Una Chiesa “discepola”

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Una delle problematiche importanti che la riflessione ecclesiologica ha affrontato negli ultimi decenni è quella della figura che di essa Gesù avrebbe delineato.

Quale forma di Chiesa Gesù ha consegnato?

La ragione dell’attenzione a questo problema è almeno duplice: 1) anzitutto il dialogo ecumenico, che ha portato a relativizzare la concreta figura ecclesiale che si era stabilita, da una parte, e, dall’altra, dopo i passaggi traumatici delle scissioni all’interno della Chiesa di Cristo; 2) la rilettura del Nuovo Testamento, specie per conoscere la forma della Chiesa delle origini,[1] oltre alla preoccupazione apologetica che ha caratterizzato e condizionato soprattutto la teologia manualistica. I due motivi, fortemente legati, hanno orientato la ricerca ecclesiologica facendola giungere a riscoprire la forma di Chiesa voluta da Gesù non solo per quella del suo tempo, evidentemente, ma per quella di ogni tempo.[2]

Ebbene, come dovrebbe essere oggi la Chiesa per rispondere al progetto di Gesù? L’idea che risponde a questo interrogativo, fra l’altro, è questa: la Chiesa che Gesù ha voluto (e vuole ancora) è una comunità che sia segno efficace della presenza salvifica di Dio nel mondo, dunque una comunità molto diversa rispetto all’ambiente, con la forza del lievito che fermenta nella comunità degli uomini con la forza e l’originalità della sua provenienza ex alto, con l’originalità e la misteriosità di presentarsi come una comunità di testimoni che lascia trasparire la grandiosità, l’autorevolezza, l’attrazione che le provengono da colui che imita, un Maestro di vita eterna.

Gesù è il Maestro del mistero di Dio e del mistero dell’uomo. Egli è l’annunziatore perfetto della sostanza del messaggio salvifico che ha Dio per soggetto e l’uomo per destinatario e collaboratore. Egli rende tale servizio della Parola come un rispettato “rabbì” (cf. Mc 9,5 e 10,51), come un autorevole maestro, come un maestro sorprendente e trascendente, mostrando una sostanziale differenza con i maestri d’Israele.[3] Gesù si presenta come il profeta e il realizzatore massimo della storia della salvezza: lo si vede specialmente nell’annuncio del Regno e nella pretesa di unicità rispetto alla conoscenza e all’annuncio di Dio.

Maestro unico per i contenuti ineguagliabili dell’insegnamento, Gesù lo è anche per la sua straordinaria autorevolezza. Egli più volte è duro con i suoi discepoli: li bistratta, si potrebbe dire, come in un particolare episodio: i discepoli che avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo, si stupirono che Gesù li ammonisse di guardarsi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode, mentre il loro problema era non avere più pane (cf. Mc 7,13-16). Gesù – annota Marco – accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora?» (7,17). Gesù rimprovera i discepoli, in fondo, di non credere alla scienza del miracolo, di non accettare la sua logica sorprendente e libera di manifestarsi secondo i canoni di una sapienza altra rispetto a quella umana.

La Chiesa voluta da Gesù

Una delle forme dominanti della Chiesa voluta da Gesù (e che vuole per tutti i tempi) è certamente la figura discepolare.[4] Gesù ha raccolto attorno a sé discepoli, li ha educati al Regno, li ha istituiti soggetti di Chiesa, cosicché questa è stata pensata non provvisoriamente, ma per sempre, come Chiesa di discepoli, che significa di imitatori e testimoni di Cristo.[5]

Il ritorno a una concezione di Chiesa discepolare è sollecitata da tante esigenze cresciute soprattutto dopo il concilio Vaticano II:

1) la sensibilità ecumenica suggerisce la sottolineatura della dimensione discepolare in ecclesiologia, perché accentua l’elemento di fraternità, la concentrazione cristologica, la comune subordinazione a Cristo Maestro;

2) il forte recupero dell’aspetto battesimale nel cattolicesimo, con la connessa rivalutazione dei laici, trova una grande congenialità con il rifiorire della teologia del discepolato, poiché questo è un elemento unitario che ben si collega al “principio di totalità” creato nella Chiesa proprio dall’evento battesimale;

3) la rigorosa attenzione,che oggi si pone sul valore della testimonianza fa pensare favorevolmente all’idea di concepire una Chiesa di discepoli, ossia di testimoni; è un’esigenza che è stata evidenziata nel nostro tempo da quei cristiani – un esempio per tutti: Madeleine Delbrêl (1904-1964) – che hanno richiamato l’esigenza di una pratica cristiana radicale, sulla forma della prima Chiesa.[6]

Un nuovo modello di ecclesiologia

Dopo aver ricordato che Gesù è stato un cercatore di discepoli, che ha costituito una comunità di discepoli, che ha fatto discepoli[7] anche perché fossero modelli dei seguaci di Gesù di tutti i tempi, discende la conclusione che anche l’ecclesiologia deve riassumere, nella sua riflessione credente, quella originaria forma data da Gesù alla sua comunità. Insomma, non basta parlare “anche” dell’aspetto discepolare in ecclesiologia,[8] ma bisogna recuperare a livello di prospettiva decisiva e all’interno delle coordinate ecclesiologiche fondamentali la discipularitas. Occorre almeno prendere in considerazione che fra i modelli di ecclesiologia, che oggi sono plurali anche a livello di magistero episcopale,[9] c’è da considerare anche il modello discepolare. Il Novecento, «secolo della Chiesa» (M. Dibelius), oltre ad un notevole rinnovamento nei metodi,[10] ha procurato una buona offerta di nuovi modelli ecclesiologici.[11]

Una testimonianza paradigmatica della pluralità dei percorsi ecclesiologici è certamente l’opera del 1974, apparsa di recente in traduzione italiana, di A. Dulles: Modelli di Chiesa, Messaggero, Padova 2005 (trad. dell’edizione inglese).[12] Il teologo gesuita, nominato cardinale per meriti teologici da Giovanni Paolo II, in quest’opera ha cercato di sintetizzare le varie ecclesiologie attorno a dei modelli.[13]

Nell’ecclesiologia del secolo XX, A. Dulles individua cinque modelli: la Chiesa come istituzione, la Chiesa comunione mistica, la Chiesa come sacramento, la Chiesa dell’annuncio, la Chiesa del servizio. Fortunatamente, nell’edizione del 1987, egli aggiunge un sesto modello: la Chiesa comunità dei discepoli, addirittura come modello così fondamentale e così largamente comprensivo di sensi, da poter essere considerata – davvero con buon intuito e a buon ragione – come l’unica figura nella quale far convergere i tratti caratteristici della Chiesa.


[1] Cf. H.J. Venetz, Così cominciò la Chiesa. Sguardo sul Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 1989. Il volume tenta di ricostruire le origini della Chiesa come sono presentate dal Nuovo Testamento, non solo dal punto di vista della sua organizzazione ecclesiale all’interno dei diversi contesti economici, politici e culturali, ma anche nelle forme testimoniali e negli stili comportamentali che aveva. Cf. anche lo studio sulle origini della Chiesa elaborato da Anton Vogtle: La dinamica degli inizi. Vita e problemi della Chiesa primitiva, San Paolo, Cinisello B. (MI) 1991.
[2] Per avere un saggio di questa ricerca si può accostare il testo di Gerhard Lohfink: Come Gesù voleva la sua comunità? La Chiesa quale dovrebbe essere oggi, San Paolo, Cinisello B. (MI) 1987.
[3] Cf. M. Pesce, Discepolato gesuano e discepolato rabbinico. Problemi e prospettive della comparazione, in Aufstieg Und Niedergang Der Romischen Welt, II, 25/1 (1982) 351-389.
[4] D. Bonhöffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2001; J. M. Lozano, La sequela di Cristo, àncora, Milano 1978.
[5] Cf. Ch. M. Guillet, La Chiesa. Comunità di testimoni nella storia, Queriniana, Brescia 1990.
[6] «Dinanzi allo scollamento tra vita vissuta e dettato magisteriale, tra le richieste e problematiche del mondo e le risposte della Chiesa, dinanzi al dissenso mostrato da frange ecclesiali e da semplici cristiani, la Delbrêl prospetta una Chiesa capace di camminare a fianco degli uomini del suo tempo e di raccoglierne le provocazioni» (E. Natali, Madeleine Delbrêl: una Chiesa di frontiera, Dehoniane, Bologna 2010, dall’Introduzione). Cf. R. Treblay, Sequela e radicalismo, in Credere Oggi 165/3 (2008) 39-40.
[7] Benedetto XVI, commentando Mc 3,14, così scrive: «C’è anzitutto da riflettere sull’espressione “ne fece Dodici” che a noi suona strana. Di fatto l’evangelista riprende con ciò la terminologia dell’Antico Testamento per indicare l’investitura al sacerdozio (cf.2 Re 12,31; 13,33), qualificando così l’incarico dell’apostolo come ministero sacerdotale» (Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 2005).
[8] Bisogna constatare che questo sforzo, sia pure in modo assai sporadico, viene oggi fatto: cf. J. Werbick, La Chiesa. Un progetto ecclesiologico per lo studio e per la prassi, Queriniana, Brescia 1998, pp. 203-212.
[9] Non tutti i documenti, anche del magistero, si sa, hanno identico valore; tuttavia, dal loro panorama si possono ricavare tracce di cammino pastorale, come, ad esempio, per la Chiesa che è in Italia, che provengono dalla coscienza ecclesiologica ed ecclesiale, che in essa si è sviluppata negli anni complessi del post-Concilio: cf. S. Panizzolo, Coscienza di Chiesa nella teologia e nella prassi. Indirizzi ecclesiologici nei documenti della CEI dal 1965 al 1980, Dehoniane, Bologna 1989. Cf. anche Associazione teologica Italiana, De Caritate Ecclesia. Il principio «amore» e la Chiesa, Messaggero, Padova 1987.
[10] Anche dal punto di vista metodologico si assume una categoria simile a quella del “modello”. Il teologo riformato D.J. Bosch adotta la nozione di “paradigma”, in connessione con le descrizioni che ne dà il filosofo statunitense Thomas Samuel Kuhn (19221996). Ciò gli permette d’individuare sei paradigmi, corrispondenti a sei grandi epoche. Bosch si preoccupa di mostrare i fattori culturali, economici, storici, teologici, che hanno determinato le trasformazioni del paradigma, fino al più recente, quello ecumenico (cf. La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiologia, Queriniana, Brescia 2000). In quest’opera s’evidenzia bene la conoscenza che D.J. Bosch ha dei processi in atto anche nella Chiesa cattolica (attenzione particolare è dedicata al Vaticano II) circa alcuni temi (evangelizzazione, liberazione, inculturazione, dialogo interreligioso).
[11] Una panoramica efficace sui temi dibattuti intorno ai vari modelli ecclesiologici nel Novecento teologico è offerta in: G. Ziviani – V. Maraldi, Ecclesiologia, in: G. Canobbio – P. Coda (edd.), La Teologia del XX secolo un bilancio, II: Prospettive sistematiche, A.T.I. – Città Nuova, Roma 2003.
[12] Sullo stesso tema, cf. anche: G. Canobbio – F. Dalla Vecchia – R. Tononi (a cura), Modelli di Chiesa, Morcelliana, Brescia 2001, pp. 67-94.
[13] è certamente condivisibile la preoccupazione di A. Dulles di avvertire che la scelta di un modello a preferenza di un altro è sempre e inevitabilmente condizionata da una determinata situazione storica, che è funzionale a un certo progetto di Chiesa, benché ciò non si risolva di necessità nell’ideologizzazione di una particolare situazione ecclesiale: in essa è pur sempre presente lo sforzo di comprendere, in maniera globale, le varie dimensioni della realtà ecclesiale.

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