi e Mauro Magatti – non c’è verità che si possa conoscere, né vita da vivere» (p. 85).

Davvero «la fede vede nella misura in cui cammina» (Lumen fidei  9). Non a caso, nel libro degli Atti degli Apostoli (9,2), i cristiani sono chiamati “quelli della via”.

La scommessa della concretezza

In un tempo in cui l’astrazione – che etimologicamente significa separazione, frammentazione, rottura delle interdipendenze – diventa l’unico modo di guardare la realtà e la stessa Chiesa soffre dello stesso male rischiando la deriva intellettualistica, il contributo di umanità che il cristianesimo può offrire è quello della concretezza. Nel senso di tenere unite tutte le dimensioni dell’umano, superando quel dualismo (vita e morte, corpo e spirito, ragione e sentimento, forma e materia, maschile e femminile, soggetto e oggetto, bene e male, individuo e società) che tanti problemi sta ponendo al pensiero contemporaneo.

In un mondo sempre più astratto, il credente sta dalla parte della concretezza della vita umana, fatta di gioie e di dolori, di successi e di fallimenti, di vittorie e di sconfitte, di forza e di debolezza, di centralità e di marginalità, di vita e di morte.

L’essere umano è un concreto vivente. Non è pura materia né puro spirito. È un essere impastato di terra e di cielo. Sempre in divenire e in tensione.

Scommettere sulla concretezza significa «riconoscere che c’è sempre una tensione tra polarità che spingono in direzioni diverse, che tuttavia si implicano a vicenda e non possono stare l’una senza l’altra; e che è proprio della libertà – come tratto tipicamente umano – trovare i modi, sempre limitati e dunque sempre perfettibili e dinamici, di abitare questa tensione» (p. 189).

Essere concreti significa «imparare a non risolvere bensì ad abitare la tensione tra il mondano e il divino, il personale e il comunitario, lo spirituale e il corporale, la preghiera e l’azione, la riflessione e la prassi, il bello e il funzionale, la potenza e l’impotenza, l’io e il noi» (p. 87).

Essere concreti significa anche, per i cristiani, generare forme di vita inedite, capaci di incarnare l’Evangelo del Regno in risposte originali rispondenti alle domande delle diverse fasi storiche.

La scommessa dell’abitare il confine dello scarto e del mistero

Disinnescare le derive del pensiero astratto tipico della modernità vuol dire – per gli autori de La scommessa cattolica – sostare, da parte della Chiesa e dei cristiani, su due confini: quello dello scarto e quello del mistero.

Il primo confine è quello della marginalità e delle tante persone messe alla porta dai processi di modernizzazione. Sono gli “scarti” che ogni società avanzata continuamente produce. I poveri non sono solo la parte di umanità che il Dio, rivelatoci da Gesù, privilegia. Essi sono anche la finestra attraverso la quale è possibile poter guardare criticamente l’ordine sociale, svelando così ciò che il sistema vorrebbe tenere nascosto. «È solo attraverso la cura, la tenerezza, la misericordia, il farci prossimi a coloro che la società scarta che possiamo ri-sanare l’umano e quindi noi stessi, restituendo il senso del limite alla nostra autonomia e potenza» (p. 139).

Il secondo confine è quello del mistero e della preghiera. «Una preghiera che è parola, liturgia, sacramento, rito, ma anche, e prima ancora, silenzio. È questa una grande responsabilità della Chiesa nella sfera pubblica contemporanea: prima e più che all’esibizione di certezze granitiche, prima e più che alla partecipazione collettiva, siamo interpellati a tenere vivo nella città il fuoco della preghiera come capacità di inabitare la nostra solitudine, di cimentarci con gli orizzonti ultimi dell’esistenza, di inchinarci dinanzi al mistero della vita. Di contemplare. Cioè, di ascoltare: atto originario e distintivo del credere, che rifugge le false certezze dell’idolatria per accettare di camminare sui sentieri non ancora tracciati, seguendo la voce che chiama. Con una presenza discreta, ma aperta, riconoscibile e profonda, in grado di immettere quel movimento eccedente che è essenziale per il bucare l’orizzonte chiuso dell’umanesimo esclusivo» (p. 141) il quale teorizza che si possa vivere (degnamente) senza dover ricorrere all’ipotesi-Dio.

La scommessa della salvezza cristiana

Per ogni grande religione il tema della salvezza personale è essenziale. Dire oggi la salvezza cristiana significa dire che la fede in Dio, attraverso Gesù Cristo, non ci toglie qualcosa ma, al contrario, ci dona la possibilità di essere autenticamente uomini e donne. Affinché questo annuncio sia credibile, però, abbiamo bisogno di sperimentare anzitutto noi credenti, per poi testimoniarlo a tutti, che la fede cristiana è decisiva per la vita: non solo per la vita eterna, ma già per questa vita, nel nostro mondo.

Convinti che un discorso sulla salvezza fedele all’Evangelo e capace di parlare agli uomini e alle donne della contemporaneità debba passare attraverso una visione più dinamica e aperta della vita, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti declinano la scommessa cattolica della salvezza in tre direzioni: in rapporto al creato e alle sue molteplici forme di vita; rispetto al tema del senso della vita umana; in relazione al tempo.

«L’esistenza ha tra le mani la straordinaria responsabilità di essere compartecipe del grande movimento cosmico che viene prima di noi e va oltre noi. Che poi significa responsabilità verso il pianeta, il suo ecosistema e la molteplicità di forme di vita» (pp. 106-107).

Quanto al tema del senso della vita, si deve prendere atto che «la vita piena non è la vita che accumula, domina, controlla, moltiplica, accelera, ingigantisce. È piuttosto la vita che si espande abitando il paradosso del perdersi per ritrovarsi» (p. 107). Non ci si salva da soli. Né ci si salva per sé. Ci si salva attraverso e insieme agli altri: facendo spazio a quella vita che ci passa attraverso, ma che non si esaurisce con la nostra esistenza.

Quanto alla dimensione del tempo, va detto che la salvezza cristiana non riguarda solo una vita altra, sperimentabile nell’eternità. Riguarda una vita che, nonostante contrasti e fallimenti, possiamo assaporare già nel presente, a condizione che ci apriamo alla suggestiva dimensione che Raimon Panikkar chiama della “tempiternità”, quando, cioè, la vita eterna è vissuta negli stessi momenti temporali della nostra esistenza.

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