Auschwitz, una storia

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Il professor Frediano Sessi ha recentemente dato alle stampe il volume Il bambino scomparso. Una storia di Auschwitz, edito da Marsilio.

  • Caro Frediano, nella tua attività pubblicistica e di ricerca sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei in età contemporanea hai affiancato volumi di ricostruzione storica a libri dedicati a storie personali, come in questo caso: ci sono ancora tante storie di questo genere da raccontare? Continuerai a farlo?

Gli archivi che frequento sono ancora ricchi di tracce, naturalmente più o meno consistenti, di vicende umane vissute nei ghetti o nei campi di concentramento o nei centri di sterminio. Ci sono quindi tante vite da narrare, anche attraverso le testimonianze dirette che sono ancora possibili. Certamente il lavoro da fare è complesso e delicato, ma sono convinto che sia importante farlo.

Il metodo di una ricerca
  • Come sei arrivato a Luigino, il protagonista – o, come spiegherai, uno dei due protagonisti – de Il bambino scomparso. Una storia di Auschwitz?

Stavo facendo una ricerca sui giorni immediatamente precedenti e successivi alla liberazione dei campi di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. E sapevo di sette donne italiane che, dopo la liberazione, si trovavano ancora nell’infermeria di Auschwitz, dove rimasero fino a giugno, se non oltre. Stavo, in particolare, cercando notizie di Laura Geiringer, una ragazza triestina – ebrea battezzata – finita ad Auschwitz con l’intera famiglia.

Solo Laura era sopravvissuta. Era ricoverata nell’infermeria perché era stata sottoposta dai medici nazisti ad esperimenti sulla sterilità femminile. Non potendo affrontare immediatamente il viaggio di ritorno, Laura era rimasta nell’infermeria sino alla fine del luglio del ’45. Tornata a casa, Laura è morta alcuni anni dopo, nell’aprile del ’51, a 27 anni, a causa di un carcinoma ovarico.

Dagli indizi riguardanti le donne sopravvissute che si trovavano con lei, non sono riuscito a ricavare testimonianze perché – come nella gran parte dei casi delle persone sopravvissute – queste donne non avevano raccontato nulla di ciò che avevano vissuto.

Dalle informazioni di archivio sapevo però che in quel periodo, nella stessa infermeria, su un altro piano, c’era anche un bambino italiano di 12 anni – Luigino appunto, ossia Luigi Ferri – e ho quindi ipotizzato che la ragazza e il bambino si fossero incontrati. Ho perciò indirizzato la ricerca su Luigi Ferri, inizialmente nell’intento di venire a sapere di più della Geiringer. Se poi fossi riuscito a trovare Luigi Ferri ancora in vita, avrei evidentemente scoperto un tesoro di memoria.

Negli archivi di Auschwitz c’erano i materiali lasciati da Otto Wolken, il medico ebreo austriaco che si era occupato – come un padre – di Luigino nel campo di Auschwitz-Birkenau. Otto è infatti l’altro protagonista, se così si può dire, del mio libro. Otto Wolken aveva partecipato ai processi di Cracovia nel ’45 e di Francoforte il 24 e il 27 febbraio del 1964.

A Cracovia lo stesso Luigino aveva rilasciato una sua deposizione accanto a quella molto più ampia di Otto. Per il processo di Francoforte Otto Wolken aveva scritto ben più di 120 pagine di testimonianza, citando – pure lì – Luigino. Ho supposto che Otto Wolken avesse portato con sé il bambino dopo la liberazione da Birkenau. Dove avrebbe potuto andare un bambino – solo – dopo quanto gli era accaduto?

I sopravvissuti non avevano più né famiglia, né casa, né beni. Sapevo che Otto Wolken era tornato a Vienna. Ma anche di lui, dagli anni ’60, si era perduta la traccia: l’ultimo indizio in archivio risaliva al ’67, in occasione dell’inaugurazione del Monumento Internazionale di Birkenau avvenuta il 16 aprile.

Ho pertanto consultato i giornali che avevano raccontato quella inaugurazione e ho trovato, su un settimanale tedesco, un’intervista a Otto Wolken e a Luigi Ferri della giornalista Carla Wurdak. A 22 anni dalla liberazione, dunque, le due figure in cui mi ero imbattuto seguendo Laura Geiringer, si erano ritrovate nella stessa baracca del campo di Birkenau per una intervista.

Leggendola attentamente, avevo capito che – già nel ’67 – Luigi Ferri non aveva manifestato molto entusiasmo nel rispondere alle domande sulla sua vita da bambino, del tutto comprensibilmente. Nonostante le difficoltà e i timori, ho comunque pensato di proseguire nell’improbabile ricerca di Luigi Ferri.

Sapevo peraltro che non avrei potuto trovarlo con quel nome e cognome, poiché, nel ’41, la madre cattolica di Luigino – vedova del marito ebreo – aveva deciso di cancellarlo dall’anagrafe, nell’evidente intento di sottrarre il figlio agli effetti delle leggi razziali in Italia, benché Luigino fosse stato battezzato. Sappiamo che fascisti italiani e soprattutto nazisti tedeschi non erano molto interessati all’effettiva ricostruzione dell’appartenenza ebraica secondo la religione.

Come rintracciare una persona di cui non sapevo se fosse ancora in vita, di cui non conoscevo precisamente il nome, di cui non sapevo dove eventualmente vivesse – se in Italia o all’estero – e di cui non avevo neppure idea se avesse volontà di parlarmi? Non posso rivelare qui altri dettagli della mia ricerca.

Posso solo dire che dopo aver inviato molte lettere – in cui spiegavo naturalmente chi ero e cosa stavo facendo -, dopo settimane, ho ricevuto una telefonata sul cellulare da un numero sconosciuto e ho sentito una voce che mi ha detto: “Professor Sessi? Sono Luigi Ferri”. Da quel momento il signor Luigi ha cominciato a parlarmi di Luigino, ancora prima che io glielo chiedessi. La prima telefonata è durata almeno un paio d’ore.

La storia
  • Quanto stai dicendo ha dell’incredibile, per come hai trovato questa persona, per la facoltà di memoria che questa persona – sui 90 anni – ha manifestato e per il coraggio che questa stessa persona ha avuto di parlare di una vita accaduta quasi 80 anni fa. Che cosa più ti ha colpito di lui?

Mi è parso da subito un uomo che – per diventare adulto e rifarsi una vita – aveva dovuto e saputo accantonare da sé Luigino, il bambino che era stato, così allontanandosi da Auschwitz. Naturalmente Luigino non era mai davvero scomparso dentro di lui.

Così come il campo di Auschwitz-Birkenau non era mai stato dimenticato dal signor Luigi: tutto era stato posto come in una «cripta» che Luigi non aveva voluto più riaprire, ma che sapeva esistere. Sinché Luigi ha deciso di entrare di nuovo in quella cripta. La mia ricerca – col nostro straordinario incontro – gli ha dato motivo di riprenderne in mano le chiavi. È questo, per me, il fatto, più sorprendente, intenso e gratificante, avvenuto.

  • Avevi già raccolto altre dirette testimonianze. Che cosa hai trovato di nuovo o di diverso in quella di Luigi Ferri?

Avevo sentito già tante testimonianze ed ero abituato al fatto che, col passare del tempo, queste testimonianze venivano, anche se involontariamente, rielaborate e ricostruite sulla scorta delle acquisizioni storiche che gli stessi testimoni avevano nel mentre assorbito.

Con Luigi Ferri posso dire di aver provato la stessa sensazione vissuta nella rilettura, a diversi anni di distanza dalla stesura, di Se questo è un uomo di Primo Levi, ossia la sensazione di trovarmi di fronte a una fonte per molti versi imprecisa, inesatta, persino, fuori strada nelle valutazioni.

Sia Primo Levi che Luigi Ferri hanno consegnato, infatti, una sola immagine degli ebrei del Sonderkommando, quelli obbligati a collaborare coi nazisti nella realizzazione dello sterminio: ebbene la rappresentazione che hanno dato di queste persone è quella che a loro è risultata in quel momento, senza aver ancora avuto modo di rielaborare il loro pensiero sulle vittime fatte carnefici dai carnefici. La fonte Luigi Ferri era dunque rimasta tale e quale rispetto al ’45, senza alcuna successiva rielaborazione.

  • Perché Luigi Ferri non ha più voluto sapere nulla di Auschwitz? Perché non ha più letto e non si è più informato?

Rispondo spiegando come sono andate le cose tra noi. Nel corso delle telefonate e dello scambio di mail che ho avuto con lui, gli ho proposto di leggere i documenti scritti da Otto Wolken. Glieli ho effettivamente mandati su sua stessa richiesta. Sarebbe stato in grado di leggerli, anche in tedesco.

Mi ha confessato di averci provato, di aver iniziato, ma di non essere riuscito ad andare avanti, perché la lettura gli stava dando troppa sofferenza. Per questa ragione, in tanti anni, non ha più letto nulla di Auschwitz.

Tornare sulla propria storia
  • In che modo Luigi Ferri è arrivato ad accogliere la tua proposta di scrivere un libro sul Luigino che era stato?

Come ho detto, nell’incontro ha sentito il bisogno di prendere in mano la chiave della cripta della memoria che lui conservava con la storia di Luigino, come se Luigino fosse stato quasi un’altra persona. Ha capito sicuramente che avrei scritto un libro sulla sua storia. Si è pure incuriosito alla cosa.

Ha parlato. Io gli ho fatto tante domande. Lui ha risposto. A sua volta mi ha fatto delle domande e mi ha formulato qualche richiesta. Poi si è semplicemente fidato di me, affidandomi la sua storia di bambino.

  • Perché hai scritto il libro in prima persona, come se fossi stato tu Luigino?

Scrivo libri da tanti anni. Ho maturato la convinzione che i libri si scrivono da sé, ovvero si scrivono quando il contenuto è talmente penetrato dentro di te da poterlo farlo fuoriuscire con un tono di voce e un registro determinati.

Se non si rispettano quel tono e quel registro – che ti chiama al tavolo della scrittura – non ne esce un buon libro.

Ti dico che ho scritto la prima bozza del libro in prima persona. Poi l‘ho riscritto in terza persona, dopo che mi era stato suggerito di scriverlo in forma  di dialogo. Ma alla fine l’ho riportato alla prima persona; mi faceva a fianco di Luigi Ferri come se rivivessi la sua storia accanto a lui. Vorrei che questa fosse pure la sensazione del lettore quando comincerà a leggere le pagine di questo libro.

  • Accanto a Luigino, in molte pagine, si incontra – come hai detto – la figura di Otto Wolken.

Otto Wolken è un uomo davvero straordinario. Come ho detto, nei testi scritti da Otto spesso è citato Luigino. Luigi Ferri mi ha parlato tanto di Otto. Quando me ne parlava, avvertivo la commozione e la gioia che ne provava al ricordo.

Otto non è stato solo il medico che l’ha salvato da una morte altrimenti sicura nell’orribile campo di Auschwitz-Birkenau, bensì è stato per lui un padre, anche dopo la liberazione e per lungo tempo, sino alla morte, avvenuta nel ’75. Ho potuto leggere le lettere che Otto mandava a Luigi ed ho potuto costatare con quanto affetto abbia continuato a seguirlo, prima da studente e poi nella sua vita familiare.

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Il campo e la cura
  • Come ha potuto Otto Wolken prendersi tanta cura di Luigino nella situazione estrema di Birkenau?

Ha potuto farlo perché – benché ebreo e vittima designata come tutti gli ebrei – era un bravo medico ed era a Birkenau: mentre infatti nel campo di Auschwitz-Monowitz e nel campo base di Auschwitz i medici erano tedeschi, a Birkenau – ove scoppiavamo in continuazione epidemie di tifo – i medici tedeschi entravano malvolentieri e solo per ragioni di necessità improrogabili.

Otto Wolken era perciò il medico responsabile della Quarantena maschile e poi dell’Infermeria, con molti poteri sui pazienti prigionieri e sui Kapo.

Otto, per proteggere Luigino, ha usato la sua dolcezza – come un padre – ma pure il suo potere per tenere sotto controllo i prigionieri più temibili del campo.

La sua intelligenza e il suo affetto sono stati fondamentali per insegnare al bambino a sopravvivere e a difendersi dalle terribili condizioni di vita nel campo. Ad un certo punto, Otto ha fatto entrare Luigino in infermeria, ben sapendo che nessun tedesco vi sarebbe entrato col rischio di contrarre infezioni.

La vita dopo il campo
  • Luigi Ferri ha posto delle condizioni per poter pubblicare la sua storia?

Mi ha chiesto e gli ho promesso di rispettare due condizioni fondamentali: non parlare mai di lui da adulto e non rivelare la sua attuale identità.

  • È facile immaginarne le ragioni, ma puoi dirle tu?

Luigi è riuscito a rifarsi una vita perché ha accantonato il bambino che è stato ad Auschwitz, come ho detto. Neppure alla sua famiglia, se non a sua moglie, solo tardivamente, ha voluto parlare della sua storia di deportato.

Le ragioni del silenzio dei sopravvissuti sono state fatte oggetto di studio. La maggior parte dei sopravvissuti non ha parlato e chi lo ha fatto, spesso, l’ha fatto molto tardivamente. Quanto è accaduto a queste persone è stato così devastante – così difficile da credere – da indurre un paradossale senso di vergogna, sia per il male che li aveva coinvolti, sia per essere sopravvissuti alla stragrande maggioranza delle vittime.

Non dimentichiamo poi che, per molti anni, nessuno è mai andato alla ricerca delle testimonianze dei sopravvissuti: per cui anche quelli che avrebbe potuto o voluto parlare, non l’hanno fatto, perché non hanno trovato nessuno veramente interessato ad ascoltare i loro scomodi racconti.

Oggi, per certi versi, siamo passati ad un estremo opposto, per cui gli ultimi sopravvissuti dei campi vengono cercati dai media, trattati come star e interpellati su tutto. Luigi Ferri – o comunque si chiami oggi – chiede di essere lasciato in pace.

  • Cosa hai potuto aggiungere alla ricostruzione degli ultimi giorni di Auschwitz prima della liberazione dei campi, scrivendo questo libro?

Mentre sugli ultimi giorni di Auschwitz-Monowitz e del campo base abbiamo la testimonianza scritta di Primo Levi e il lavoro degli storici polacchi, fatto a partire dai documenti d’archivio, sugli ultimi giorni di Auschwitz-Birkenau non avevamo nulla di pubblicato in un libro: mettendo insieme i materiali d’archivio – soprattutto i testi di Otto Wolken – e i ricordi di Luigi Ferri, ho potuto ricostruire e scrivere in maniera più puntuale anche degli ultimi giorni di Birkenau.

Gli ultimi giorni
  • Cosa ci puoi anticipare qui?

Posso dire ciò che continua ad impressionarmi, anche dopo tanti anni di studio, è quello che ho scoperto sugli ultimi giorni a Birkenau.

I prigionieri rimasti infatti nel campo di Auschwitz-Birkenau nei giorni precedenti la liberazione – tutti quelli che non potevano camminare perché gravemente compromessi – hanno continuato a rischiare la vita e a morire a causa della violenza dei nazisti, anche dopo che questi avevano ormai di fatto abbandonato il campo.

Periodicamente, anche se in fuga, tornavano a Birkenau per cercare cibo o forza lavoro e sfogavano la loro paura e rabbia sui prigionieri ancora in vita. L’ultima ispezione al campo di Birkenau da parte loro è avvenuta il 25 gennaio. Otto Wolken, ad esempio, ha rischiato di morire molto più negli ultimi giorni che in tutti i mesi precedenti.

Tanto accanimento non aveva evidentemente più alcun senso. Ma proprio per questo dobbiamo continuare a studiare e ad interrogarci su quanto è accaduto, a vittime e carnefici.

Sul giorno della liberazione e sui giorni successivi non posso che confermare col mio libro ciò che, da storici o da attenti lettori, già sapevamo: la liberazione non è stata affatto una festa, specie per i “liberati” – come tutta la propaganda sovietica, ha inteso far credere – bensì è stata il disvelamento di una tragedia unica nella storia.

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2 Commenti

  1. GIRELLI SAVIO 8 giugno 2022
  2. Ornella Crotti 2 giugno 2022

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