Il dialogo delle immagini

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Numerosi sono i temi esaminati nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, tra cui anche l’efficacia della via pulchritudinis nella trasmissione della fede, a partire dalla convinzione che «tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù» (n. 167). Una tale conclusione appare particolarmente impegnativa in quanto non si limita a ribadire l’antica verità secondo cui la bellezza porta a Dio. È qui asserito più precisamente che ogni autentica bellezza porta al Gesù annunciato dai cristiani.

L’Umanità sofferente

Tra i possibili spunti di riflessione ispirati da questo passaggio dell’esortazione è anzitutto da notare il suo risvolto “paradossale”. Infatti, per un pensiero “classico” secondo cui il divino si distingueva per l’armoniosa perfezione associata alla luminosa bellezza spirituale, risultava naturale la conclusione che Colui che è all’origine di ogni bellezza fosse raggiungibile per mezzo di un itinerario ascensionale estetico/spirituale riservato a pochi eletti. Ma dichiarare, come ha fatto papa Francesco, che l’autentica bellezza porta a Gesù Cristo implica che tale via estetica debba essere dilatata in un abbraccio – che è anche contemplazione – della concretezza della “carne”, persino di quella dolente.

Ora, quale attrattiva può essere rinvenuta in un Dio fatto uomo che, nella veste di Servo sofferente, «non ha bellezza né splendore per attirare i nostri sguardi» (Is 53,2)? In effetti il nucleo della «follia cristiana» – secondo la parola di san Paolo – è riassunto e reso visibile dall’amore sofferente incarnato nel dolore scandaloso del Christus patiens, emblema per eccellenza dell’Umanità afflitta.

Come non vedere in questo sorprendente incontro con una bellezza che si presenta sub contraria specie un singolare ponte che associa il cristiano a ogni uomo sofferente, via d’accesso privilegiata per un’evangelizzazione capace di sintonizzarsi con il linguaggio di un’epoca segnata dai tanti drammi di interi popoli? Da ciò si ricava un’idea di arte cristiana che, divenuta consapevole e partecipe della sofferenza del mondo, si china umilmente con il proposito di elevare la pietra scartata alla dignità di pietra d’angolo, dando così avvio a un inaudito «esodo della bellezza» (cf. A. Dall’Asta, Dio alla ricerca dell’uomo. Dialogo tra arte e fede nel mondo contemporaneo).

Un valore “cristico”

È inoltre mia convinzione che, da quanto dichiarato da papa Francesco, si possa quantomeno ricavare una seconda osservazione, e questa non solo in ordine a un dialogo con l’Umanità sofferente che sappia coniugare in profondità arte e vita, estetica ed etica. Un’ulteriore considerazione nasce anche in una prospettiva di dialogo tra diverse tradizioni religiose.

Nell’asserzione che tutte le espressioni di autentica bellezza avvicinano a Gesù Cristo è in fondo da riconoscere anche un’applicazione puntuale di quanto la riflessione teologica ha acquisito nell’ambito del dialogo interreligioso a partire dall’epoca conciliare. Già nella dichiarazione Nostra aetate veniva espresso grande apprezzamento per «quanto è vero e santo» nelle altre esperienze religiose.

La riflessione teologica successiva preciserà che tali valori sono suscitati dallo Spirito Santo e, seppur inconsapevolmente per i non cristiani, orientano all’incontro con Gesù Cristo.

Ora, anche la bellezza espressa dalle più svariate forme artistiche è riconducibile alla sfera dei valori, per cui si deve riconoscere che quanto transluce dalla sapienza artistica delle diverse esperienze religiose può assumere un valore “cristico”, ossia è un percorso potenzialmente idoneo ad associare ogni uomo al mistero pasquale, seppur «nel modo che Dio conosce» (Gaudium et spes, 22).

Rimane così relegato alle ombre del passato quel radicato pregiudizio che ha accompagnato per troppo tempo anche la storia del cristianesimo, secondo cui le immagini delle altre religioni non sarebbero altro che ingannevoli idoli prodotti dalle mani di ottenebrati popoli pagani, meritevoli unicamente di condanna e di conseguente distruzione.

Dalle considerazioni proposte mi sembra apparire più chiaramente la profondità dell’inattesa risposta data da papa Francesco a chi gli chiedeva di citare un quadro significativo, allorché egli richiamò la Crocifissione bianca di Marc Chagall. Da notare anzitutto che, in luogo delle innumerevoli opere d’arte destinate ad avvincere l’osservatore con la loro suadente perfezione, ad attirare l’attenzione del pontefice è stata la rappresentazione del martirio di un intero popolo, concentrata nella figura del Christus patiens. Ma non si può trascurare che questa atipica crocifissione è l’opera di un artista ebreo, per cui la preferenza accordatale da papa Francesco è anche viva dimostrazione di come l’arte possa divenire un potente mezzo di dialogo interreligioso.

Le immagini nelle religioni

Diversi documenti della Chiesa cattolica dedicati a questo genere di incontro suggeriscono le modalità più adeguate a tale scopo, tra cui il dialogo delle opere, degli scambi teologici, della vita, della esperienza religiosa. A mio parere la grammatica del dialogo interreligioso e interculturale risulterebbe ampiamente arricchita dalla valorizzazione del «dialogo delle immagini», di certo non meno impegnativo ma, allo stesso tempo, non meno proficuo di altri percorsi dialogici.

Non sarebbe meno impegnativo dato che, anche in questo caso, è verificabile come non si dia un linguaggio universale che trascenda e armonizzi le religioni del mondo, ma anzi persino nel campo estetico appare manifesta tutta l’alterità religiosa. Si presentano infatti religioni e correnti religiose ricche di immagini (“iconofile”), accanto ad altre che invece non le giudicano adatte per la rappresentazione cultuale (“aniconiche”) o le hanno addirittura in sospetto (“iconofobe”), mentre determinate tradizioni giungono a sperimentare le vertigini di un’«estetica del vuoto» (cf. G. Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente).

Si tratta dunque di esperienze artistiche che si collocano dialetticamente su piani difficilmente conciliabili. Quanto, ad esempio, l’immagine per noi usuale del crocifisso possa invece risultare conturbante per un orientale è bene espresso dalle seguenti parole del monaco zen D.T. Suzuki (1870-1966): «Il simbolismo cristiano è strettamente collegato alla sofferenza degli uomini e la crocifissione è il climax di ogni sofferenza. Anche i buddhisti parlano molto di sofferenza, ma il suo climax è il Buddha serenamente seduto sotto l’albero di Bodhi sulle rive del Nirajana» (Misticismo cristiano e buddhista).[1]

Per chi desidera entrare in dialogo con l’altro religioso e si sforza di comprendere il linguaggio attraverso cui quest’ultimo esprime un frammento del mistero divino, non solo le parole pronunciate nei convegni interreligiosi o le pagine stilate da rappresentanti di diverse tradizioni offrono un prezioso contributo.

Anche l’esperienza di condivisione artistica promette di dare i suoi abbondanti frutti, dato che alla capacità comunicativa della parola, del logos, viene associata quella non meno potente dei sensi, dunque dell’aisthesis.

Un’educazione al dialogo delle immagini abitua a riconoscere tanto il loro valore rivolto ad intra, così come la qualità di autopresentazione ad extra, assumendo in tal modo un ruolo speciale anche in funzione dell’incontro interculturale e interreligioso.*

Rielaborazione ampliata di un articolo pubblicato il 15 ottobre 2017 nel settimanale diocesano di Padova La Difesa del popolo.


[1] Lo stesso monaco arrivava a sostenere che la crocifissione di Gesù sarebbe un’immagine non comprensibile dal punto di vista buddhista perché associata «al sadico impulso di una mente psichicamente malata».

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