Alvin Plantinga: la fede come possibilità accademica

di: Roberto Di Ceglie
Alvin Plantinga

Alvin Plantinga, vincitore del Premio Templeton 2017

L’edizione 2017 del prestigioso premio Templeton ha visto vincitore il noto filosofo americano Alvin Plantinga. Il premio, che vale quasi un milione e mezzo di dollari, fu istituito nel 1972 dal magnate e filantropo Sir John Templeton al fine di onorare, ogni anno, chi si sia distinto nell’affermare la dimensione spirituale della vita mediante ricerca intellettuale o impegno pratico. Non stupisce quindi che un filosofo cristiano ne sia stato insignito. Risulta invece di speciale interesse che questa volta il vincitore sia un pensatore che ha affermato il valore della fede cristiana nell’ambito della vita accademica.

Come sottolineato da Heather Templeton Dill nel rendere noto il nome del premiato, grazie a quanto insegnato da Plantinga nei suoi oltre cinquant’anni di ricerca e attività didattica, non risulta più inusuale che ricercatori e docenti universitari siano apertamente animati da intenti culturali dovuti alla loro esperienza di fede. La loro personale vita religiosa risulta insomma «una seria possibilità anche dal punto di vista accademico». E Plantinga ha commentato sottolineando la propria speranza che la notizia del premio possa ulteriormente «incoraggiare i giovani filosofi, soprattutto quelli che intendono impiegare prospettive cristiane e teistiche nel proprio lavoro, al fine di renderlo più creativo, completo, e solido».

Un’apologetica costruttiva

Plantinga è stato un apologeta del teismo (ha difeso la convinzione che esista un Dio creatore di tutte le cose) e della fede cristiana. Lo ha fatto però senza erigere muri (ossia rispondendo colpo su colpo alle critiche) ma costruendo ponti, ovvero aprendo nuove vie a una più convincente e stimolante comprensione dell’esperienza religiosa. I ponti in questione Plantinga li ha lanciati perlomeno in tre direzioni.

Primo, nei confronti degli studiosi credenti ma di diversa religione o confessione cristiana. Di speciale interesse, in questo senso, sono i rapporti mantenuti da lui, cristiano calvinista, col mondo cattolico. «Abbiamo avversari comuni e reali», scriveva in un saggio di alcuni anni fa: come dire che, per i discepoli di Cristo, i veri pericoli non provengono dalle altre denominazioni cristiane. Convinzione peraltro testimoniata coi fatti da chi come lui, già affermato al principio degli anni Ottanta, decideva di assumere l’insegnamento in una delle più rappresentative università cattoliche d’America, quella di Notre Dame, dove sarebbe rimasto per quasi trent’anni.

Il secondo ponte, Plantinga lo ha lanciato nei confronti delle varie discipline del sapere. Nella lezione inaugurale pronunciata a Notre Dame nel 1983, significativamente intitolata «Advice to Christian Philosophers» (da me tradotta col titolo «Appello ai filosofi cristiani», in Rivista di Filosofia Neoscolastica, 2011), Plantinga affermava la necessità, per coloro che sono cristiani, di affrontare la filosofia, ma anche ogni altro sapere, non come se cristiani non lo fossero. In altri termini, chi vive l’esperienza cristiana risulta già in possesso di una visione della realtà e di un insieme di interessi che dovrebbe utilizzare al fine di promuovere nuove vie di sviluppo dei saperi. Seguire invece indirizzi di pensiero di altra natura, magari perché «di tendenza», non dovrebbe attrarre i cristiani.

Il terzo ponte consegue naturalmente a quanto appena detto. È il ponte che Plantinga ha gettato verso i colleghi non credenti. Proprio in quanto capace di promuovere vie originali di sviluppo per il sapere da lui praticato, la filosofia, Plantinga ha attratto l’attenzione di tutti, credenti e non credenti. Ha così scongiurato il pericolo dell’isolamento – che ancora oggi egli continua a dire fosse la fine quasi naturale per i credenti che negli anni Cinquanta e Sessanta avessero voluto darsi all’Accademia – e ha dato vita a una autentica tradizione di confronto, sereno e rispettoso ma serrato e rigoroso, con atei e agnostici.

Una vocazione sincera

Il confronto rispettoso ma rigoroso appena menzionato mi sembra possa ascriversi solo al coraggio che va riconosciuto a Plantinga di aver voluto portare nella riflessione filosofica la sua propria esperienza di cristiano.

A 17 anni, era stato ammesso nella prestigiosa Harvard, ma dopo appena due semestri decideva di tornare nella propria città, Grand Rapids (Michigan), e di continuare gli studi nel Calvin College, poiché lì poteva coltivare la filosofia in linea con la propria ispirazione religiosa.

Proprio questo a me pare il fondamentale messaggio che emerge dalla sua esperienza di credente e filosofo, in linea con una tradizione che, da Agostino a Tommaso, da Pascal a Maritain, ha prodotto riflessioni geniali nella misura in cui sono apparse radicate nell’originalità e profondità, speculativa e spirituale, della fede cristiana.

Roberto Di Ceglie è docente stabile di Filosofia della religione presso la Pontificia Università Lateranense. Per alcuni anni è stato visiting scholar presso diversi centri di ricerca della University of Notre Dame (USA).  Le sue ricerche si sono incentrate sulla fecondità che la fede cristiana esibisce in merito ai grandi temi della riflessione teoretica e di quella pratica. Tra le sue pubblicazioni: Ragione e Incarnazione. Indagine filosofica sulla razionalità richiesta dal Vangelo (Lateran University Press, 2006), Tommaso d’Aquino: religione e vita civile (Lateran University Press, 2009), Luigi Giussani: una religione per l’uomo (Cantagalli, 2007). Di Ceglie è il curatore dell’edizione italiana di due celebri saggi di Alvin Plantinga: Dio esiste. Perché affermarlo anche senza prove (Rubbettino, 2011); e Garanzia della fede cristiana (Lindau 2014).

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