«America»: i gesuiti e l’informazione

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America gesuiti

Sono passati più di quindici anni dalla prima volta che ho messo piede a New York nella redazione della rivista dei gesuiti America. Allora come oggi un misto di devoto rispetto e di affinità ecclesiale sono state le sensazioni che hanno accompagnato il mio ingresso in uno dei «templi» dell’informazione religiosa e culturale cattolica.

E forse qui si arrestano le comunanze fra gli inizi del XXI secolo e la chiusura del suo primo ventennio. Diversa è la sede della redazione e del gruppo editoriale legato alla rivista, diversa è la situazione politica su entrambi i lati dell’Atlantico, diverso è il modo di fare informazione – ma la radicale mutazione è quella che si può registrare nel tessuto e nel sentire della Chiesa cattolica.

Questa ci accomuna, ancora oggi, ma per la rivista dei gesuiti americani si tratta di una sorta di condizione paradossale portata al parossismo. Perché non si è trattato solo di fare informazione e analisi passando da una condizione di «resistenza» a quello che potremmo chiamare un costruttivo, e quindi anche critico quando è il caso, accompagnamento di un papato che ha sostanzialmente raccolto le istanze portate avanti da America nel lungo periodo post-montiniano della Chiesa cattolica.

america gesuiti

In un caso del tutto inimmaginabile, oltre ogni calcolo delle possibilità, la Compagnia tutta, e in particolare America, si è ritrovata tra le mani un papa confratello – che dissemina copiosamente nella Chiesa e sulla scena del mondo i tratti della spiritualità ignaziana e le sue procedure spirituali per dare forma ai processi decisionali.

Che non possono essere tali senza un dovuto discernimento contestuale e senza l’assunzione di una responsabilità che sa armonizzare biografia di un vissuto e dedito servizio alla comunità discepolare del Signore.

Oggi, e qui sta la grande differenza interna rispetto alla mia prima visita, America è un’effettiva sinergia multi-mediale incentrata sul digitale, intorno a cui ruotano produzioni video e il più tradizionale cartaceo (che è passato da settimanale a quindicinale). Una redazione unica, con competenze specifiche addestrate a muoversi tra diversi strumenti mediatici, da un lato, e ad attingere a una vasta rete di collaboratori e collaboratrici, dall’altro. Una comunità editoriale, oserei dire, composta da laici e gesuiti – senza ostensione identitaria né da un lato né dall’altro.

L’impressione con cui sono uscito dall’incontro avuto oggi è quella di una grande competenza professionale e di un cordiale attaccamento ecclesiale in vista della circolazione del Vangelo nella cultura statunitense contemporanea.

A chi frequenta anche solo sporadicamente il sito della rivista non sarà sfuggito l’impegno profuso non solo per una ricomposizione riconciliata della polarizzazione interna al cattolicesimo, statunitense e globale, ma anche per la costruzione delle condizioni di possibilità affinché in un’America scissa in se stessa possa essere rimessa in circolo una parola effettivamente condivisa.

Dimenticavo una cosa; ma si sa, quelle che contano sono lievi, gentili e non si impongono. Il primo luogo della nuova sede in cui sono stato condotto da Sam Sawyer, gesuita membro della redazione e responsabile per le strategie digitali, è stata la piccola e semplice cappella: «Qui celebriamo una volta alla settimana…». Forse è anche per questo che sono uscito con la sensazione di essere stato per qualche tempo all’interno di una comunità e di un’impresa comunitaria.

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