Il vescovo Faraone, un santo postridentino

di: Bruno Scapin

Il presbitero catanese Adolfo Longhitano – laureato in Diritto canonico, docente per lungo tempo presso la Facoltà teologica di Sicilia, autore di libri e di numerosi saggi – ha dedicato molto tempo alla ricerca di fatti e di personaggi della sua amata Chiesa di Catania.

Ci offre ora questa biografia del vescovo Antonio Faraone (1530-1572) utilizzando le fonti a sua disposizione. Pur con il poco materiale a disposizione, egli è riuscito a comporre il tragitto personale di colui che è stato prima vescovo di Cefalù (1562-1569)  e poi di Catania (1569-1572).

Vescovo Antonio FaraoneQuesta indagine – avverte l’autore – è preziosa perché ci consegna «i modelli di santità nel periodo della Controriforma, il tipo di vescovo che attua il concilio di Trento, l’attività pastorale considerata come modello di santità».

Anche spogliata dei tratti “edificanti” di una certa agiografia (per la quale uno non diventa santo, ma lo è da subito), la vicenda umana ed ecclesiastica di Antonio Faraone risulta significativa, pienamente inserita nel suo tempo e soprattutto fedele ai dettami riformatori del concilio di Trento.

Dai dati offerti dai suoi biografi e dalla documentazione conservata negli archivi risulta infatti che, una volta nominato vescovo, egli si adoperò a tradurre pastoralmente le istanze conciliari. Soprattutto nel suo breve episcopato a Catania, Antonio Faraone continuò l’opera del suo predecessore, il vescovo Nicola Maria Caracciolo, che aveva attuato un profondo rinnovamento nella Chiesa e nella società catanese.

Sono davvero gustose le citazioni del biografo di Faraone, il gesuita Vincenzo Li Nuci, riportate nel linguaggio dell’epoca. Esse fanno riferimento soprattutto alla sua vita “santa”, ricca di preghiera, di mortificazioni, di amore per i poveri, di zelo apostolico.

Dai dati disponibili, viene ricostruita la sua azione riformatrice in ordine all’istruzione cristiana dei fedeli, alla moralità pubblica, alla disciplina del clero, all’istituzione del seminario.

Longhitano annota giustamente che, sebbene sia vissuto in una regione e in un contesto diverso, non si può non accostare il vescovo Faraone alla figura più emblematica del rinnovamento postridentino, san Carlo Borromeo.

Anche la seconda parte del testo, intitolata “Documenti”, è particolarmente interessante. In essa vi troviamo, tra l’altro, un resoconto sulla vita e sulla morte del vescovo Antonio inviato da Vincenzo Li Nuci al suo Provinciale in Sicilia, un profilo biografico del vescovo in latino di autore ignoto, un lungo profilo biografico sempre del vescovo in lingua volgare del gesuita Placido Samperi.

Con curiosità si leggono anche alcuni documenti firmati dal vescovo Faraone per il buon funzionamento della diocesi di Catania. Può far sorridere la minuziosità con cui ogni problema viene affrontato, ma essa è indice di una disciplina a cui sono chiamati particolarmente il clero e i religiosi perché il dettato conciliare non venga vanificato.

Ben figura questo testo accanto a tutti gli altri che Adolfo Longhitano ha prodotto sulle figure più significative e sulle istituzioni della Chiesa catanese. Una fatica orientata a recuperare e a compulsare quanto giace negli archivi e nelle biblioteche e che, senza questa passione, rimarrebbe sconosciuto.

ADOLFO LONGHITANO, Il vescovo di Catania Antonio Faraone (1530-1572), Tra fama di santità e governo pastorale, Documenti e Studi di Synaxis, Il pozzo di Giacobbe 2019, pp. 172, € 20,00.

 

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