H. Tincq: I timori dei cattolici francesi

di: Jérôme Cordelier - Thomas Mahler

È appena uscito in Francia il libro di Henri Tincq La Grande Peur des catholiques de France (Grasset, 2018, p. 208). È un grido che gli esce dal cuore in cui afferma di non riconoscere più la sua Chiesa per la deriva conservatrice, se non addirittura reazionaria, che egli vede presente.

Tincq è giornalista, oltre che autore di numerosi libri e saggi. Grande specialista delle religioni, dopo aver lavorato a La Croix dal 1985 al 2008, è stato responsabile per oltre vent’anni dell’informazione religiosa per il quotidiano Le Monde. Attualmente è editorialista di Slate on-line.

A suo parere, il fatto che, nel 2017, più di un terzo dei cattolici praticanti francesi ha votato per Marine Le Pen al secondo turno dell’elezione presidenziale è il segno di una tentazione “cattolico-identitaria” di una parte della Chiesa francese.

Impietrita dal crollo degli effettivi (la metà dei preti francesi in attività ha più di 75 anni), smarrita di fronte all’islam e ad una laicità giudicata sempre più ostile, la Chiesa si starebbe ripiegando su una contro-società ostile alla modernità e agli sviluppi in materia di costumi.

Mentre al vertice papa Francesco incarna un cattolicesimo aperto e progressista, le idee della galassia tradizionalista e identitaria – sostenute da cardinali rigoristi come Gerhard Müller, Raymond Leo Burke e Robert Sarah, e diffuse da una frangia ultra della “Manif pour tous” – (Associazione nata in Francia nel 2012 con la finalità di promuovere il matrimonio esclusivamente eterosessuale, l’adozione di bambini da parte di famiglie esclusivamente eterosessuali e la libertà di espressione in opposizione alla legge anti-omofobia) e incarnate da Marion Maréchal-Le Pen – attirerebbero a sé un numero sempre maggiore di fedeli.

È stato intervistato da Jérôme Cordelier e Thomas Mahler per Le Point, settimanale di politica e di informazione con sede a Parigi.

Riportiamo l’intervista con alcune abbreviazioni.

 

Concilio Vaticano II

Una sessione del Concilio Vaticano II

 – Lei scrive fin dall’inizio nel suo libro: «Non riconosco più la mia Chiesa». Perché questo grido del cuore?

Appartengo a una generazione di cattolici cresciuti nell’età dell’oro dei famosi movimenti dell’Azione Cattolica, che volevano testimoniare la loro fede nella società, senza un’eccessiva ricerca della visibilità e senza proselitismo; alla generazione delle grandi riforme del concilio Vaticano II (1962-1965) che aveva invitato i fedeli a uscire dal sistema di “cristianità” del passato, ad aprirsi al mondo moderno, e ad entrare in dialogo con le altre religioni – ebraismo, islam, protestantesimo – un tempo ignorate, e persino combattute, e con i non credenti. Un cattolicesimo missionario, progressista, ecumenico che ha dato origine a generazioni di sindacalisti militanti, politici, associati e ha plasmato personalità come Jacques Delors, Michel Debatisse nel mondo agricolo, Edmond Maire in quello sindacale.

Venivamo da una “matrice” cattolica e andavamo verso gli altri. Oggi è in atto il processo inverso: giovani credenti provenienti da un mondo non cattolico vanno a cercare nella Chiesa dei modelli rassicuranti e visibili di identificazione, delle convinzioni, dei valori e un significato alla vita che non trovano altrove. Nella mia gioventù si passava dalla Chiesa al mondo. Oggi si viene da un mondo secolarizzato e si entra nella Chiesa.

– Nel suo libro lei ricorda che circa un cattolico praticante su due (48%) ha votato François Fillon nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017 e il 38% per Marine Le Pen nel secondo turno. Come giudica questi dati?
Sono numeri che mi hanno sorpreso e, come credente, mi hanno raggelato. Non ignoro che l’elettorato cattolico ha sempre votato a grande maggioranza per il centro o per una destra gollista e moderata. Ma il fatto che la grande maggioranza dei cattolici praticanti, nel 2017, si sia schierata per la candidatura di un François Fillon, la cui immagine “morale” era degradata e difendeva un programma di austerità giudicato piuttosto anti-sociale ha suscitato molti interrogativi. Più ancora, quando si sa che nel secondo turno, il 38% dei cattolici praticanti (quasi 4 su 10!) hanno votato per Marine Le Pen. Quindici anni fa, solo il 17% aveva dato il suo voto a Jean-Marie Le Pen a fronte di Jacques Chirac. Si è prodotta una incontestabile crescita di elettori cattolici nel campo frontista.

– Come lo spiega?

C’è sempre stata, nel Fronte Nazionale, una forte corrente “nazional-cattolica”, espressa da Marion Maréchal-Le Pen, “cattolica praticante”, che ha manifestato contro il matrimonio per tutti e l’aborto, più “cattolica compatibile” di sua zia. Marine Le Pen è molto più laica, ma la sua politica di “de-diabolizzazione” è riuscita a rassicurare un elettorato tradizionale cattolico.

È anche chiaro che la candidatura di Emmanuel Macron non era gradita in alcuni ambienti cattolici dell’ultradestra, come il movimento Sens commun: egli non intendeva ritornare sulla legge Taubira che instaurava il matrimonio per tutti e prevedeva l’estensione della PMA e della GPA (procreazione medicalmente assistita, ed eterologa, ndr). Ciò che mi ha sorpreso ancor di più è stato il fatto che la Conferenza episcopale francese tra i due turni non sia stata capace di chiedere di fare ostruzione contro la candidatura Le Pen, quando anche François Fillon aveva detto che bisognava fare di tutto per mettere fuori gioco la rappresentante del Fronte Nazionale.

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron

– Ma perché i vescovi dovrebbero pronunciarsi sul piano politico?

Certamente i cattolici sono liberi di scegliere. In passato, i vescovi davano delle consegne di voto, sempre molto a destra. Dagli anni ’70 e dal riconoscimento del pluralismo politico dei cattolici, si accontentano di offrire degli “orientamenti” affinché il voto degli elettori sia il più possibile conforme agli insegnamenti del Vangelo. Tuttavia, nel maggio 2017, in un paese che aveva appena subito un’ondata di attacchi terroristici senza precedenti, che scopriva il dramma dei rifugiati, in cui più di sette milioni di elettori avevano votato Marine Le Pen al primo turno, ci si poteva attendere un invito più deciso da parte vescovi a prendere le distanze dal voto frontista. Alcuni, a titolo personale, l’hanno fatto e hanno anche invitato a votare Emmanuel Macron, come anche i leader delle altre religioni, ma la Conferenza dei vescovi si è rifiutata.

Ma come ignorare i discorsi del FN sul rifiuto degli stranieri, la xenofobia e l’antisemitismo della sua frangia più radicale? Ignorare il discorso “sovranista” di Marine Le Pen? Si è in contrasto con i valori evangelici, con il discorso anti-nazionalista e pro-europeo dei papi.

Dalla nascita del Fronte Nazionale, si sono sollevate forti voci di vescovi per denunciare queste tesi.

Ho conosciuto bene il card. Albert Decourtray che, entro le mura della sua cattedrale di Lione, non ha esitato a fustigare le tesi del FN, chiamandolo per nome.

Ho conosciuto ancora meglio il card. Jean-Marie Lustiger, questo ebreo convertito diventato arcivescovo di Parigi, che non ha mai cessato di ripetere che i discorsi di Jean-Marie Le Pen non erano sostenibili per un uomo di fede, per un credente fedele al messaggio di Cristo.

Che, venti o trent’anni dopo, i vescovi dimostrino tale pusillanimità di fronte al voto del FN è un fatto che non cessa di stupirmi. Essi non sono certo complici con le idee frontiste, ma sono paralizzati dalla paura delle divisioni all’interno di una popolazione cattolica che non cessa di ridursi. Paralizzati, di fronte alla deriva destrorsa, o addirittura estrema, di un certo numero di fedeli. Una deriva che si spiega con una convergenza di paure: paura della fragilità di un’istituzione cattolica diventata sempre più debole, paura di un’immigrazione crescente; paura di un islam con cui i cattolici avevano imparato a dialogare; paura dell’egemonia culturale e morale della sinistra dal 1968 e attestata dalle evoluzioni societarie, il “matrimonio per tutti” o la banalizzazione dell’aborto; paura di una laicità percepita come più militante, aggressiva dopo gli attentati, una laicità sempre più restia ai simboli cristiani, come i presepi e le croci, in nome di una neutralità religiosa imposta soprattutto ai musulmani.

Tutti questi elementi causano tensioni nel mondo cattolico che possono tradursi in voti di estrema destra.

– Non si riduce troppo la questione cattolica in Francia alla dimensione politica, come fanno gli attivisti del Manif pour tous, o lei stesso, in senso opposto, in questo libro?

Ci sono due modi di concepire la propria fede. Si può vivere anzitutto in maniera quasi esclusivamente individuale o spirituale: ci sono dei cattolici che si rifugiano negli eremi, nelle belle liturgie, nei luoghi che garantiscono una certa pace all’anima, nelle letture bibliche. Ma l’impegno cristiano – è chiaro nei Vangeli – è anche un modo per avvicinarsi al mondo, per collegarsi con gli altri, di assumere la propria responsabilità nell’ambito temporale. Anche se Cristo separa il temporale e lo spirituale, è per me inimmaginabile che un cristiano si isoli, coltivi il proprio benessere spirituale senza essere anche attivo nel mondo che lo circonda.

Io non limito perciò l’impegno cristiano al modo di votare e alle opzioni politiche. Se “i cattolici di sinistra” sono quasi scomparsi, mi fa piacere vedere come ancora molti s’impegnino nella vita delle parrocchie o delle associazioni per gli alloggi popolari, il sostegno ai disoccupati, la lotta contro la fame o la precarietà, l’assistenza ai migranti e rifugiati. Questi impegni sono soltanto più discreti rispetto al passato e frequentemente messi in ombra dalle manifestazioni rumorose di Manif pour tous, dai blog e dai giornali cattolici identitari.

– Papa Francesco incarna un cattolicesimo coraggioso, progressista, ma una parte di cattolici pende sempre più verso ciò che il politologo Gaël Brustier chiama “tradismatici”, vale a dire, il miscuglio delle correnti “tradizionalista” e “carismatica”. Il papa si è tagliato fuori da una parte della sua Chiesa, o è questa Chiesa che si taglia fuori dal papa?
Mi vien da pensare che papa Francesco, con il suo stile di vita austero, con i suoi discorsi diretti, i suoi appelli alla tolleranza verso gli omosessuali, i divorziati, le donne che abortiscono, le sue prese di posizione contro un capitalismo finanziario devastante, i suoi ricorrenti inviti all’accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, sia quasi più popolare fuori del mondo cattolico che non all’interno della sua Chiesa. Molti cattolici, compresi i vertici, gli rimproverano di svalutare la funzione papale, di svendere la dottrina (per esempio sui divorziati o gli omosessuali) o lo trovano ingenuo e angelico di fronte ai problemi vitali come l’immigrazione e l’islam.

Alcuni rimproverano a questo papa di tradire l’anima cristiana dell’Europa, come Laurent Dandrieu nel suo libro di successo Église et immigratin, le grande malaise. Critiche del genere si sentono anche in Vaticano. Cardinali come Raymond Burke, Robert Sarah o Gerhard Ludwig Müller militano per la fine del sedicente “disordine”, per il ritorno a una Chiesa disciplinare e normativa.

Mi vien da temere che questo pontificato non sia che un fuoco di paglia, una specie di parentesi nella storia della Chiesa moderna. Ci sono dei cattolici che non fanno più mistero di attendere che si volti pagina. Tuttavia questo papa ha il merito di mettere in evidenza la contraddizione davanti alla quale si trova oggi il mondo cattolico. Si vuole conservare una chiesa normativa, dogmatica, ritualistica, un cattolicesimo identitario basato su una lettura critica della modernità, della società multiculturale e globalizzata? O, al contrario, si vuole promuovere un cattolicesimo sempre più aperto, accogliente verso la novità, le “periferie”, come dice papa Francesco, compreso il campo sociale e morale?

Di questo si discuteva già all’interno del concilio Vaticano II. Oggi il discorso è rilanciato: bisogna ripiegare su una nuova “intransigenza” cattolica o aprirsi ai nuovi “segni dei tempi”, come diceva nei suoi desideri papa Giovanni XXIII, promotore del Concilio agli inizi degli anni sessanta?

–Lei non si concentra forse troppo sul regresso identitario cattolico, mentre, alla base in Francia, molte iniziative mostrano una Chiesa dinamica e aperta?

Mi rallegra questa vitalità concreta dei cattolici, ma le derive ideologiche e politiche mi preoccupano. Alcune erano percepibili già nelle proteste del 2012-2013 contro il “matrimonio per tutti”. Si ritrovano ora sempre più in una frangia, certamente minoritaria, dell’episcopato, ma anche nei siti web e blog identitari come Riposte, Réformation TV, Salon beige… Vi si sentono e leggono le ossessioni deprimenti dei cattolici “tradizionalisti”, i discorsi definitivi, per non dire aggressivi, sull’aborto, la PMA, l’omosessualità, l’islam confuso con l’islamismo, gli immigrati e rifugiati, il clero progressista o il papa giudicato troppo liberale.

Vengono martellate delle contro-verità: in una terra cristiana come la Francia, il numero dei musulmani praticanti sarebbe ormai superiore a quello dei cattolici praticanti! Oppure si evoca il fantasma secondo cui le chiese, sempre più vuote, saranno in un domani trasformate in moschee.

Sì, io sono del tutto diviso tra la gioia di vedere tanti amici cattolici impegnati a servire la loro comunità o i più bisognosi, e la paura davanti alla crescita di un discorso dogmatico, disciplinare, il ritorno a vecchie pratiche, il ripiegamento su se stessi in nome della difesa dell’identità francese, della civiltà cristiana, della resistenza all’islam, alla società multiculturale e globalizzata.

Dove sono la grandi voci episcopali, gli intellettuali cattolici rinomati che, in altri tempi, davano il tono ai media o sulla scena politica, per denunciare queste derive, questa contraffazione dei valori del Vangelo?

– ll papa avrebbe dichiarato al direttore di La Repubblica che «l’inferno non esiste», un fatto che ha già scatenato delle polemiche. Queste parole vanno nella direzione della sua volontà di modernizzazione?
Papa Francesco parla molto, senza dubbio troppo. I suoi discorsi sono spesso improvvisati, le sue formule lapidarie. Il suo modo di comunicare è quello di un curato “latinoamericano” vicino al suo popolo, attento a parlare in modo semplice. Ma su argomenti teologicamente sensibili come quello dell’inferno, dovrebbe essere cauto. Ha davvero detto che «l’inferno non esiste»? (Il Vaticano ha smentito drasticamente questa notizia, ndr.). Non è la prima volta che parole “off” a lui attribuite suscitano discussione. Conosco la tendenza della stampa italiana, compresa quella vaticana, a montare delle polemiche preconfezionate.

Ma, in merito, è davvero eretico sostenere che ciò che esiste realmente sono le “anime peccatrici”, che quelle che “si pentono” ottengono il perdono di Dio e prendono il loro posto tra coloro che lo contemplano, e che quelle che non si pentono, e quindi non possono essere perdonate, “scompaiono”?

Nessuna rottura con la dottrina proveniente da lui è stata seriamente dimostrata, ma si diffonde il sospetto che questo papa liberale sarebbe pronto, se non ad abbandonare, almeno a cessare di difendere con forza principi della dottrina e delle discipline cattoliche che sono sempre più mal compresi dalla società moderna e che stanno allontanano la Chiesa dai suoi contemporanei.

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2 Commenti

  1. Angela 7 aprile 2018

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