Teheran: il vescovo non è ancora arrivato

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La diocesi di Teheran-Ispahan dei latini (Iran) è ancora senza vescovo dopo la rinuncia (nel 2015) di mons. Ignazio Bedini. Il suo successore, mons. Dominique Mathieu, ordinato il 16 febbraio 2021, non ha ancora potuto entrare nel Paese. Con conseguenze deleterie come la negazione del visto di soggiorno alla settantacinquenne suor Giuseppina Berti, delle Figlie della Carità, per 26 anni attiva nel lebbrosario di Tabriz. Una testimonianza dall’Iran che riceviamo e pubblichiamo.

Cara SettimanaNews,

spero che stiate bene. Io sto bene, dopo essermi beccato il Covid un paio di settimane dal mio arrivo in Iran ed esserne guarito, senza medicine speciali né ospedali, grazie a Dio. Qui in Iran non si capisce se il virus fa molte vittime o poche; come nel resto del mondo. Intanto si tira avanti.

Il nuovo vescovo col suo bel barbone bianco è ancora di là da venire. Io sospettavo che il Vaticano non volesse risolvere la nostra situazione: loro pensano che, per far funzionare una diocesi, basta eleggere un buon vescovo. Se avessero fatto vescovo don Franco Pirisi (come ci era stato promesso), a quest’ora la vita della diocesi sarebbe già sistemata. Però, in questo modo, le cose andranno per le lunghe.

Il nuovo vescovo, se vuole mangiare, dovrà andare al ristorante oppure deve imparare a fare il cuoco, come del resto faceva mons. Bedini; se vuole celebrare, deve farsi il vino, come del resto faceva mons. Bedini (cioè comprarsi l’uva in autunno e imparare a fare il vino); se vuole ottenere i visti di permanenza, dovrà aggiustarsi con le autorità della polizia, sperando che incontri qualcuno che parla inglese… e ti potrei fare una lista di cose che deve fare da solo. Mi direte: ma non c’è nessuno che aiuti questo povero cristo? Io non ne conosco.

Tu penseresti che io posso aiutarlo. E come? Per andare da casa mia alla residenza del vescovo, mi ci vorrebbero due orette e poi, io non posso muovermi, perché oltre l’età (87 anni), non posso affrontare l’inquinamento atmosferico che a Teheran miete più di un centinaio di vittime al giorno, specie tra i vecchi e i bambini. Se il Vaticano voleva mettere in difficoltà una Chiesa, stavolta c’è riuscito in pieno.

I missionari che c’erano prima del disastro combinato da colui che, battendo i pugni sul tavolo, diceva di essere il papa in Iran, se ne sono andati, perché le autorità della questura rinnovano il permesso di soggiorno se il vescovo ne fa domanda. Altrimenti esse deducono che qui in Iran i preti non sono necessari.

Ecco la ragione per cui il nuovo vescovo non ha ancora il visto di entrata in Iran. E chi può far cambiare il parere agli ufficiali di polizia? Se il nunzio non ha fatto la domanda prevista – come avrebbe dovuto –, le autorità governative non hanno motivo di pensare che la situazione della Chiesa sia cambiata.

Prima si poteva far rimanere i missionari, ma, una volta venuti via, si potrà farli rientrare? Anche perché i superiori delle varie congregazioni religiose non vogliono che un missionario viva da solo, ma vogliono avere una comunità, cioè un gruppo di almeno tre religiosi. Ma con le premesse poste dall’ex nunzio, la cosa non è facile da farsi.

E poi, come si fa per la lingua? Tutti i missionari di prima conoscevano il persiano. Ora mi venite a dire che il nuovo vescovo conosce quattro o sei lingue: per la sua missione gli saranno utili come la conoscenza del calcolo infinitesimale. Se manca il persiano, il resto non serve. A Roma pensano di risolvere le cose, eleggendo un buon capitano; ma se il motore della nave non c’è, se manca il carburante, se non ci sono marinai… il capitano ha un bel comandare e fischiare; la nave non si muove. C’è qualcuno a Roma che lo capisce?

Per tornare alla situazione di due anni fa, ci vorranno almeno una dozzina d’anni, ad essere ottimisti, Non basta pitturare la nave di bianco per renderla efficiente. A Roma sanno cos’è una missione? Lo sanno che non basta una scartoffia con quattro firme e due timbri per organizzare una missione?

Anche i caldei non sono in una situazione migliore. Non hanno il vescovo da un paio d’anni e i due preti che stanno nella cattedrale a Teheran sono stati dimenticati nel modo più assoluto.

Quanto a suore, ne abbiamo cinque (le altre sono morte), due italiane, una austriaca e due iraniane. Solo le due iraniane sono in grado di lavorare (o meglio di respirare ancora, perché le altre hanno passato i novanta).

Formare un missionario non significa inviare uno all’estero allo sbaraglio: oggi un missionario è uno specialista; ci vogliono anni per formarlo, specie per i paesi islamici. Quanti di loro hanno letto il Corano? Quanti conoscono la differenza tra sunniti e sciiti? Quanti si sono istruiti sul sufismo o la mistica islamica? Ora che qui in Iran non è rimasto più nessuno, si può ancora pensare di rimettere in piedi una diocesi fondata cinquecento anni fa e ridotta a zero in sette anni?

Un proverbio persiano dice che, per buttare un masso in un pozzo, basta un solo imbecille, ma per tirarlo fuori non sono sufficienti cento saggi. Avevamo la proprietà di scuole e terreni; alcuni di questi beni furono alienati durante il periodo della precedente nunziatura. Ma a Roma questo non lo sanno o fanno finta di non saperlo.

Io penso di tornare in Italia la prima settimana di luglio; e poi mia moglie non è del parere che io torni in Iran. Vedremo come si metteranno le cose.

Già questa volta sono riuscito appena appena a venire, perché non potevo stare in piedi: mi dovevano sostenere a causa delle vertigini.

Intanto sono occupato nel comporre un’opera in due volumi (il primo è già terminato e rilegato in cinque copie (700 pagine in persiano): è un corso di teologia adatto alla mentalità matematica e logica dei giovani studenti iraniani. Per ora nessuno si preoccupa di adoperarlo, eccetto il parroco caldeo che lo trova utile, perché contiene una terminologia cristiana persiana inesistente altrove. (Lo sapete che qui non abbiamo un termine per dire eucaristia? Io ho scelto il modo di dire di Tomaso d’Aquino: panis vivus; ma i mullà che fanno testo dicono coena dominica. Per dire “benedizione eucaristica”, dicono “la benedizione della cena del Signore”. Chiaro no? Anche se è ambiguo).

Anche il vescovo caldeo che è stato allontanato dalla diocesi e adesso si trova in Turchia (per colpa di chi? non è difficile indovinarlo) trovava il mio testo utile per la predicazione. Per il secondo volume, anch’esso di circa 700 pagine che sono già quasi finite, devo aspettare di venire in Italia, dove posso lavorare con più tranquillità.

Quanta propaganda si è fatta da personaggi in rosso, per la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica (che, del resto, ho tradotto io dal latino in persiano, parola per parola, perché la traduzione fatta dai mullà miei alunni era tutta sbagliata). Ma l’importante è far pubblicità e salvare la faccia, non salvare le anime… Intanto, quel Catechismo ufficiale della Chiesa cattolica nessuno lo usa né lo cita.

Sembra che il buon Dio ci abbia abbandonati. Ma non è così: sta solo dormendo nella barca.

Un abbraccio affettuoso e, se sono poco fiducioso nelle autorità vaticane, vorrei tanto che mi dimostraste il contrario.

Preghiamo che il Signore ci assista.

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