La cultura popolare è viva

di:

contadini

In un’epoca non troppo lontana sembrava che studi e ricerche sulla cultura popolare fossero non solo un’interessante ipotesi di lavoro ma anche una realtà scientificamente consolidata. Sembrava che la storiografia fosse giunta a definire i caratteri di tale realtà in termini non generici, ma specifici. Sarebbe stato un filo conduttore alternativo della storia europea, a lungo osteggiato e schiacciato – ma non del tutto cancellato – dalla cultura dei ‘dotti’, dei ‘ricchi’ e dei ‘potenti’. Una cultura alternativa che aveva ancora potuto esprimersi, in antico regime, nei momenti di festa (soprattutto il carnevale), nei canti, nei balli, nei riti di passaggio, nelle credenze non omologate o omologabili all’ortodossia, persino negli oggetti appartenenti alla materialità della vita contadina. Frammenti di un qualcosa di antichissimo e profondamente radicato, che solo la cultura moderna e contemporanea avrebbe poi (quasi) completamente distrutto e disperso. Un qualcosa che poteva essere ricostruito solo per negazione: ma che ciò nonostante era postulato come fondamentalmente e originariamente unitario.

Sul piano più propriamente storiografico l’ondata è rifluita nel giro di pochissimi anni. Sulla spiaggia sono rimasti rottami e conchiglie (fuor di metafora: brandelli di tesi che non hanno retto a una discussione metodologica serrata; aperture a orizzonti tematici che hanno dimostrato la loro fecondità nella misura in cui non si sono irrigidite ma hanno accettato di confrontarsi con altre tendenze storiografiche, anche più ‘tradizionali’). Ma non è dell’esito di quella stagione di studi che voglio scrivere: quel che mi interessa è invece far notare come vi sia stato, negli ultimi anni, un salto di qualità.

Oggi, all’inizio del XXI secolo, la cultura popolare non è più un settore particolare della ricerca in campo umanistico ma è diventata un’esperienza di massa. Una cultura a-storica, pre- o anti-moderna, tradizionale, “naturale” (tali termini sono sentiti come sinonimi o per lo meno contigui). Antichità, tradizione e legame con l’ambiente rurale sono considerati caratteri di uno “strato” fondante e primigenio; se il ricercatore degli anni Settanta lo considerava di difficile decifrabilità e appartenente a un passato relativamente lontano, oggi tale strato è invece sentito come attingibile da chiunque contesti ciò che ritiene espressione di una cultura qualche dominante e vada alla ricerca, fidandosi del proprio istinto, di quel che finora sarebbe stato oppresso e sepolto.

Il passaggio dal campo delle scienze umane alla sfera dell’identità personale può anche essere considerato in linea di principio scorretto, ma è psicologicamente facile: se la cultura popolare è primigenia e fondante, non può veramente scomparire. Basta riscoprirla. Per cui qualunque cosa venga percepita da singoli e collettività come profonda e immediata può essere compresa nella “cultura popolare”, dalla festa del salame alla violenza di gruppo; qualunque tentativo di coartarne l’espressione può essere stigmatizzato come il rinnovarsi dell’oppressione esercitata in passato da dotti, ricchi e potenti, oppressione della quale svariati soggetti e fasce di popolazione (gruppi organizzati, movimenti politico-identitari, amministrazioni locali…) si sentono costantemente vittime.

spigolatrici

Feste di piazza – recte: sabba di consumismo enogastronomico – di recente istituzione, presunte rievocazioni storiche, iper-particolarismi linguistici, tecniche artigianali, usi agrari e scadenze silvopastorali assurti a simboli identitari, approssimazioni storiografiche autistiche che esaltano l’etnocentrismo, improbabili e dunque non-smentibili dietrologie: tutto è considerato capace di evocare un mondo “popolare” e autentico, rigidamente contrapposto a una cultura “dominante” che viene additata invece come recente, artificiale, cittadina e quindi corrotta (quella, appunto, dei dotti: non più quella dei ricchi e dei potenti, dato che ricchi e potenti hanno ormai sposato costumi e atteggiamenti plebei e usano con disinvoltura la retorica antiaccademica, lasciando i ‘dotti’ da soli a giustificare non solo la propria esistenza professionale, ma la dignità stessa di quella cultura “non-popolare” ora divenuta idolo polemico).

Una precisazione: non credo che le tendenze storiografiche citate in apertura abbiano fornito direttamente contenuti a questa tendenza (anche se eretici e streghe, com’è noto, danno spettacolo, e i “cibi poveri” sono diventati prodotti da slow food). Le hanno però dato – attraverso intermediazioni di carattere scolastico, giornalistico, televisivo e anche politico – legittimazione, specie nel momento in cui affermavano implicitamente e talvolta esplicitamente la tesi dell’eterna dicotomia tra due culture, quella dei dominatori e quella dei dominati. Certe suggestioni romantiche che dipingevano le tradizioni popolari come autentiche e non corrotte dalla cultura illuminista, borghese e cosmopolita sono transitate attraverso i culti fascisti e localisti e sono infine state rilanciate da quella cultura che coltivava la passione per la storia delle classi subalterne senza addestrarsi alla fatica della storiografia. Nei decenni in cui l’interesse per la cultura popolare (nei termini di cui si è detto in apertura) scemava dal punto di vista scientifico e storiografico, il paradigma della dualità si è invece profondamente radicato nell’opinione comune, forse anche perché capace di legittimare tutte le grandi narrazioni, vecchie e nuove, che permettono di suonare l’allarme per chiamare a raccolta contro un “nemico”.

Non voglio con questo dire che non esistano culture popolari, livelli diversi e anche conflittuali di lettura della realtà, talvolta corrispondenti a stratificazioni di carattere sociale, economico, religioso. Non voglio dire affatto che l’attenzione alle culture popolari – intese come quelle che non si esprimono prima di tutto nel testo scritto – debba essere accantonata. Sono convinto che l’aver contestato l’assioma secondo il quale una nazione ha una voce sola e aver considerato degne di attenzione tutte le manifestazioni della creatività degli uomini e delle donne (comunque le si voglia definire) sono grandi conquiste della cultura umana, e sono i frutti – le “conchiglie” della metafora sopra citata – della migliore riflessione storiografica maturata nel XX secolo. Ciò che era ed è improponibile è l’affermazione che di culture ne esistano per l’appunto solo due, una “alta” e una “popolare”, in situazione di reciproco disconoscimento o in costante e inevitabile conflitto. Sarà banale dirlo, ma il modo in cui gli uomini vivono e leggono il mondo invece si mescola, si sfrangia e si contamina incessantemente, secondo logiche che lo storico che intende la storiografia come scienza è chiamato a studiare, talvolta a schematizzare, mai a ridurre a coppie di opposti inconciliabili (anche se non si può escludere a priori che vi possano essere, in determinate epoche e contesti, due macroculture che si confrontano).

vagliatore

Scrivo queste righe – lo si sarà capito – con tono polemico, e forse un po’ impaurito, perché secondo me oggi si è consolidato ciò che in passato non esisteva, o non aveva la capacità di esercitare un’egemonia: la cultura popolare. Di volta in volta se ne immaginano le radici in qualche punto più o meno mitico del passato. Si tratta però sempre di qualcosa che ha a che fare con noi, con le nostre speranze o (più spesso) con le nostre paure.

  • Una versione di questo testo è stata pubblicata su Studi Trentini. Storia, 2/2015.
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