Su Ratzinger: non è magistero

di: Ghislain Lafont

Come ha accolto il testo del papa emerito?

«Senza sorpresa. Mi sembra che il saggio del papa emerito riassuma in qualche pagina l’essenziale del suo sguardo sulla storia recente della Chiesa e del mondo, del suo giudizio sulle correnti teologiche che hanno attraversato questo periodo, della sua visione teologica in generale.

Non mi ha stupito perché non offre niente di originale in rapporto al pensiero e agli atti del teologo, del cardinale e del papa allora in esercizio».

Quali gli elementi l’hanno più colpito in un testo che vuole essere un apporto rispetto alla crisi attuale della Chiesa?

«Non ne sono stato turbato. Ma riconosco di esserlo stato, e profondamente, in occasione di diverse posizioni  che l’autore ha preso durante la sua vita.  Dagli anni ’70 col suo rifiuto netto della liturgia di Paolo VI (malgrado l’autorità magisteriale maggiore relativa alla promulgazione di questa regola della preghiera della Chiesa) fino, verso la fine del suo pontificato, al suo invito a restringere l’universalità della salvezza con una traduzione restrittiva del pro multis del canone della messa: non “per tutti”, ma “per molti”.

Credo che Joseph Ratzinger, discepolo di sant’Agostino e san Bonaventura, si è lasciato prendere dal pessimismo di questi grandi autori neoplatonici, per altro anche grandi mistici. Sono tentato di dire che abbiamo avuto un cardinale e poi un papa un po’ giansenista, mentre avremmo bisogno di un discepolo di san Tommaso: conoscitore come pochi della Scrittura e della tradizione dei Padri, ma, allo stesso tempo, filosofo, audace, interessato all’evoluzione della cultura, ottimista sulla libertà umana.

Il san Tommaso di Marie-Dominique Chenu, di Etienne Gilson, di Umberto Eco! Lui che era stato all’inizio appassionato del concilio, nel maggio del ’68, si sarebbe attrezzato per fornirne un discernimento senza pietà».

Con rispetto e libertà

Il testo ha uno sguardo senza concessioni sulla teologia morale post-concilare (e sui teologi). Non è esagerato?

«Che nel periodo di cui parla Benedetto XVI ci siano stati degli eccessi non solo morali ma intellettuali nel mondo come nella Chiesa è fuori discussione. Ce ne sono sempre stati nelle epoche dei grandi cambiamenti. Ne ho sofferto anch’io e non ho trovato subito come reagire in maniera aperta alle prospettive inedite che lo stesso concilio non aveva previsto.

Ma credo che sia vero il proverbio:  “il rumore non fa del bene, il bene non fa rumore”. Se ci sono stati degli eccessi brucianti, c’è stato anche un lavoro in profondità, una apertura alle scienze umane, una rilettura intelligente delle categorie classiche e questo ha portato frutto. Non sono un teologo morale, ma mi vengono sulle labbra i nomi dell’epoca postconciliare: Bernard Haering, René Simon, Xavier Thévenot, Servais Pïnckaers, Marc Oraison, Eric Fuchs … Ce ne sono stati certamente altri al di là dei confini francofoni.

Vi erano anche riviste di ottimo livello. Penso a Supplément de la Vie Spirituelle … No, non ho l’impressione che la teologia morale sia stata decadente. Essa era in ricerca».

Con un testo come questo non viviamo una crisi magisteriale? Non dobbiamo riflettere sull’emeritato del papa, sulla maniera in cui viverlo?

«Non penso proprio che viviamo una crisi magisteriale. Un papa emerito non ha più autorità magisteriale, come del resto un prefetto emerito della Congregazione della dottrina della fede. Il comportamento pubblico di Benedetto XV dopo le sue dimissioni è stato esemplare: ha mantenuto il silenzio e per questo documento, il primo reso pubblico dopo il 2013, si è assicurato in precedenza l’accordo per la pubblicazione da parte di papa Francesco e del cardinale segretario di stato.

Essendo stato il primo, contrariamente al suo predecessore, a sanzionare gli abusi sessuali del clero, aveva il diritto morale ad esprimersi su tale argomento se lo riteneva utile. Quello che ha scritto va riversato in questo triste dossier. Il lettore ha il dovere di riceverlo con rispetto ma anche il diritto di valutarlo secondo il proprio giudizio. In ogni caso non è un documento magisteriale».

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