Ungheria: la pastorale fra emergenze e reticenze

di: Lorenzo Prezzi

Rinnovamento nell’amore: questo il titolo di una lettera pastorale dei vescovi ungheresi. Approvata il 13 novembre è stata pubblicata il 28 dicembre in vista del 52mo Congresso eucaristico internazionale che sarà celebrato dal 13 al 20 settembre 2020 (cf. SettimanaNews: Verso il Congresso eucaristico internazionale).

Nella prima parte si riafferma la pienezza di vita donata da Dio al suo popolo e la capacità del Vangelo di rinnovare singoli e società secondo uno stile umanistico suggerito dalla coscienza ecclesiale del Vaticano II. La fine del regime comunista nel 1989 aveva sollevato grandi attese, ma il passaggio al liberismo ha espulso molti dal mercato del lavoro. Sono riapparsi i barboni e i marginali. I giovani hanno abbandonato le campagne verso i luoghi di maggior sviluppo aggravando i problemi familiari e la solitudine degli anziani. Né la Chiesa e soprattutto i laici credenti non possono stare fuori dei conflitti e delle sfide.

Nella seconda parte i vescovi elencano le quattro sfide maggiori del loro popolo: la demografia e la difesa della vita nascente, il sistema formativo-scolastico, i nuovi poveri e il fenomeno migratorio. Se il sostegno alla famiglia è consentano con l’indirizzo politico della destra al potere, non così l’esplicito richiamo al legislatore in ordine all’aborto. La legislazione è rimasta invariata da decenni e i vescovi sottolineano la continuità del magistero citando la lettera pastorale del settembre 1956 che rispondeva alla prima legge abortiva del potere comunista.

Compito della Chiesa e della società è accompagnare la formazione alla vita familiare e supportare le giovani coppie e le donne che generano. Manca una legislazione adeguata a garanzia delle donne, mentre vi sono processi culturali in Occidente che perseguono la distruzione della famiglie e della cultura cristiana. L’educazione è una seconda emergenza. Molti giovani non hanno alle spalle famiglie serene e mancano delle capacità di ascolto, condivisone e confronto sui valori umani necessari alla loro crescita. Il sistema delle scuole cattoliche si impegna attivamente su questo fronte.

La terza emergenza è quella della povertà, in particolare degli anziani. Sono ventimila i senzatetto. Un problema specifico è quello dei rom che costituiscono il 2% della popolazione (10 milioni). Mentre al tempo del regime comunista l’87% di loro era occupato oggi lo è solo il 45% (seppure in crescita rispetto agli anni ’90). La sfida per loro soprattutto il processo scolastico dei bambini e dei giovani. Quasi il 60% di loro non termina gli studi obbligatori. Infine il tema delle migrazioni che, nel loro insieme, denunciano la disumanità del sistema economico internazionale, la violenza della guerre e dei cambiamenti climatici. Il 17% della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile. Dovere dello stato è da un lato garantire i propri cittadini, essere aperto agli immigrati che sono in grave percolo, difendere i confini e aiutare le popolazioni povere nei loro paesi e contesti.

Il Vangelo critica solo Bruxelles?

La terza parte è un invito a riconoscere nel pane spezzato dell’eucaristia e nel volto di Cristo il povero, l’affamato, l’ammalato, lo straniero e il peccatore.

Il testo costituisce la piattaforma di riferimento per la Chiesa locale in ordine alla preparazione del Congresso eucaristico e alla presentazione al mezzo milione di visitatori  che l’evento presumibilmente indurrà. Con due osservazioni e una assenza.

La richiesta allo stato di una legislazione concorde coi valori cristiani relativamente all’aborto è coerente a un quadro magisteriale che privilegia la legge naturale come piattaforma valoriale comune a tutti e di cui la Chiesa è interprete. Contesto discusso e scarsamente percorribile per le Chiese d’Occidente.

La legittimazione di leggi che non solo regolano i processi immigratori, ma di fatto impediscono l’entrata e il riconoscimento dei migranti trova consenso nel documento, non certo nel magistero di Francesco. Infine, le pesanti critiche del Parlamento europeo alle leggi ungheresi sulla stampa e alle manomissioni politiche sulla magistratura indicate come ferite alla vita democratica, non hanno alcun riscontro. Si può sensatamente criticare l’ideologia laicista della burocrazia di Bruxelles, senza lasciarsi inglobare  in una «democrazia illiberale» teorizzata dal potere locale.

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Un commento

  1. Vito Romaniello 9 gennaio 2020

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