Un sinodo “italiano”? Perché no

di: Massimo Nardello

È stata lanciata da alcuni, in questi ultimi tempi, l’idea di celebrare un sinodo/concilio per l’intera Chiesa italiana. È vero che la sinodalità sta diventando una realtà, anche sotto la spinta del pontificato di papa Francesco. Ma la realizzazione di questa ipotesi non sembra fattibile all’autore di questo articolo, il teologo modenese don Massimo Nardello. Il nodo principale è costituito dai parroci. E spiega perché.

Uno dei tanti effetti positivi del pontificato di papa Francesco è quello di risvegliare la coscienza sinodale della Chiesa, cioè la consapevolezza di ogni membro del popolo di Dio di poter contribuire alla riflessione e alla riforma ecclesiale in virtù del proprio senso di fede attraverso vari organismi di partecipazione.

Davanti allo stile coraggioso del pontefice, viene da chiedersi se non sia giunto il momento di valorizzare nuovamente anche nel nostro paese il sinodo diocesano, o addirittura di auspicare qualcosa di analogo per l’intero territorio nazionale, al fine di affrontare in modo più articolato del solito alcune importanti questioni teologiche e pastorali.

Ovviamente un sinodo è ben differente da un congresso teologico. Ambedue sono fatti di relazioni, gruppi di studio e momenti di dibattito, e solitamente producono un testo, cioè un documento finale o gli atti. Mentre, però, il secondo ha come obiettivo il libero confronto con la proposta di alcuni studiosi su una tematica di particolare importanza, lo scopo del primo è quello di assistere il vescovo o il pontefice nel prendere decisioni pastorali o dottrinali destinate a cambiare significativamente la prassi ecclesiale.

Riaprire la fase dei sinodi?

Ora, occorre ricordare che, come messo in luce dalla recente riflessione ecclesiologica, la recezione da parte della base ecclesiale degli insegnamenti magisteriali, inclusi quelli che vengono offerti al termine di un sinodo mondiale o diocesano, fa parte del processo stesso dell’insegnamento. In altre parole, l’evento sinodale non è concluso fino a che gli insegnamenti del vescovo o del papa che esso ha propiziato non sono stati fatti propri dalle comunità alle quali sono stati offerti.

Questa ricezione, ovviamente, non è una validazione giuridica necessaria perché l’insegnamento magisteriale sia autorevole, ma non è neppure un’obbedienza passiva nei suoi confronti. Si tratta piuttosto di una sua accoglienza creativa, che apre nuove riflessioni e applicazioni. Tuttavia se, dopo un certo tempo, tale recezione dovesse essere assente, occorrerebbe prendere atto che l’evento sinodale è fallito: esso non avrebbe raggiunto il suo scopo, che non è quello di produrre documenti o di alimentare le prime pagine dei giornali con affermazioni sensazionali, ma quello di cambiare in modo significativo la prassi pastorale ordinaria delle comunità cristiane.

Queste considerazioni mi fanno pensare che i tempi non siano maturi per riaprire la fase dei sinodi nel nostro paese. Per mettere al centro dell’attenzione un tema specifico dell’azione pastorale della Chiesa o un aspetto della sua vita ­– l’approccio corrispondente alla domanda “di cosa parliamo quest’anno?” –, non c’è bisogno di grandi riflessioni. Basta qualche ora di lavoro da parte di una persona con un po’ di competenza.

Questo tipo di programmazione pastorale, però, forse non così raro, corrisponde più al genere letterario della meditazione su cose ovvie per tutti che a quello del discernimento della strada da intraprendere, e per questo non crea conflitti ma non porta neppure molto lontano. Qualora, invece, si volessero porre al centro dei problemi teologici e pastorali di rilievo con l’intento di non cercare soluzioni banali, i sinodi avrebbero l’indubbio vantaggio di favorire una riflessione condivisa, ma questo obiettivo lo si potrebbe perseguire molto più agilmente con una serie di congressi seguiti da un’ampia divulgazione dei loro atti.

L’anello problematico: i parroci

L’obiettivo proprio dello strumento sinodale, cioè l’elaborazione di orientamenti pastorali condivisi e realmente innovativi da parte dei vescovi, non mi pare realisticamente raggiungibile in questa fase della Chiesa italiana. La ragione è che, nel nostro paese, i veri protagonisti dell’azione pastorale ordinaria, dai quali dipende il coinvolgimento degli altri soggetti ecclesiali, sono i parroci, per cui il processo sinodale potrebbe dirsi concluso solo se venisse ampiamente recepito anzitutto da queste figure. Se, però, le decisioni finali non si riducessero ad alcune idee scontate o banali, la loro recezione da parte di questi presbiteri sarebbe probabilmente molto difficoltosa. La ragione è molto semplice.

I parroci sono persone adulte o anziane, e in questa fase della vita non si è tanto disponibili ad affrontare cambiamenti significativi, soprattutto se essi riguardano convinzioni teologiche molto radicate o stili pastorali con i quali ci si è messi in gioco per decenni.

Oltre a questo, questi pastori sono spesso gravati di molte responsabilità amministrative, di questioni organizzative, della gestione di conflitti tra gli operatori pastorali, e così via. La molteplicità delle situazioni a cui essi devono far fronte rende molto difficile, da parte loro, dedicare del tempo ad interrogativi di tipo teologico e pastorale che non corrispondono immediatamente ai problemi concreti della loro esistenza.

La via per aiutare i parroci ad entrare in un percorso di cambiamento significativo è quella della supervisione da parte del loro vescovo, tale da costituire un confronto obbligato non solo relativamente agli elementi fondamentali della fede e della morale cristiana, ma anche sul loro stile pastorale e sulla teologia che lo sostanzia.

Oggi, però, non è pensabile che il pastore della diocesi possa incontrare frequentemente e singolarmente i suoi presbiteri per aiutarli a recepire in modo libero e creativo degli orientamenti realmente innovativi proposti al termine di un percorso sinodale, e a guidare le loro comunità in questa direzione. Il numero di presbiteri e le dimensioni delle Chiese locali rendono impraticabile questa strada.

Dunque – a mio giudizio – fare un sinodo diocesano o ipotizzare un percorso analogo a livello nazionale significa correre il rischio di mettere in piedi una macchina organizzativa gigantesca che non necessariamente sarà in grado di produrre delle linee realmente significative sul piano teologico e pastorale. Soprattutto, poi, anche quando questo accadesse, difficilmente queste linee verrebbero recepite e inciderebbero realmente nella pastorale ordinaria.

Prima di andare in questa direzione, soprattutto se si pensa ad un’iniziativa di respiro nazionale, occorrerebbe creare anzitempo le condizioni per le quali l’esito del percorso sinodale possa essere effettivamente fatto proprio in modo libero e creativo dai parroci e dalle loro comunità.

Un percorso del genere richiederebbe anzitutto di ripensare le modalità di esercizio del ministero episcopale, andando oltre a ciò il Vaticano II ha insegnato sul tema. Si tratta evidentemente di una questione di enorme complessità, anche perché, per andare oltre quanto ha insegnato un concilio, potrebbe servirne un altro.

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Un commento

  1. Marco Spotty 25 marzo 2019

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