Spagna: i laici? Ancora in subordine

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Il congresso dei laici spagnoli ha mostrato come sia ancora lunga la strada per un laicato consapevole e protagonista. Ma anche il clero deve cambiare.

Dal 14 al 16 febbraio 2020 si è tenuto a Madrid il congresso dei laici sul tema “Popolo di Dio in uscita”, patrocinato dalla Conferenza episcopale spagnola tramite la Commissione per l’Apostolato secolare. Come risultava dalla presentazione, è stato convocato con l’obiettivo di stimolare il laicato in Spagna partendo dal protagonismo e dalla partecipazione degli laici stessi.

A questo scopo, è stato articolato un processo preliminare di riflessione e di incentivo che doveva essere sviluppato nelle diverse diocesi spagnole su un documento quadro con alcune domande per la riflessione. E ora è intenzione di dar vita a un post-congresso che continui a promuovere il lavoro nelle varie diocesi sugli stessi interrogativi sottolineati. Il congresso, svoltosi prima della pandemia, ha avuto un grande successo di partecipazione per gli organizzatori: 1.867 congressisti in rappresentanza di tutte le diocesi spagnole, movimenti e associazioni laicali, congregazioni religiose e istituti secolari, accompagnati da 70 vescovi e 153 sacerdoti presenti in alcuni momenti durante i due giorni e mezzo.

Quattro aree di lavoro

Oltre ad una presentazione introduttiva e a spazi per la preghiera e la celebrazione, il congresso si è articolato attorno a quattro grandi contenuti o itinerari (primo annuncio, accompagnamento, presenza nella vita pubblica e processi di formazione) che sono stati sviluppati, a partire da una presentazione iniziale, in diversi laboratori dove veniva presentata un’esperienza concreta in relazione con il tema indicato. Infine, c’è stato uno spazio in cui condividere in piccoli gruppi gli inviti relativi agli atteggiamenti da cambiare, ai processi da attivare e quali progetti proporre.

La relazione finale ha cercato di raccogliere gli argomenti più significativi e ne ha sottolineato alcuni:

  • L’identità di tutta la Chiesa e di ciascuna delle sue vocazioni di discepola missionaria, che deve sviluppare la sua azione in un contesto secolare e pluralista.
  • Sinodalità come forma di lavoro necessaria in una Chiesa in uscita.
  • Il protagonismo del laicato all’interno di una Chiesa comunione
  • Il discernimento come atteggiamento fondamentale per rispondere alla chiamata che Dio ci rivolge oggi attraverso la realtà.

Il congresso vuole essere un punto di partenza per articolare il lavoro comune nelle diocesi spagnole in relazione al laicato e – come si vedrà nel documento che sarà presto pubblicato – intende dare continuità sostanzialmente a due temi: l’opzione della sinodalità e il discernimento come metodo di lavoro e lo sviluppo di questi grandi ambiti in tutte le diocesi: primo annuncio, accompagnamento, presenza nella vita pubblica e processi formativi.

In subordine la componente femminile

Come avviene in ogni cosa nella vita, il congresso ha avuto i suoi lati positivi e le sue ambiguità. Faccio una piccola riflessione in base alla mia condizione di laica impegnata da anni nella vita e nell’azione della Chiesa.

L’opportunità di incontrarsi con cristiani e cristiane di tutto il Paese non capita spesso ed è sempre fonte di gioia e di arricchimento. Il mondo laico è ricco e diversificato, ed è evidente in questo tipo di incontri, in cui constati che ci uniscono questioni fondamentali, ma che siamo anche molto diversi quando si tratta di guardare la realtà e articolare le risposte, al punto da sentirti a disagio o distante davanti ad alcune strategie.

Le formulazioni generali sono positive e poco discutibili e rispondono alle grandi sfide e alle linee di azione da sviluppare: chi può oggi negare la necessità di un ruolo di protagonismo del laicato nella vita e nella missione della Chiesa? Chi rinuncerà al discernimento come atteggiamento per muoversi nella vita volendo essere disceopolo di Gesù? Chi prenderà le distanze dall’opzione di una Chiesa missionaria, ignorando la chiamata di papa Francesco e della realtà stessa? Non sono domande nuove; parliamo delle stesse cose da diversi decenni.

Il problema sta in genere nelle sfumature e nelle concretizzazioni dei grandi enunciati.

Comincio dalle questioni di immagine, che in realtà è il linguaggio dominante del nostro tempo e, quindi, a volte senza volerlo, dice molte cose su chi siamo. In un congresso del laicato che sottolinea una Chiesa di comunione, i ministri ordinati, soprattutto i vescovi, occupavano sempre il posto più visibile e formavano un gruppo a parte. In nessun momento stavano seduti tra la gente, con le persone che rappresentavano le loro diocesi, salvo qualche onorevole eccezione.

D’altra parte, negli spazi comuni (conferenze, eucaristie…) non è stato usato in nessuna occasione un linguaggio inclusivo, che oggi è il minimo che si può chiedere se si vuole che la questione di genere non susciti irritazione. Ed è stato molto significativo che, pur essendo le donne a costituire in maniera stragrande il tessuto ecclesiale, la presenza dei laici maschi sia stata preponderante nel congresso: come sempre, quando si tratta di rappresentare l’insieme o dare responsabilità, si continua a pensare agli uomini.

D’altra parte, mi colpisce che, negli ultimi tempi, la parola corresponsabilità sia stata sostituita dal termine sinodalità. Mi auguro sia una questione di parole e non abbia a che fare con la riduzione della libertà che il quadro canonico suppone quando si tratta di proporre spazi in cui incontrarsi, confrontarsi e decidere insieme, né che vi sia la volontà di ridefinire la partecipazione del laicato come possibilità di esprimere un’opinione ma non di coinvolgimento per un vero discernimento che giunga a decisioni condivise, dal momento che non si parla di questioni dottrinali ma di questioni pastorali che cercano di rispondere adeguatamente ai bisogni della nostra realtà.

Ancora in ombra il ruolo laicale

Il protagonismo laicale continua ad essere una sfida in sospeso nella nostra Chiesa. In primo luogo, da parte dello stesso laicato che deve continuare a crescere nella consapevolezza della propria identità e responsabilità; da qui la necessità dei processi di formazione e di accompagnamento richiesti nel congresso.

Ma anche da parte del ministero ordinato, perché al suo interno continua a prevalere l’interpretazione della necessità della partecipazione dei laici in chiave di supplenza e, quindi, in modo occasionale, determinato dal numero insufficiente di membri del clero. Non è questo il modo giusto di prendere sul serio l’ecclesiologia del Vaticano II, né è adeguato alla realtà sociale che condividiamo, che non tollera forme autoritarie e poco dialogiche.

In un altro ordine di cose, la presenza pubblica del laicato è una questione problematica se davvero scommettiamo su un laicato protagonista e responsabile. La tendenza a identificare la fede con alcune ideologie e partiti non contribuisce all’autonomia dei laici in questo ambito né ad un’immagine di neutralità politica della Chiesa spagnola.

Molte volte noi cristiani, in una cultura come quella attuale, possiamo trovarci nella necessità di distinguere tra ciò che è legale come etica del minimo necessario a regolare la convivenza, e l’etica del massimo proposta dal Vangelo, desiderabile ma non richiesta a tutti.

Vogliamo davvero dei cattolici che siano coinvolti nella vita pubblica e che possano avere su alcune questioni un’opinione diversa da quella dei loro vescovi?

Infine, nel campo del primo annuncio ci troviamo di fronte a una grande sfida e a una grande difficoltà e mancanza di idee su come affrontarla. I vescovi possono contribuire offrendo un’immagine di Chiesa accogliente, aperta al dialogo e impegnata con i più deboli.

In sintesi, il congresso ha offerto poche novità: sono anni che insistiamo sulla necessità di una Chiesa comunitaria, con un laicato formato e corresponsabile, che sia testimone di un’esperienza personale, e strutture pastorali incentrate sulla proposta del Vangelo alle persone di oggi. Speriamo che serva a rafforzare i passi compiuti e a procedere con il vento dello Spirito, confortati, questo sì, dalla convinzione di camminare verso lo stesso orizzonte.

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