Ungheria: il viaggio e i silenzi

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L’annuncio del prossimo viaggio del papa in Ungheria e a Bratislava (Slovacchia) il prossimo 12 settembre è legato alla messa conclusiva del 52° Congresso eucaristico internazionale a Budapest. Previsto fra il 13 e 20 settembre del 2020, è stato rimandato al 5-12 settembre di quest’anno a causa della pandemia.

La comprensibile soddisfazione della Chiesa locale ungherese rilancia l’interrogativo sulla differenza di narrazione a proposito del paese dell’informazione cattolica (con le dovute eccezioni) e dei media laici. L’irenismo e l’assenza di critiche della prima contrasta con la preoccupata denuncia dei secondi che guardano al governo di Viktor Orban come un preoccupante fenomeno di «democrazia illiberale», come lui stesso l’ha definita: un populismo autoritario.

Un segnale non casuale è contenuto nell’annuncio del papa che, al ritorno dal viaggio storico in Iraq, ha parlato del suo prossimo viaggio aggiungendo «Non una visita al paese, (ma) alla messa», non una visita di stato, ma un atto liturgico.

Non è la prima volta che succede, ma è indicativo che la prima reazione positiva dal versante politico sia arrivata non dal governo, ma dal sindaco della città, il liberale e anti-populista, Gergely Karacsony: «oggi forse è il momento in cui possiamo imparare di più da papa Francesco».

Prevedibile e comprensibile la «grande gioia» espressa dal card. Peter Erdö, il vero protagonista dell’evento, e degli altri vescovi, il cui presidente è mons. Andras Györ.

Populismo ed emergenza democratica

Sulla preoccupazione del papa circa la tenuta del sistema democratico nel mondo è testimone il discorso dell’8 febbraio scorso al corpo diplomatico quando ha parlato della radice politica del dramma della pandemia: «Mantenere vive le realtà democratiche è una sfida di questo momento storico che interessa da vicino tutti gli stati: siano essi piccoli o grandi, economicamente avanzati o in via di sviluppo. La democrazia si basa sul rispetto reciproco, sulla possibilità di tutti di concorrere al bene della società e sulla considerazione che opinioni differenti non solo non minano il potere e la sicurezza degli stati, ma, in un confronto onesto, arricchiscono vicendevolmente e consentono di trovare soluzioni più adeguate ai problemi da affrontare.

Il processo democratico richiede che si persegua un cammino di dialogo inclusivo, pacifico, costruttivo e rispettoso fra tutte le componenti della società civile in ogni città e nazione… Lo sviluppo di una coscienza democratica esige che si superino i personalismi e prevalga il rispetto dello stato di diritto. Il diritto è infatti il presupposto indispensabile per l’esercizio di ogni potere e deve essere garantito dagli organi preposti, indipendentemente dagli interessi politici dominanti».

Sul popolo e il populismo Francesco si è espresso ampiamente nell’ultima enciclica Fratelli tutti (nn. 156-161). Esso degenera «in insano populismo quando si muta nell’abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere. Altre volte mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione».

Pandemia e Congresso eucaristico

Le crescenti e convergenti critiche delle istituzioni europee (dall’Unione Europea al Consiglio d’Europa), internazionali (dall’ONU all’amministrazione americana di Trump) e dei media sullo sviluppo autoritario del governo ungherese non lasciano alcuna traccia nel sito della Conferenza episcopale locale e nelle interviste dei suoi esponenti maggiori.

Con riflessi politici vi sono solo due comunicati.

Il primo riguarda le parole scomposte di un presidente di quartiere della capitale, Péter Niedermüller, oppositore di Orban, che qualifica il concetto di famiglia del partito di maggioranza Fidesz come una realtà «in cui contano solo le relazioni bianche, cristiane e eterosessuali». Il Consiglio permanente dei vescovi denuncia (29 gennaio 2020) l’intollerabile etichettatura dell’appartenenza religiosa, atteggiamento che «evoca tragici ricordi» del passato.

Il secondo, nel gennaio di quest’anno, sottolinea, assieme alle altre fedi e religioni, «l’umiliazione e il ridicolo dei simboli religiosi».

Molta attenzione è data giustamente al tema della pandemia e alle regole di comportamento che interessano anche le celebrazioni religiose, come accurata è la preparazione, nel limite del possibile, del congresso eucaristico.

Sia nell’ampio e robusto documento preparatorio della primavera del 2018 (cf. Settimananews: “Verso il congresso eucaristico internazionale”) sia nella lettera pastorale del 28 dicembre 2020 ( cf. Settimananews: “La pastorale fra emergenze e reticenze”) nei pur apprezzabili temi di attualità non entrano elementi che indichino un’attenzione specifica ai valori, alle forme e al sistema della democrazia.

Rispetto all’Unione Europea, pur considerata necessaria in ragione della collocazione geografica e della modesta consistenza del paese (10 milioni di abitanti), vi è uno sguardo critico piuttosto diffuso. Si avverte il riflesso del sistema comunista nella scarsa attenzione alle culture locali, nella volontà di condizionare costumi ed ethos non condivisi (sul sistema familiare e sui “nuovi diritti”), nella disattenzione rispetto alla tradizione religiosa.

Perché imporre legislazioni che vorrebbero essere liberanti con metodi coercitivi di condizionamento istituzionale e culturale? Come si registrava da un autorevole interlocutore: «I nostri piccoli paesi si sentono perduti. Il tono dei politici di Bruxelles è spesso molto aggressivo e prepotente. Da noi si parlava sempre dell’Europa delle nazioni. Adesso sembra che Bruxelles abbia altri progetti. Ma lo dica con schiettezza. È inevitabile che si abbia paura di questo corso imposto dai burocrati europei. Nella stampa dei nostri paesi appare spesso che l’Unione Europea viene equiparata all’ex Unione Sovietica. Ci vorrebbe molta più prudenza da parte dei responsabili dell’Unione».

Il mondo ecclesiale apprezza il generoso sostegno del governo alle iniziative ecclesiali (congresso eucaristico compreso), la sua attenzione al tema della natalità, il suo impegno nella denuncia delle persecuzioni anti-cristiane, i suoi espliciti riferimenti alla tradizione cristiana. Come ha ricordato l’ambasciatore ungherese ad Atene, Erik Haupt, per Orban «i valori cristiani rappresentano il fattore più importante di coesione per le città e i paesi d’Europa» e «l’Ungheria è stata storicamente un paese forte quando ha considerato le Chiese come alleate e non come nemiche».

Segnali e allarmi ignorati

Rimangono comunque le decisioni e i segnali che l’opposizione interna, i paesi dell’Unione e l’opinione pubblica internazionale indicano come lesivi dei diritti delle minoranze e condizionanti il funzionamento democratico.

Nel dicembre 2018 una legge permette alle aziende di imporre straordinari che verranno pagati a distanza di tre anni, provocando una de-locazione delle aziende occidentali e la pressione sui lavoratori locali.

Nel marzo del 2019 il Partito popolare europeo sospende il Fidesz per le leggi contro la libertà di stampa e l’autonomia dei poteri di controllo.

Nel febbraio del 2020 riesplode la questione della popolazione rom (200.000), costretta ad un regime scolastico discriminato. In occasione della sentenza di un tribunale che prevedeva un pagamento riparatorio per due ragazze escluse dagli studi superiori V. Orban commenta: «Gli ungheresi non accetteranno mai di buttare dei soldi per niente. Com’è possibile che membri di un gruppo etnico determinato possano ricevere somme significative senza lavorare?».

Il mese successivo il parlamento approva, in nome dell’emergenza Covid, una straordinaria concentrazione di poteri che prevedono l’uso dei militari per far funzionare le aziende strategiche, gravi pene detentive per chi ostacola gli sforzi amministrativi, anni di detenzione per chi diffonde notizie false. Vive proteste dall’alto Commissario per i diritti umani, dall’Istituto internazionale per la stampa di Vienna, dal Commissario europeo per la giustizia e lo stato di diritto, dal Dipartimento di stato di Washington.

La segretaria generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, scrive una lettera a Orban in nome dei 47 stati partecipanti all’organismo: «Vorrei sottolineare che le misure che gli stati membri prendono nelle attuali circostanze straordinarie della pandemia debbono attenersi alle Costituzioni nazionali e osservare l’essenza stessa dei principi democratici».

A giugno la Corte di giustizia dell’UE ritiene che le restrizioni imposte dal governo alle organizzazioni non governative (ONG) siano discriminatorie e ingiustificate.

A novembre Ungheria e Polonia pongono il veto al Next Gerneration Eu, perché le enormi risorse previste venivano condizionate dal rispetto degli standard di diritto comunitario.

Nel gennaio di quest’anno l’Agenzia europea di sorveglianza delle frontiere (Frontex) sospende le sue operazioni in Ungheria affermando che il governo viola sistematicamente la legge europea in materia di diritti d’asilo. In 4 anni il governo ha rifiutato oltre 50.000 domande di asilo e non ha mai accettato la dislocazione nel paese di poche migliaia di profughi come richiesto dai patti comunitari.

Il 15 febbraio chiude l’ultima radio, unica voce dell’opposizione rimasta ancora attiva (Klubradio) in nome di pretese inadempienze amministrative. La decisione è in capo al Consiglio dei media i cui membri sono tutti designati dal partito di governo.

All’inizio di marzo Fidesz viene espulso dal Partito popolare europeo (centro-destra) per la sua tendenza nazionalistica e autoritaria incompatibile con i principi che ispirano il gruppo politico.

Difficile comprendere la totale afasia della gerarchia ecclesiastica e dell’opinione pubblica cattolica del paese che appiattisce la Chiesa su un’unica forza politica e mal si accorda con l’universale apertura dell’eucaristia celebrata nel prossimo Congresso eucaristico in cui sono attese 500.000 persone.

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3 Commenti

  1. Beata Bognar 7 giugno 2021
  2. Giovanni Ruggeri 16 marzo 2021
    • Matteo 4 giugno 2021

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