Venezuela: un paese e la sua Chiesa

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vescovi

Lettera pastorale della Conferenza episcopale venezuelana “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina” sulla situazione del paese e il compito della Chiesa locale.

Noi, vescovi del Venezuela, riuniti nella nostra CXVI Assemblea Plenaria Ordinaria, come pastori e fratelli, vogliamo condividere con tutto il nostro popolo venezuelano un messaggio di speranza nell’amore di Dio e di impegno personale e comunitario per la rifondazione del nostro paese, in mezzo a tante calamità e sofferenze che ci affliggono.

La realtà attuale del Venezuela

Siamo tutti consapevoli della grave crisi che stiamo vivendo nel paese e che abbiamo ripetutamente sottolineato. Questa crisi si è aggravata con l’aumento esponenziale dei casi che stiamo subendo con la pandemia di Covid-19. Ci sono molti venezuelani che, vittime di questa terribile malattia, sono stati colpiti sia dalla perdita di persone care che dalla sofferenza che significa ammalarsi di essa. Ad aggravare la situazione, dobbiamo aggiungere la crisi sanitaria: gli ospedali mancano delle forniture necessarie, i medici e gli infermieri non hanno attrezzature adeguate, la gente deve provvedere da sola a costose forniture e medicine, e come sempre le persone più povere sono quelle che soffrono di più.

Di fronte a questa grave crisi sanitaria, chiediamo al governo nazionale di dotare gli ospedali di ciò che è necessario per prendersi cura della salute del nostro popolo, soprattutto per quanto riguarda la pandemia di Covid-9. A questo proposito, le diverse accademie scientifiche del Venezuela hanno fatto un appello a non fare la vaccinazione nel paese con il vaccino chiamato “Abdala”, perché è considerato da loro “un esperimento biologico non autorizzato” – di fronte alla realtà di vaccinare il nostro popolo, tutte le posizioni interessate, di parte e ideologizzate devono essere messe da parte.

Da alcuni anni, e ora con la pandemia di Covid-19, il sistema educativo è stato gravemente colpito. Gli insegnanti sono vittime della complessa crisi umanitaria che tutto il popolo sta vivendo, i loro stipendi non coprono il minimo stabilito dagli indicatori mondiali per considerare che non sono in condizione di estrema povertà. Inoltre, c’è un allarmante tasso di abbandono scolastico.

Pretendere che l’educazione formale si faccia attraverso Internet è un’illusione, poiché meno del 20% delle famiglie ha accesso a questo servizio. Di fronte a questa crisi educativa, è necessario prestare attenzione agli insegnanti: senza di loro non c’è processo educativo. Le politiche educative devono mirare a creare un Patto Educativo Globale che coinvolga tutti, che metta sul tavolo la questione dell’educazione non solo nell’ambito dell’insegnamento e della famiglia, ma anche nell’ambito governativo, in quello imprenditoriale, artistico e religioso, e in particolare nell’ambito sociale, politico, economico e culturale, a partire dalle alleanze educative che faranno del Venezuela una società educante.

Affinché questa politica educativa diventi una realtà, ci deve essere un impegno da parte dello Stato venezuelano e dei suoi organi governativi che hanno responsabilità nel campo dell’educazione per stabilire dialoghi con tutti gli attori al fine di poter garantire gli impegni comuni.

Come abbiamo espresso nel comunicato della Commissione Permanente del 9 luglio, deploriamo la situazione di violenza che si è verificata negli ultimi giorni nella capitale, causata da gruppi armati irregolari e bande criminali, che sono presenti anche nel resto del paese. Questa è la prova dell’indebolimento del mandato che le istituzioni di sicurezza dello Stato venezuelano devono compiere; riflette la crisi politico-sociale in cui siamo stati sommersi negli ultimi decenni.

Siamo solidali con le vittime che questa situazione ha generato ed esortiamo le istituzioni dello Stato a non violare il principio di centralità e dignità umana, affinché la sicurezza personale dei cittadini sia posta al di sopra di qualsiasi altro interesse. In molte occasioni abbiamo denunciato le violazioni dei diritti umani che le persone e le istituzioni del nostro paese hanno subito e continuano a subire.

Queste violazioni sono state confermate nei vari rapporti presentati dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Negli ultimi giorni, siamo stati testimoni di alcune situazioni irregolari, come quella di una ONG dedicata alla difesa dei diritti umani i cui membri sono stati privati di questi stessi diritti, in particolare il giusto processo, quando sono stati detenuti e trasferiti senza permettere alcuna comunicazione con le loro famiglie e avvocati.

Esortiamo le autorità competenti, responsabili della salvaguardia della sicurezza e del rispetto di questi diritti, a compiere la loro missione come proposto dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela all’articolo 2, in cui si afferma che “il Venezuela è uno Stato democratico e sociale di diritto e giustizia, che sostiene la vita, la libertà, la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la responsabilità sociale e, in generale, la preminenza dei diritti umani, l’etica e il pluralismo politico come valori superiori del suo sistema giuridico e delle sue azioni”.

Pertanto, chiediamo che sia salvaguardata l’integrità fisica e l’immediata liberazione dei membri di “Fundaredes” e di tutte le organizzazioni che vigilano e lottano per i diritti di tutti i venezuelani.

Vogliamo mettere in guardia i membri dell’Assemblea Nazionale e tutti gli uomini e le donne di buona volontà sul pericolo reale dell’imposizione della cosiddetta “ideologia di genere”. Contraddice la verità scientifica e il senso comune. È una colonizzazione ideologica che viene dai grandi interessi economici.

Per amore della “libertà”, i confini naturali tra maschio e femmina sono offuscati per fare spazio a una sessualità cosiddetta “diversa”. Questo ha conseguenze imprevedibili per l’educazione dei bambini e degli adolescenti. È urgente che tutti contribuiamo a difendere i più deboli, ossia i più giovani, che crescono giorno per giorno nello sviluppo della loro affettività e della loro identità sessuale.

È preoccupante la progressiva divisione che esiste tra i vari attori politici del paese e il loro scollamento con i problemi della gente. Sia nel governo che nell’opposizione ci sono forti antagonismi basati su ambizioni personali, settarismo e brama di potere, che si sono aggravati in vista delle prossime elezioni.

C’è una lotta per le posizioni di governo e si pensa poco al bene comune del nostro popolo sofferente e alla soluzione dei suoi problemi di base – purtroppo è la popolazione che ne paga le conseguenze. Le elezioni sono un’eccellente opportunità per rafforzare le leadership locali e regionali e per coloro che vi vedono un’opportunità di servire i nostri concittadini e promuovere il bene comune. “La grandezza politica si dimostra quando, in tempi difficili, si agisce secondo grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine”. Dobbiamo mettere da parte gli interessi particolari e cercare con azioni concrete il benessere di tutti e occuparci dei bisogni dei più poveri.

Chiamata alla solidarietà e unità

Come pastori siamo preoccupati per la situazione di deterioramento generale che il paese sta soffrendo, ma manteniamo e incoraggiamo la speranza che scaturisce dal Vangelo che tale deterioramento può essere invertito.

Facciamo eco al messaggio della Presidenza della CEV del 22 giugno sull’eredità che ci ha lasciato la battaglia di Carabobo: “La vocazione libertaria ricevuta è per dare una risposta in ogni momento con un impegno che ci permetta di andare avanti e superare le battaglie che le circostanze possono generare nel paese. Siamo consapevoli che solo se uniamo i nostri sforzi e le nostre volontà saremo in grado di far progredire il paese. È urgente che ognuno di noi, come individui e come popolo, contribuisca alla ricostruzione del nostro paese. Troviamo questa preoccupazione già nelle parole del liberatore Simon Bolivar nel suo ultimo proclama: I miei ultimi voti sono per la felicità della patria. Se la mia morte contribuirà alla cessazione delle divisioni di parte e al consolidamento dell’unione, scenderò nella tomba in pace”.

Perciò è indispensabile l’impegno personale e comunitario di prepararsi e impegnarsi per servire i più bisognosi.

Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo unire gli sforzi affinché ci sia una vera partecipazione di tutti i cittadini alla rifondazione della nostra nazione. “Ogni regno che è diviso, va in rovina; non c’è città o famiglia che possa durare con lotte interne”. Solo diventando “consapevoli del ruolo guida di tutti i membri del popolo venezuelano, unico e vero soggetto sociale del suo essere e fare”, possiamo raggiungere l’obiettivo tanto desiderato dalla grande maggioranza del popolo: ricostruire la nostra nazione.

Per ricostruire la nazione, uno dei compiti più importanti che noi venezuelani abbiamo in sospeso è quello di recuperare la forza di essere “soggetti”, di recuperare la nostra autonomia e libertà come cittadini e come nazione di fronte all’invasione politico-culturale straniera in cui ci troviamo. Non ci può essere libertà senza un “soggetto” che assuma questo valore.

Papa Francesco ci invita a “prendere parte attiva nella riabilitazione e nel soccorso delle società ferite”. Oggi abbiamo una grande opportunità di manifestare la nostra natura fraterna, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore del fallimento, invece che accentuare l’odio e il risentimento. Questo invito ci impone di non avere paura, perché l’iniziativa, l’azione, i processi di solidarietà per promuovere la dignità delle persone e lottare positivamente per la giustizia se rivestiti della carità di Cristo saranno lontani dalle ideologie.

Non potremo mai raggiungere l’obiettivo del bene comune per il nostro paese e, soprattutto, non potremo mai sradicare la povertà e la miseria materiale e morale del nostro popolo, se non uniamo i nostri sforzi e non camminiamo insieme verso un obiettivo comune che implica la liberazione e lo sviluppo umano integrale del popolo. Gesù nel suo Vangelo ci chiama a farci vicini e presenti a coloro che hanno bisogno di aiuto.

Ognuno di noi può e deve considerare che ha una parte personale e comunitaria nella costruzione del bene comune.

La Chiesa nella vita del paese

In questo momento, c’è un’aria di grande speranza nella Chiesa espressa da papa Francesco in questi termini: “La via della sinodalità è la via che Dio vuole per la Chiesa del terzo millennio”. La sinodalità è un sostegno importante che la Chiesa dà al nostro paese invitandoci a camminare insieme. Tutti dobbiamo accompagnare il nostro popolo nella ricerca di forme più autentiche di sviluppo.

Questo significa anche la necessità di approfondire l’accompagnamento e il discernimento delle cause delle sofferenze, delle fatiche e delle calamità del nostro popolo, così come delle sue gioie e speranze, per costruire un noi critico. Siamo illuminati dal passaggio biblico di Emmaus. In questa esperienza pasquale dei discepoli, l’incontro con Gesù fa emergere la passione per la verità, la capacità di condividere, la gioia per la vita e per il Vangelo. Camminare e lavorare insieme implica la disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito per poter testimoniare l’amore di Dio nella nostra società.

Dio in questo momento ci chiama alla solidarietà, che significa pensare e agire in termini di comunità, di dare priorità alla vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di pochi. La solidarietà implica ascoltare il grido di angoscia e speranza dei poveri, analizzare la situazione e promuovere l’organizzazione comunitaria, sociale e politica per combattere le cause strutturali della povertà.

Ci affidiamo all’intercessione di Nostra Signora di Coromoto, patrona del Venezuela, e del beato José Gregorio Hernández, affinché ci accompagnino nella rifondazione della nostra nazione come impegno a cui ci chiama nostro Signore Gesù Cristo.

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