Il card. Silvestrini e l’Ostpolitik

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Relazione del Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, tenuta nel corso del convegno “A 45 anni dagli Accordi di Helsinki, il Cardinale Silvestrini e la Ostpolitik vaticana”.

Signor presidente del Consiglio dei ministri, signor ambasciatore, distinti membri del corpo diplomatico, illustri relatori, signore e signori,

Sono lieto di prendere parte a questa conferenza, dal titolo: «A 45 anni dagli Accordi di Helsinki, il Cardinale Silvestrini e la Ostpolitik vaticana» che, a un anno dalla morte del cardinale Achille Silvestrini, intende essere un particolare tributo alla sua figura e al suo impegno, alla luce di un’altra importante ricorrenza nella recente storia europea: il 45° anniversario dell’Atto finale di Helsinki, che vide l’allora monsignor Silvestrini solerte protagonista.

Tante sono le parole che andrebbero spese anzitutto sulla persona del cardinale Silvestrini, anche per meglio comprendere il peso che la sua sensibilità umana e cristiana ebbe sugli eventi che precedettero e seguirono la Conferenza di Helsinki del 1975.

Come spesso accade, la migliore introduzione al ruolo eminente svolto da un protagonista delle vicende del suo tempo si evince dalle sue stesse parole. Dall’analisi di quanto egli ci ha lasciato cogliamo con precisione i passaggi storici che condussero la Chiesa a collocarsi sulla scena internazionale in modo nuovo rispetto all’epoca del “grande schiacciamento” nei Paesi a regime marxista e stalinista.

Egli ricorda che i primi passi della Ostpolitik — un termine nato con il cambiamento della politica verso l’Est della Germania Federale del cancelliere Willy Brandt — sono antecedenti e si fondano su alcuni gesti resi possibili dall’attenuazione delle persecuzioni nei Paesi comunisti: l’invio dei delegati della Chiesa ortodossa russa per assistere al concilio ecumenico Vaticano II, l’udienza pontificia ai coniugi Ajubei, le prime visite di monsignor Casaroli in Ungheria e in Cecoslovacchia nel maggio del 1963. Si trattava di aperture avviate dalla lungimiranza di san Giovanni XXIII che, secondo le parole di Agostino Casaroli, «parve fondere una profonda barriera di ghiaccio».

Il cardinale Silvestrini fu un interprete sapiente ed efficace delle motivazioni e delle linee della Ostpolilik vaticana, le cui basi erano state poste da san Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam del 1967, allorché affermò: «Noi non disperiamo che quei regimi possano aprire un giorno con la Chiesa un positivo colloquio che non sia quello presente della Nostra deplorazione, del Nostro obbligato lamento». «Questa — aggiunge il cardinale Silvestrini — è la chiave della Ostpolilik di Paolo VI. Fu questa Spes contra spem che determinò la sua azione a non desistere da possibili tentativi anche con successo ridotto e anche quando addirittura si dimostrassero infruttiferi».

In questo quadro, la Conferenza di Helsinki «ha rappresentato un’esperienza unica nel suo valore. Era la prima volta, dopo il Congresso di Vienna del 1815, che la Santa Sede partecipava come full member in un congresso di Stati». E soprattutto, «la presenza della Santa Sede ad Helsinki ha rappresentato un segno concreto della concezione della pace tra le nazioni come valore morale prima ancora che come questione politica, e una occasione per rivendicare la libertà religiosa come una delle libertà fondamentali di ogni persona e come valore e di correlazione nei rapporti fra i popoli».

Per meglio comprendere questo aspetto centrale delle scelte della Santa Sede, è bene ricordare che più volte, sia Agostino Casaroli che Achille Silvestrini, hanno avvertito le difficoltà e le incomprensioni, emerse nella Chiesa cattolica (e in altre comunità religiose), a proposito della Ostpolitik, perché alcuni la intendevano quasi come una illusione, come una politica non lungimirante rispetto a un gigante politico e militare che comprendeva solo il linguaggio della forza.

Il cardinale Silvestrini respinse nettamente questa interpretazione e offrì come testimonianza della scelta di fondo a favore della adesione e partecipazione alla Conferenza di Helsinki l’opinione di Paolo VI, per il quale «si faceva forza del fatto che sul piano dei principi la Santa Sede “è competente a titolo speciale”, e che dunque era un bene costringere gli avversari a riconoscere diritti, quand’anche essi, come nel caso del blocco sovietico, fossero poi denegati all’atto pratico, perché — sono sempre parole di Paolo VI — quando il diritto è riconosciuto, anche se poi non è osservato, ha forza in sé». Un pensiero chiaramente profetico.

Lo scenario che giunge fino agli inizi degli anni ’60 è, infatti, quello della devastazione, della persecuzione, del tentativo d’annientamento della presenza religiosa e delle Chiese, con provvedimenti che sembrano scaturire da un’unica volontà distruttiva. «Dopo gli arresti, le condanne, la prigionia o la relegazione della maggioranza dei vescovi cattolici negli anni posteriori al ’45 e in primo luogo di monsignor Stepinac, del cardinal Mindsdzenty, di monsignor Beran, di monsignor Wyszyński e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede nei Paesi comunisti dell’Europa orientale e centrale era scesa una pesante coltre di gelo».

Su questo sfondo, con l’esperienza della terribile glaciazione stalinista che pesò a lungo sul comunismo, inizia quel “martirio della pazienza” che ha condotto la Chiesa a cogliere ogni pur minino spiraglio di apertura, portando Casaroli e Silvestrini a quel pellegrinaggio doloroso in alcuni Paesi dell’Est europeo come l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, e che è sfociato nella accettazione della prospettiva di una Conferenza che si sarebbe tenuta ad Helsinki, nel quadro di un Paese neutrale.

Sin dall’inizio, la Santa Sede ha profuso il proprio impegno in favore della proposta di una Conferenza europea avanzata dagli Stati del patto di Varsavia, andando «avanti con buona volontà e fiducia, ma senza fretta». È risaputo che «fu Achille Silvestrini, a Helsinki e a Ginevra, con grande tenacia, abilità, coraggio e costanza, [a condurre] le complicate trattative con le delegazioni degli Stati del Patto di Varsavia, a predominanza sovietica, e le portò a buon fine». In questo procedere “lento”, ma coraggioso e ragionato, non mancarono gesti significativi, e agli occhi di oggi clamorosi, tra i quali l’adesione, sollecitata dall’Unione Sovietica, della Santa Sede al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Proprio Achille Silvestrini fu capo-delegazione della Santa Sede alla Conferenza dell’Onu sull’uso dell’energia atomica del 1971 e alla Conferenza sul Trattato di non proliferazione delle armi atomiche del 1975. Tale ruolo di protagonista lo portò dunque ad essere presente a tutti gli incontri ufficiali, informali, interlocutori e alle innumerevoli riunioni della Conferenza di Helsinki.

L’esito di tutto lo sforzo negoziale dei partecipanti alla Conferenza, fu la sottoscrizione dell’Atto finale di Helsinki, con al suo interno la Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati partecipanti.

Vorrei qui citare brevemente il VII principio, la cui formulazione ha richiesto quasi un anno di discussioni. Esso afferma il «rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo». A sua volta, il paragrafo III di tale principio prevede che «gli Stati partecipanti riconoscono e rispettano la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione o un credo agendo secondo i dettami della propria coscienza».

E ancora il paragrafo v afferma che «gli Stati partecipanti riconoscono il significato universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il cui rispetto è un fattore essenziale della pace, della giustizia e del benessere necessari ad assicurare lo sviluppo di relazioni amichevoli e della cooperazione fra loro, come fra tutti gli Stati».

Dalle enunciazioni di Helsinki scaturisce quasi un’intelaiatura che ricalca quei diritti universali che nel frattempo erano codificati nelle Carte internazionali accolte da un sempre maggiore numero di Stati. La sottoscrizione di questi principi da parte di Stati che avevano una legislazione contraria al riconoscimento dei diritti umani, rappresentò realmente una svolta tale da far sì che, da quel momento, il cammino verso l’applicazione della libertà religiosa e dei diritti fondamentali poté farsi più spedito e realizzarsi progressivamente sino alla caduta del comunismo del 1989.

I risultati della Conferenza di Helsinki vanno relazionati pure con le iniziative che si realizzarono in contemporanea. In particolare, vorrei menzionare l’intensa attività di informazione e incoraggiamento che la Santa Sede promosse, nella preparazione e durante lo svolgimento della Conferenza, nei confronti delle altre confessioni cristiane, sviluppando così di fatto un ecumenismo che aveva già solide basi nel concilio ecumenico Vaticano II e nel pontificato di san Paolo VI. Attraverso le proposte di monsignor Silvestrini, la Santa Sede pose tra gli obiettivi della Conferenza anche quello di favorire una maggiore diffusione dello scambio di informazioni tra le religioni e il moltiplicarsi di contatti e incontri tra uomini e confessioni diverse.

Da ciò derivò che, nell’ambito della Conferenza, la Santa Sede si sentì come il “mediatore diretto e il portavoce a Helsinki delle richieste in materia di coscienza religiosa” e intese dunque la sua iniziativa anche come un’offerta di partecipazione per le Chiese protestanti o di diversa denominazione.

Infine, tra le conseguenze connesse all’approvazione dell’Atto finale di Helsinki, non bisogna tralasciare il ruolo che svolsero le Chiese e le comunità ecclesiali, insieme con altri movimenti culturali e politici, nell’Europa dell’Est. Lo stesso cardinale Silvestrini ebbe modo di rilevare che Giovanni Paolo II «conosceva la dichiarazione di Helsinki e la utilizzava per chiedere la libertà religiosa. L’Atto finale — proseguiva Silvestrini — portava la firma dell’Unione Sovietica e Giovanni Paolo II ne faceva uno strumento di rivendicazione. Del resto anche Charta 77 in Cecoslovacchia chiedeva la liberta in base all’Atto finale di Helsinki».

Per il cardinale Silvestrini, il nuovo approccio di Giovanni Paolo II verso i Paesi dell’Est europeo segnala la sua «sfida globale: Giovanni Paolo II (…) getta il guanto a questi governi dell’Est perché — scrive nella Redemptor hominis — essi sono legittimi solo se rispettano la libertà e la dignità della persona. In tal modo il Papa dette slancio a Solidarność e infiammò la fierezza di una nazione, che, come diceva il cardinale Wyszyński, avendo avuto confiscate la libertà e sovranità, rivendicava la restituzione della propria dignità storica e cristiana».

A conclusione di questa breve rassegna, appare evidente come la Conferenza di Helsinki sia stata, dai suoi preamboli alle sue conseguenze di lungo periodo, uno di quei momenti della storia in cui — per usare un’espressione cara a Papa Francesco — i protagonisti si preoccuparono più di avviare processi che di occupare spazi. La sua efficacia, diretta e indiretta, proseguì a livello politico e giuridico per tutti gli anni successivi.

Essa costituì storicamente, tra gli anni ’60 e ’70, un fattore centrale per il passaggio da una distensione timida, quasi timorosa, nei rapporti internazionali a un coraggioso impegno verso la pace e il consolidamento dei diritti umani universali in tutti gli Stati europei. Essa mostrò così nei fatti che il dialogo, quando è sincero e animato da buona volontà, costituisce realmente “l’arma” più potente per edificare una pace che non sia mera assenza di conflitti, ma anzitutto affermazione della dignità trascendente di ogni essere umano.

Siamo grati al cardinale Silvestrini per il contributo che egli ha offerto a questa Conferenza. Grazie.

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