Con Aldo Moro politica senza twitter

di: Domenico Rosati
Aldo Moro

Aldo Moro

Il destino di Aldo Moro (i 38 anni dal suo assassinio si compiono il 9 maggio) è ancora quello di essere ricordato più per il modo in cui è morto che per quel che ha fatto durante la sua vita da leader politico e da cultore del diritto. C’è da sperare che la concomitanza con il centenario della sua nascita offra l’opportunità di una riflessione che ricomponga, con il contributo di tutti, le coordinate di fede e di pensiero con quelle della testimonianza civile di una personalità che ha lasciato un’impronta profonda nella storia d’Italia. Cominciando – operazione necessaria – con un vaglio critico dei luoghi comuni che hanno accompagnato la sua avventura pubblica.

Il primo dei quali – dico dei luoghi comuni – riguarda una sua presunta ritrosia alle decisioni, ammantata dall’abbondanza delle analisi e spesso anche dall’“oscurità” del linguaggio, sintetizzata nella caricatura del “mi spezzo ma non mi spiego”. Ma era proprio così?

La chiarezza nella complessità

Certo Moro non avrebbe mai condensato il suo pensiero nei 140 caratteri di un twitter (entità sconosciuta ai suoi tempi). Ma i suoi detti, al di là di ogni aspetto formale, erano ben chiari per chi aveva orecchi per intendere. La riprova sta proprio nelle reazioni degli avversari, i quali mostravano di saper leggere bene anche quel che a volte era (volutamente?) involuto.

Ricordo che, nei remoti anni Sessanta, per sfuggire alla strettoia del luogo comune, avevo adottato un metodo assai semplice: leggevo con attenzione le parole di Moro (e qui era richiesta un’applicazione corrispondente alla lunghezza del testo) e così mi facevo un’idea sul messaggio che conteneva; e dopo, approfittando dell’amicizia, chiedevo conferma a Piero Pratesi, direttore del quotidiano della DC, giustamente considerato tra i più accreditati “morologi” della capitale. Il quale, ogni volta, mi prendeva in giro: «Se lo ha capito anche uno come te, vuol dire che non serve l’interprete». E meno che mai ce n’era bisogno quando Moro scatenava la propria vis polemica, come nel caso dell’attacco al “castello” dei “dorotei” (cioè tutti i big del partito) nel congresso DC del ’69 o quando liberava la propria capacità persuasiva, come nel suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari, pochi giorni prima della strage di Via Fani con il suo rapimento ad opera delle Brigate rosse.

Risoluzioni fondamentali

Rivisitando oggi la prosa di Moro ti rendi conto, semmai, che essa conteneva, sempre, una carica di provocazione del pensiero. Ti costringeva a pensare; esattamente il contrario dell’intenzione di molti dei politici di oggi le cui espressioni semplificate suonano come una dispensa da ogni fatica dell’intelletto.

Quanto poi al suo essere allergico alla decisione, il tema è tutto da svolgere. Se si sta alle cronache quotidiane abbondano le notizie di rinvii e dilazioni. Ma se si guarda alla sequenza storica si deve ammettere che, sotto il consolato di Moro, si presero decisioni tra le più importanti della vicenda italiana. Penso al passaggio dal “centrismo”, esausto dopo la scomparsa di De Gasperi, al “centro-sinistra” realizzato con i socialisti di Pietro Nenni. Ricordo l’entusiasmo del congresso delle ACLI quando vi giunse Moro che poco prima aveva giurato al Quirinale per la formazione del primo governo “organico” imperniato su quell’alleanza. Ma ricordo pure che proprio in quell’occasione Moro non si lasciò prendere dall’entusiasmo e descrisse senza orpelli i tempi difficili che puntualmente arrivarono.

La ricerca cattolica dopo il Concilio

Nel frattempo il Concilio aveva posto all’impegno dei cattolici il problema di un nuovo modo di stare in politica. E in questa esplorazione Moro (convegno di Lucca 1967) si distanziò sia da coloro che giudicavano esaurite le risorse dell’unità politica sia da quanti puntavano a ricostituirla su un’aggiornata base ideologica. Per lui una nuova versione dell’unità si sarebbe giustificata solo se la Democrazia cristiana si fosse messa in grado di promuovere un disegno di pace e di giustizia avendo come obbiettivo storico quello del “compimento della democrazia”, inclusa la chiamata dei comunisti alla corresponsabilità di guida del paese. Così già allora delineava i tratti di quella che sarebbe diventata la politica di solidarietà nazionale, in convergenza dialettica con il “compromesso storico” di Enrico Berlinguer. E i suoi nemici ne presero nota.

Quanto alla pace avrebbe poi dato un contributo fondamentale all’intesa di Helsinki (1975) per la sicurezza e la cooperazione europea con l’Unione Sovietica, soprattutto con l’intuizione profetica di un inedito disegno euromediterraneo di cooperazione e sviluppo.

Una distinzione va fatta però sul modo di decidere. Aveva reso l’idea Montanelli affermando che Fanfani «assalta la carovana» mentre Moro «avvelena i pozzi», perfida allusione ad un’abilità levantina che molti gli attribuivano. In realtà Moro badava a che nei pozzi ci fosse acqua sufficiente per dissetare l’intera carovana. Fuor di metafora, dava preminenza alla costruzione del consenso. Devo aver scritto da qualche parte che non gli bastavano le carte che aveva in mano, ma regolava il gioco tenendo conto anche di quelle degli avversari. Dei quali rispettava ruolo e posizioni anche quando, nel confronto, li… piegava a sostegno del suo progetto. A volte gli serviva anche un dissenso che desse risalto alla sua tesi («Tu questa frase non la puoi accettare», pare dicesse ai seguaci di Scelba, suoi oppositori in Direzione), a volte non mancava di sottolineare con ironia l’allineamento di un prestigioso dissidente: «L’on Donat Cattin, intelligente sempre e stavolta anche saggio».

Ai “consumatori di sondaggi”

Costruire il consenso rispettando le peculiarità di tutti: un’operazione che comportava l’assiduo esercizio della pazienza. Ma la rinuncia ad ogni manifestazione di fretta non rendeva meno inesorabile la volontà di procedere nella direzione prescelta. E forse proprio la constatazione che tale volontà non si sarebbe adattata a mediocri transazioni aveva messo in bocca a qualche incauto gregario un’espressione che circolò nei corridoi qualche settimana prima dell’agguato: «La soluzione si trova se ci liberiamo di Moro». Battuta di pessimo gusto che, a eventi compiuti, risuonò come l’annuncio del delitto.

Giorni or sono l’Università di Bari ha dato avvio alle celebrazioni dei cento anni dello statista con un coro di autorevoli voci concordi nel proporne ai giovani la figura e l’opera come un esempio da seguire. Saggia esortazione. Per renderla più persuasiva, però, mi pare utile collegarla con quanto ha scritto Alberto Melloni a proposito dell’attuale classe dirigente, a commento del discorso di papa Francesco per l’accettazione del premio Carlo Magno. Cito: il papa ha «evocato la diversità di tre millenni davanti agli esponenti di una classe dirigente che ha escluso la storia dal proprio pensare per appiattirsi su un sapere fatto di intellettuali di corte, pronti a fornire costose soluzioni precotte a decision maker che spesso sono solo consumatori di sondaggi, inconsapevoli della gravità dei problemi che li sovrastano». Il confronto con il magistero di Moro può partire da qui.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi