Sull’idea di anniversario: 31 ottobre 1517-2017

di: Ghislain Lafont

Il 31 ottobre 2017 ricorrono 500 anni dalla data in cui Martin Lutero rese pubbliche le sue famose 95 tesi, che originarono il movimento poi definito della Riforma protestante. Lo stesso giorno si concludono le celebrazioni del cinquecentesimo anniversario che, per la prima volta, a 50 anni dal Concilio Vaticano II, ha conosciuto la prima commemorazione comune tra luterani e cattolici. Il testo che qui riprendiamo fa parte di un volume del teologo benedettino Ghislain Lafont (Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco) in uscita per le Edizioni dehoniane di Bologna (EDB), curato da Francesco Strazzari, collaboratore di SettimanaNews. Lo anticipiamo per gentile concessione dell’autore e dell’editore.

lutero

Il risalto offerto alla misericordia incide sul progresso di un atteggiamento religioso autentico e condiviso in questo nostro mondo? Vorrei fare alcune riflessioni a riguardo. Scrivo mentre inizia il quinto centenario della Riforma. Un anniversario importante, ma non il solo. Come affrontarlo?

La festa

Il linguaggio comune parla di «festeggiare» un anniversario o di «celebrarlo». L’anniversario dà luogo a festeggiamenti collettivi, civili, familiari, religiosi e quindi a dei gesti simbolici che valorizzano, più o meno solennemente, una persona o un avvenimento. La memoria si rivolge a un inizio, principio di vita, di felicità, di azione di grazie e nello stesso tempo si volge verso un futuro che compirà le promesse dell’inizio: ad multos annos! Essa è ringraziamento per il passato e speranza di un avvenire. La festa è una manifestazione dell’eccesso di senso misteriosamente presente fin dagli inizi, che si è sviluppato e rivelato in seguito e che racchiude ancora oggi delle promesse. È grazie alla festa che l’inizio si manifesta nella sua verità, ancora nascosta agli esordi ma poco a poco rivelata alla luce di quanto è successo. Il presente, aperto alla speranza del futuro, è esegesi dell’inizio. Quanto è seguito fa comprendere e ammirare l’origine.

Ma occorre aggiungere qualcosa. Questo ritorno indietro e questo volgersi in avanti sono possibili solo se l’intervallo tra gli inizi e il presente è globalmente positivo, se si può riconoscerlo, nominarlo, raccontarlo. Altrimenti si dimentica, o perfino si rinnega l’inizio: «Sia maledetto il giorno della mia nascita», dice Giobbe. Non c’è festa. Nella celebrazione festiva, al contrario, si nasconde spontaneamente ciò che agli esordi e in seguito è stato negativo: quanto non ha corrisposto a quello che si attendeva, quanto ha ostacolato uno sviluppo armonioso, quanto ha rivelato debolezze originali che non si erano viste. Il negativo è venuto da avvenimenti, ma forse ancora di più dagli uomini. Non lo si nega, ma o lo si dimentica (almeno durante il tempo dei festeggiamenti), o lo si trasfigura: bisognava che anche questo, sofferenza, fallimento, errore, carenza, avvenisse perché si arrivasse dove ci si trova. Forse lo si conserva silenziosamente nella memoria, più come una messa in guardia per il futuro che non per deplorare il passato: non ripetere gli stessi errori, gestire meglio le difficoltà del presente.

La festa, infine, non è necessariamente per tutti: se una parte della famiglia non è in armonia con l’altra, non si unirà certo a un anniversario di nascita o di matrimonio. Non ricordo più come venne in mente a chi allora era abate del mio monastero di far servire del vino in refettorio il 14 luglio, per celebrare in modo discreto la Rivoluzione francese! Un fratello di nobile origine ha fatto allora sapere che non avrebbe bevuto vino quel giorno: sarebbe stata quella un’offesa alla memoria dei suoi avi spogliati, esiliati, ghigliottinati. Come non capire una simile reazione? Per quanto concerne il nostro tema – la celebrazione degli inizi della Riforma protestante – una nobile figura della Chiesa cattolica, il cardinale Klaus Müller, ha recentemente dichiarato: «Noi cattolici non abbiamo alcun motivo per celebrare il 31 ottobre 1517, data che segna l’inizio della Riforma e che portò alla rottura del cristianesimo occidentale».[1]

Si può forse contraddirlo se la Riforma è soltanto (o soprattutto) l’origine di questa rottura? In modo analogo, ci si potrebbe domandare se le comunità nate dalla Riforma si sentiranno di celebrare nel 2045 il quinto centenario dell’apertura del concilio di Trento. Non dobbiamo allargare un po’ lo sguardo?

La prospettiva dell’amore misericordioso

È vero che in un passato anche recente questi avvenimenti erano letti sul versante cattolico con la lente della rottura nello svolgimento della storia: una catastrofe generatrice di male che aveva dato luogo ad anatemi e condanne all’inferno. Oggi, quindi, giorno di lutto, non di festa; giorno di ripetizione almeno implicita dell’anatema. E lo stesso valeva dall’altra parte!

Se però, seguendo i papi Benedetto e Francesco, mettiamo l’amore e la misericordia al principio della nostra fede in Dio, poniamo un nuovo criterio di interpretazione della storia nel suo insieme. Una luce che rischiara come nuovo giorno la successione degli avvenimenti; il che significa, alla luce di questa misericordia fondatrice, che li vediamo adesso in modo diverso, come tappe alla fine positive del disegno di salvezza. Il negativo veniva in parte anche dal fatto che si giudicava e che si agiva prima in funzione di riferimenti diversi. Si potrebbe fare il tentativo di pensare, o di pregare questi fenomeni di rottura, per discernere la «maniera di Dio». Oggi si avverte meglio che Dio, nel suo silenzio («le acque di Siloe, che scorrono piano», Is 8,6), promuove il positivo, vede nel profondo dei cuori, unisce alla passione di suo Figlio il male e la sofferenza, attende conversioni che sollecita e sostiene. In altre parole, Dio si conforma al suo essere profondo che è «misericordia».

Misericordia vuol dire, in negativo, che Dio perdona il peccato, cosa che suscita la gratitudine, la lode e una vigilanza serena. In positivo, che egli inclina il volere dell’uomo verso il bene che è in grado di discernere. In altre parole, «Dio fa concorrere tutto al bene dei suoi eletti anche il peccato» (Claudel, epigrafe alla Scarpina di raso). Dio fa crescere il «popolo umile e povero» di cui parla il profeta Sofonia a partire da tutti i popoli della terra. Egli dà tempo al tempo affinché, poco alla volta, gli uomini arrivino alla loro maturità, attraverso molti errori e insufficienze. Egli ispira a ciascuno il minimo d’amore necessario perché possa prendere parte alla costruzione di questo popolo.

Anniversari che hanno segnato la storia

Nel 1989 si è festeggiato il secondo centenario della Rivoluzione francese. Il 2017 segna il mezzo millennio della Riforma (un quarto dell’era cristiana!). Nel 1954, si faceva memoria di quasi mille anni dalla rottura tra Costantinopoli e Roma e sono stati pubblicati due grossi volumi da parte cattolica con il titolo: Novecento anni dopo. Era prima del Concilio. Penso che oggi un’opera simile avrebbe compreso anche studi provenienti dal mondo dell’Ortodossia. Nel 2022, sarà il quattordicesimo centenario dell’Egira, inizio dell’espansione musulmana. Avvenimenti religiosi che sono avvenimenti della storia universale, perché hanno segnato in modo durevole il seguito, sia nello spazio più ristretto dell’Europa e del vicino Oriente sia nel mondo intero.

Affinché questi anniversari abbiano una portata universale sarebbe necessario che ci si mettesse d’accordo sull’aspetto complessivamente positivo e promettente degli avvenimenti.

Anticipiamo il 2022, quattordicesimo anniversario dell’Egira. Tutto fa pensare che il papa di Roma invierà un telegramma a qualche grande dignitario dell’islam e forse una delegazione che presenzierà alle cerimonie dell’anniversario. Se non lo fa, se il patriarca di Alessandria si astiene, sarà il segno che la parte dura dell’islam ha preso il sopravvento e intende proseguire la guerra santa contro tutti coloro che si oppongono alla confessione di fede islamica, in particolare i cristiani. Saremmo allora tornati indietro. Se, invece, un islam ragionevole avrà preso il sopravvento, in occasione di questo centenario avremo uno scambio di buone prassi, come si è avuto sotto Giovanni Paolo II, ad esempio, nel corso della sua visita in Marocco nel 1995.

Che significato avrebbero queste «buone prassi»? Il fatto che la Chiesa cristiana riconosce i valori dell’islam; che essa è in grado di apprezzare il contributo della fede islamica alla diffusione del monoteismo nel mondo, alla valorizzazione concreta della preghiera, dell’elemosina, del digiuno; che la Chiesa è pronta ad allearsi in uno sforzo di promozione di valori religiosi e umani comuni. In altre parole, si lascerà il versante polemico, guerriero, dei rapporti tra islam e cristianesimo: le crociate, da un lato, le conquiste dell’islam, dall’altro (arrestate in Europa dalla vittoria di Jan Sobieski a Vienna nel 1686).

Detto altrimenti: si cercherà, nella misura del possibile, di contribuire insieme alla pace in Medio Oriente e nell’Asia del Sud. Se ci fosse malauguratamente una recrudescenza violenta da parte dell’islam, le Chiese cristiane non cercheranno di difendersi con nuove crociate. Significa forse che la Chiesa che si trova oggi di fronte all’islam non è più la stessa di Pio V, che benediceva le galere di Lepanto e si rallegrava della loro vittoria?

Quale Chiesa?

È una comunità che sostenendosi a una visione rinnovata della speranza intende riconoscere dovunque i fattori di vita; è una comunità che alla fine si fa di Dio un’idea positiva e si sforza di dare della storia del mondo, o delle storie particolari, una lettura non ingenua, ma conforme al vangelo. In questa direzione, si sottolineerà che l’islam ha diffuso nel mondo il riconoscimento dell’unicità di Dio insieme a elementi essenziali dell’esistenza umana: la preghiera costante, l’elemosina, il digiuno. E, per tornare all’Ortodossia e alla Riforma, si dirà che l’Oriente cristiano, soggiogato dalla passione guerriera dell’islam, ha mantenuto, solo nel suo spazio, il vangelo e la liturgia della risurrezione. Dei tre pilastri della Riforma, Scrittura, fede, grazia, si dirà che hanno rafforzato tanti cristiani occidentali nel loro cammino verso Dio. Della Chiesa cattolica, infine, che si è mostrata solida nelle sue strutture e preoccupata della mistica; che è stata capace di resistere alle forze deleterie della modernità e poi di assumerne le culture, spinta dalla missione, sempre e di nuovo ripensata.

Probabilmente è questo che Dio vede. Sicuramente è quello che fa. Il negativo è sin troppo visibile («il rumore non fa bene, il bene non fa rumore»), doloroso, a volte sconfortante. Ma gli occhi della fede sono invitati a vedere il vangelo e a seguire i suoi percorsi, che sono cammini di perseveranza e di riconciliazione dentro l’orizzonte del Regno che viene. Non è forse quello che il concilio Vaticano II ci ha proposto attraverso il decreto Unitatis redintegratio e la dichiarazione Nostra aetate?

[1] Citato su La Croix, 10.4.2016.

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