USA: il verdetto Floyd e la Chiesa

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Dopo grida di gioia e di sollievo, un canto si è alzato dalla folla riunita fuori dal tribunale di Minneapolis dove Derek Chauvin era appena stato dichiarato colpevole dell’omicidio di George Floyd: “Tutti e tre i capi d’accusa; tutti e tre i capi d’accusa!”. Chauvin è stato condannato poco dopo le 17.00 del 20 aprile per tutte e tre i capi di accusa che gli erano stati mossi a riguardo dell’omicidio di George Floyd.

La sua uccisione, lo scorso maggio, aveva suscitato mesi di proteste contro la brutalità della polizia e la violenza razziale in tutti gli Stati Uniti e nel mondo.

“Il verdetto del processo di Derek Chauvin è un momento di riflessione per la nostra comunità”, ha detto l’arcivescovo Bernard A. Hebda di St. Paul e Minnesota in una dichiarazione rilasciata subito dopo l’annuncio del verdetto.

La decisione “si accosta al dolore che ha colpito le Città Gemelle in questi ultimi mesi e sottolinea l’esame di coscienza che ha avuto luogo nelle case, nelle parrocchie e nei luoghi di lavoro in tutto il paese mentre affrontiamo insieme l’abisso che esiste tra l’essere in frantumi del nostro mondo e l’armonia e la fraternità che il nostro Creatore intende per tutti i suoi figli”.

La storia di un’oppressione

I verdetti di colpevolezza per i capi d’accusa di omicidio involontario di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado, sono arrivati dopo solo 10 ore di deliberazione da parte della giuria nei due giorni che hanno seguito un processo durato tre settimane.

“La morte di George Floyd ha evidenziato e amplificato il profondo bisogno di vedere la sacralità della vita in tutte le persone, ma specialmente in quelle che sono state storicamente oppresse” – si legge in una dichiarazione congiunta di due comitati della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti.

Il vescovo Shelton J. Fabre di Houma-Thibodaux, presidente del Comitato ad hoc dei vescovi contro il razzismo, e l’arcivescovo Paul S. Coakley di Oklahoma City, presidente del Comitato dei vescovi per la giustizia nazionale e lo sviluppo umano, hanno riconosciuto anche che l’omicidio del signor Floyd “ha evidenziato l’urgente bisogno di guarigione e riconciliazione razziale”.

“Come abbiamo visto così chiaramente l’anno scorso, le ingiustizie sociali esistono ancora nel nostro paese, e la nazione rimane profondamente divisa su come correggere questi torti”.

Citando una dichiarazione della Conferenza episcopale del Minnesota, i due vescovi hanno ribadito che “la Chiesa cattolica è impegnata a cambiare i cuori e le menti, da un lato, e a spostare il fuoco della discussione sulla razza in questo paese oltre le accuse e le recriminazioni verso soluzioni pratiche e non violente ai problemi quotidiani che si incontrano in queste comunità”, dall’altro concludendo la loro dichiarazione con un appello all’azione da parte di tutti i fedeli cattolici.

Una radice non estirpata

“Preghiamo che attraverso la manifestazione di tanto dolore e tristezza Dio ci rafforzi per purificare la nostra terra dal male del razzismo, che si manifesta anche in modi che a mala pena emergono pubblicamente, senza mai raggiungere le prime pagine dei giornali. Uniamoci nel duro lavoro di ricostruire pacificamente ciò che l’odio e la frustrazione hanno distrutto”.

Donna Markham O.P., presidente delle Catholic Charities, ha rilasciato una dichiarazione affermando l’impegno dell’ente ad affrontare le questioni di disuguaglianza e discriminazione, “portando avanti un confronto aperto sulla razza, parlando a favore dei meno abbienti, e fornendo risorse per rimanere sensibili a questo problema sistemico”.

“Preghiamo affinché la famiglia del signor Floyd trovi pace nel verdetto di oggi, che ha dichiarato l’ufficiale di polizia colpevole di tutti i capi d’accusa” – ha detto suor Markham.

“Mentre ci può essere un breve senso di sollievo per il fatto che la giustizia è stata servita”, ha aggiunto, “va riconosciuto che, come paese, abbiamo ancora molto lavoro da fare per sradicare il razzismo dilagante e il continuo disprezzo per la vita umana che rimane presente nelle comunità di tutto il paese”.

Una morte che ci sfiderà per sempre

Il vescovo Michael Fisher di Buffalo ha definito il verdetto “un passo importante nella guarigione delle profonde ferite della tensione razziale causata dalla sua uccisione senza senso”.

“Le immagini strazianti del suo confronto con coloro che hanno giurato di proteggere e servire, e gli ultimi momenti della sua vita, ci sfideranno per sempre e devono costringerci a creare una società più compassionevole e giusta, dove tutti godono di uguali diritti e protezioni sotto la legge”, ha concluso il vescovo Fisher.

“Il verdetto di oggi provocherà una grande varietà di reazioni”, ha detto l’arcivescovo di Filadelfia Nelson J. Pérez. “Prego tutte le persone di trattarsi a vicenda con rispetto, carità e buona volontà mentre elaborano la notizia a modo loro”.

“Indipendentemente dai punti di vista individuali è imperativo ricordare che la giustizia penale è una questione che riguarda solo i tribunali. Garantire la giustizia sociale, d’altra parte, è una responsabilità comune che tutti noi condividiamo”.

“Mentre il processo si è concluso”, ha detto l’arcivescovo Pérez, “la lotta per sradicare l’odio va avanti. Il nostro Dio ci sfida ad amare i nostri vicini con cuore aperto e a vedere la presenza di Cristo in loro”.

Un verdetto atteso

Il vescovo John Stowe della diocesi di Lexington ha detto che il verdetto di oggi “segna l’inizio di un’era di responsabilità per la violazione della dignità umana e l’uccisione della vita umana da parte di coloro che hanno posizioni di potere”.

La dichiarazione del vescovo, che è anche il vescovo presidente di Pax Christi USA, ha definito la decisione dei giurati di condannare Chauvin come “un risultato atteso da tempo, che finalmente porta giustizia per un nero vittima di un brutale omicidio da parte della polizia”.

“Questo verdetto rispetta sia lo stato di diritto sia quello che il mondo intero ha visto nelle immagini trasmesse ovunque. Ancora più importante, afferma ciò che è stato gridato nelle nostre strade per quasi un anno: la vita di George Floyd conta, le vite nere contano”.

  • Pubblicato sulla rivista dei gesuiti statunitensi America, che ha festeggiato ieri il 112mo anniversario di vita (nostra traduzione dall’inglese).
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