Dante e i giovani

di:

lettera papa

Il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità.

Accogliere questa indicazione che Italo Calvino ci dà nel suo testo Perché leggere i classici, inesauribile fonte di riflessioni, può significare, per chiunque si accosti all’opera dantesca, e in particolare per chi ha la responsabilità e il privilegio di presentarla ai giovani, collocarla sì nella sua verità storica e culturale, ma anche ridarle voce, farla diventare un messaggio di umanità che ci interpella attraverso il tempo e lo spazio.

Si tratta di ascoltare la voce di Dante: non nonostante, ma proprio mediante il suo linguaggio e la forza dei suoi versi, vorremmo accompagnare i giovani a confrontare la visione dantesca della vita umana e della società del suo tempo con la nostra, le cornici di senso del suo mondo e le sue risposte con i nostri sguardi dubbiosi e con le nostre domande.

Leggere i classici oggi

La lettura dei classici diventa, come diceva Ezio Raimondi, interrogazione sulla condizione e sul destino dell’uomo, e più che con qualsiasi altra opera questo può avvenire leggendo i versi danteschi, occasione privilegiata per aiutare gli studenti a rielaborare l’esperienza di privazione a diversi livelli che tutti abbiamo sperimentato e che, invece di indurci al fatalismo disimpegnato e al ripiegamento su noi stessi, può portarci alla ricerca di una comprensione più profonda di noi e degli altri, della nostra appartenenza ad una comune umanità, in vista di un impegno serio e responsabile.

Che la ricorrenza del settimo centenario della morte di Dante avvenga in un anno ancora fortemente segnato dal diffondersi del virus, oltre a farci rammaricare per i mille eventi programmati tuttora sospesi, o smaterializzati in incontri virtuali, ci fa anche pensare alla scelta di Dante di non consegnarsi all’impotenza e all’inattività, data la sua condizione di esiliato, ma di inventarsi una modalità per prender parte  ancora alla rigenerazione della sua società malata e per  dimostrare il suo valore di uomo, di politico e di intellettuale.

“Quello che Dante ci dice con la Commedia è che esistono possibilità che stentiamo a capire se ci arrestiamo alle soglie delle cose, dei pensieri, dei desideri e delle nostre personali attese: se seguiamo il Poeta nel suo percorso, da cima a fondo, scopriremo qualcosa che all’inizio non sapevamo neanche di voler cercare.” Parola di Alberto Asor Rosa.

Nello stesso numero di Robinson, settimanale di Repubblica, del 24 dicembre 2020, su cui appare l’articolo di Asor Rosa,  Stefano Massini scrive che “per ritrovare significato, Dante ha bisogno di scendere nel cuore più profondo del nostro stare al mondo, (…) negli spazi sempre più circoscritti della sua angoscia (che significa in latino esattamente angustia, ovvero ristrettezza) esplorando se stesso e le derive di un agire distorto” per ritrovare poi “ciò che riscatta l’uomo da macchina carnale a entità creatrice”.

È stata proprio la crisi di un individuo, infatti niente di più e niente di meno, a segnare il contesto e la motivazione di un viaggio senza precedenti e senza seguito nell’intera storia letteraria mondiale. E in questo viaggio Dante è come noi pieno di incertezze: esita, inciampa, sviene, non capisce, tormenta Virgilio e Beatrice con i suoi dubbi assillanti. Dante parte da se stesso, dallo sbandamento dei suoi anni confusi, minacciati dalla paura, dagli egoismi, dall’errore.

“È un vinto della vita e ha dei vinti tutto il pessimismo amaro.” (G. Salvemini) Nell’Italia mercantile del XIV secolo egli è un naufrago: “veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà” (Convivio 1, 3).

Senza timore quindi di forzare i testi, possiamo affiancarci a Dante e brancolare con lui nella selva oscura, provati duramente dall’ansia e dall’esperienza del distanziamento fisico che per molti è anche distanziamento sociale, incapaci di salire sul colle della speranza.

Anche noi come lui

Come lui, possiamo misurare la distanza tra la realtà che vediamo intorno a noi e i nostri sogni e aspirazioni. Per Dante era la corruzione delle due supreme istituzioni del suo tempo, l’Impero e la Chiesa, che avrebbero dovuto garantire al mondo pace e giustizia, la causa della rovina politica e sociale, insieme alla avidità e all’egoismo della “gente nova” ossia dei mercanti arricchiti ai quali i “subiti guadagni” avevano fatto perdere di vista i valori delle generazioni precedenti e la ricerca del bene comune.

Anche noi cerchiamo le responsabilità del degrado ambientale, origine remota anche dell’epidemia da corona virus, delle enormi diseguaglianze che dividono il nostro pianeta, di un’economia che uccide (papa Francesco) perché guarda solo al profitto e di una politica lontana dai veri problemi delle persone…

Anche noi come Dante vorremmo sperare in un Veltro, un riformatore che ci indicherà da dove partire per una rigenerazione morale e civile. Dante ha deciso di scrivere il poema per rappresentare il reale in tutta la sua complessità e anche per dargli quell’unità a cui la cultura del suo tempo, molto più della nostra, guardava come ultima finalità dell’esperienza intellettuale e spirituale.

Esiliato ed escluso dalla vita politica fiorentina, scrivere era per lui l’unica possibilità che aveva per far arrivare ai suoi contemporanei il suo messaggio di uomo phylosophiae domestico e predicante iustitiam, come scrive nella drammatica Lettera all’Amico fiorentino, e in questa missione, che più volte nel corso della Commedia ribadisce come affidatagli da Dio, si impegna totalmente.

Anche a noi è stata data in questo periodo l’occasione di riflettere sul nostro rapporto col pianeta, con gli altri e con il nostro paese. Siamo stati sfidati in un modo fondamentale, colpiti nella nostra esigenza profonda di socialità: ma questa “prima paura mondiale”, come è stata definita con evidente assonanza con un’altra tragedia del Novecento, può anche essere l’opportunità di acquisire nuove consapevolezze e di attuare dei cambiamenti.

“Dovevo pure insegnare – scrive don Milani nella Lettera ai Giudici – come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”.

Anche noi ci chiediamo oggi, nelle ristrettezze e nei confinamenti a cui ci costringe la pandemia, come far arrivare agli altri la nostra voce, come prenderci cura delle relazioni e come continuare a progettare il nostro futuro, scoprendo magari insperate e finora sconosciute risorse di creatività e coraggio.

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