Spagna: la Chiesa negli ultimi 80 anni / 1

di: Francesco Strazzari

Cinquant’anni fa prendeva il via la Conferenza episcopale spagnola. La rivista Vida Nueva pubblica un interessante e documentato dossier a firma del vescovo di Ciudad Rodrigo, Raul Berzosa, che ripercorre le vicende della Chiesa spagnola negli ultimi ottant’anni, partendo dall’inizio della Seconda Repubblica (14 aprile 1931).

vicende della Chiesa spagnola negli ultimi ottant’anni

Raul Berzosa, vescovo di Ciudad Rodrigo

La Santa Sede invitò i cattolici spagnoli ad accettare il nuovo regime, il quale, però, incominciò a “perseguitare” la gerarchia. Furono mandati in esilio il card. Pedro Segura e il vescovo di Vittoria, Matteo Mugica. Furono dati alle fiamme 107 conventi e chiese in dieci città spagnole.

Il problematico rapporto Stato-Chiesa

La nuova Costituzione fu approvata il 9 dicembre del 1931, mandando all’aria il concordato del 1851. Venivano proclamate la aconfessionalità dello Stato, la libertà di coscienza e la pratica di qualsiasi religione che rispetti la morale pubblica. L’art 41 introduceva il divorzio e l’art. 46 proclamava l’insegnamento laicista. Funesto l’art. 26 che prendeva di mira gli ordini religiosi, restringendo diritti e proprietà.

Approvata la Costituzione, i vescovi spagnoli pubblicarono sei comunicati collettivi. Si mostravano pazienti, rispettosi e moderati, ma denunciando nel contempo alcuni aspetti preoccupanti: l’esclusione della Chiesa dalla vita pubblica, la negazione della sua libertà interna, la discriminazione dei cattolici e i tagli dei mezzi economici. Di particolare gravità erano la lotta contro l’insegnamento religioso, l’imposizione del matrimonio civile e la soppressione delle congregazioni religiose. Era – secondo i vescovi – una Costituzione «vendicativa». Chiedevano comunque ai cattolici di lottare con mezzi legittimi contro una legislazione di parte.

Nel 1933 si tennero le elezioni, che furono vinte dal centro-destra. Durante la rivolta operaia del 1934, nelle Asturie furono assassinati 33 religiosi e sacerdoti. Nel 1936 vinse le elezioni il Fronte Popolare con un’ampia coalizione di sinistre. Si intensificarono gli attacchi al clero e ai religiosi.

Negli anni della Seconda Repubblica (1931-36) si voleva smantellare la Chiesa, considerata uno dei pilastri della Spagna antica. Vi era lo scopo di rimuovere la concezione cattolica della vita con una Costituzione che toccava le grosse questioni: separazione Stato-Chiesa, limitazioni alla libertà religiosa, nazionalizzazione dei beni ecclesiastici e promozione di un insegnamento laicista, ma anche questioni minori, come la restrizione del culto, la secolarizzazione dei cimiteri, il matrimonio civile…

Nonostante tutto, i vescovi chiedevano di avere rispetto nei confronti del governo. Ma questo laicismo aggressivo portò i cattolici a unirsi. Il clero non aveva simpatie per formazioni fascistoidi e la gran massa dei contadini e degli operai era nel fondo anticlericale. Impressionanti i dati: in questo periodo furono assassinati la quinta parte dei vescovi, il 12% del clero regolare e il 14% del clero secolare. Le leggi repubblicane ostili alla Chiesa paradossalmente diedero inizio all’erosione della Seconda Repubblica. La guerra civile fu intesa come una forte crociata per ristabilire l’ordine.

Il 1° luglio del 1937 l’episcopato spagnolo uscì con una lettera collettiva appoggiando la crociata. Dal 1936 al 1939 la Chiesa si trovò nel dilemma di vedersi perseguitata e profanata o difesa e manipolata. A partire dagli anni ’40, andò formandosi il cosiddetto “nazional-cattolicesimo” del dopo guerra (unione regime- Chiesa), con la vocazione apostolica e l’impeto missionario di trasformare la società spagnola in ordine a un cattolicesimo autentico. Ciò comportava l’esclusione di ogni altra forma sociopolitica.

Secondo Julian Marias, si trattava di un cattolicesimo «insaziabile, orgoglioso e intollerante». Si alzarono voci di vescovi e del nunzio Ildebrando Antoniutti contro una politica sempre più ostile, discriminatoria e umiliante. Ne fece le spese il card. Vidal i Barraquer, arcivescovo di Tarragona, al quale il governo non permise di ritornare in Spagna. Anche il nunzio, Gaetano Cicognani, manifestò la sua opposizione critica nei confronti di un totalitarismo di influsso nazista che minacciava la Spagna.

Terminata la guerra civile, restavano sul tappeto quattro problemi, secondo José Maria Garcia Escudero: il conflitto sociale delle “due Spagne”; la semplificazione politica e la debilitazione legale dei nazionalismi, particolarmente nei Paesi Baschi e in Catalogna; il peso del totalitarismo e dell’autoritarismo politico; il silenzio sulle atrocità commesse. Il franchismo si può riassumente in questi principi: autarchia politica, riforma agraria, intervenzionismo e industrializzazione forzata per sostituire le importazioni, corporativismo sindacale e rifiuto del pluralismo. Il regime franchista vedeva nella Chiesa – alla fine della seconda guerra mondiale – un alleato affidabile per la legittimazione del regime a livello internazionale.

Nel 1953 si firmò il concordato tra la Santa Sede e lo Stato. Fu il punto di partenza di una Chiesa che voleva distanziarsi, esigendo il rispetto delle aspirazioni autonomiste degli operai, degli emarginati e degli intellettuali.

 A partire dal 1959 si approvano i nuovi statuti dei movimenti di Azione cattolica. Si aprono nuovi orizzonti. È il tempo dei politici “tecnocrati”, soprattutto provenienti dall’Opus Dei. Nel decennio ’50-‘60 si notano i primi sintomi di una pastorale rinnovata: cursillos, movimenti familiari, “Mondo migliore” di p. Riccardo Lombardi.

Mons. Antonio Montero divide la storia recente della Chiesa spagnola in questi periodi:

  • dal dopo seconda guerra mondiale al concordato del 1953: fede cattolica vissuta con una certa profondità dal popolo; scarsa dissidenza della gerarchia spagnola in rapporto al regime e una certa reticenza pontificia nei confronti del regime franchista;
  • dal concordato al concilio Vaticano II: fioritura di una Chiesa ricca di vocazioni consacrate e consistente organizzazione del laicato;
  • dal concilio fino alla morte di Franco (1965-1975): protagonismo sociale della Chiesa, soprattutto dell’episcopato;
  • i tre mandati socialisti posteriori: una certa rottura tra i valori sociali e quelli religiosi.
L’impatto del Vaticano II

I vescovi spagnoli non brillarono per aperture nel concilio. Erano piuttosto su posizioni conservatrici. Nonostante questo, dichiaravano la loro ferma intenzione di applicare le riforme conciliari e chiedevano con insistenza la collaborazione del popolo. Il card. Vicente Enrique y Tarancon, storica figura della Chiesa spagnola, diceva che nella riforma i passi erano «vacillanti e volontariamente lenti, consapevoli delle peculiarità del nostro popolo, della nostra Chiesa locale…». Vennero pubblicati documenti di notevole importanza sulla libertà religiosa (22 gennaio 1968), sui Principi relativi al sindacalismo; La Chiesa e i poveri (14 luglio 1970), dove l’episcopato espose la propria preoccupazione per le manifestazioni di povertà culturale, materiale, sociale e civica.

Che cosa ha rappresentato il concilio per la Spagna? La risposta è del card. Tarancon: «Anzitutto una sorpresa e un disincanto». Vi era nel Paese una situazione di eccessiva identificazione della Chiesa con il potere politico; il cattolicesimo era un elemento che favoriva ogni tipo di intromissioni e confusioni tra le dimensioni sociopolitiche e il religioso. I problemi erano molti: la non facile assimilazione del concilio, le grandi distanze intergenerazionali o la mancanza di comunicazione fino al rifiuto delle correnti di pensiero moderno.

Il cammino per mettere in atto il concilio fu duro, con tentennamenti, a volte conflitti, e con gravi costi anche personali, con eccessi, deviazioni e omissioni. Il concilio fu comunque essenziale perché i cattolici spagnoli affrontassero la trasformazione sociale, culturale e politica in corso. Numerosi documenti, orientamenti, note, istruzioni o esortazioni pastorali furono le piste di una forte ripresa di attività pastorali.

Il post-concilio fece sparire poco a poco il nazional-cattolicesimo. Fu il periodo dello sganciamento dal regime, ma anche della perdita di rilevanza e di prestigio sociale. Si incominciò a diffondere la pastorale biblica; si accelerarono le riforme liturgiche; si tirarono le conseguenze dall’ecclesiologia della Lumen gentium; si crearono comunità di base e si riformarono i seminari.

I cambi nella Conferenza episcopale

Nel 1972 si rinnovarono gli incarichi all’interno della Conferenza episcopale. Si elesse presidente il card. Tarancon e a sostituire il conservatore José Guerra Campos come segretario fu chiamato Elias Yanes. Tarancon sarà rieletto per ben tre volte.

L’attenzione dell’episcopato era continuamente rivolta alla comunità politica, alla società in rapida trasformazione e alla revisione del concordato del 1953, chiesta soprattutto dall’ala progressista del cattolicesimo spagnolo. In effetti, la Chiesa beneficiava di molti privilegi da parte dello Stato, che riguardavano il culto e il clero esente dal servizio militare, l’immunità dei luoghi sacri, l’esenzione tributaria, l’insegnamento religioso.

Durante la XIX Assemblea della Conferenza episcopale si discussero le problematiche relazioni Chiesa-Stato. La Spagna fu scossa dall’assassinio di Carrero Blanco e dal “caso Anoveros”, il vescovo di Bilbao, espulso per supposto appoggio al nazionalismo basco. Il 17 aprile del 1975 i vescovi pubblicarono la lettera pastorale: La riconciliazione nella Chiesa e nella società, chiedendo garanzie sui diritti di riunione, espressione e associazione.

Il 20 novembre del 1975 muore il gen. Franco, capo dello Stato, il caudillo. Incomincia la  “transizione” a tutti i livelli. La Chiesa continua a sfornare documenti che servono di orientamento al popolo verso la democrazia. Si ricorda la famosa omelia del card. Tarancon nella messa dello Spirito Santo, quando inizia a regnare Juan Carlos. È il periodo del cosiddetto “taranconismo”, che deve fare i conti con una maggiore comprensione pastorale dei nuovi problemi sociali, l’abbandono di privilegi ecclesiastici, la sfida marxista all’interno della stessa Chiesa, da una parte, e l’influenza dell’Opus Dei, dall’altra. La secolarizzazione avanza, i seminari si svuotano, preti e religiosi dicono addio al celibato e ai voti. Dagli 8.021 preti nel 1964 si passa ai 2.500 nel 1974. È un nuovo periodo storico.

(Segue)

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