Dietro il successo delle serie TV

di: Claudio Gotti e Matteo Marino

true detectiveC’era una volta il cinema: potrebbe essere lo sconsolato commento di nostalgici e puristi di fronte al nuovo successo del piccolo schermo per via delle serie che vi transitano, sempre più belle, numerose e inarrestabili. A dirlo potremmo essere anche noi in quanto spettatori, che caduti nella dipendenza più diffusa del XXI secolo, quella da serie TV appunto, potremmo trovarci a disattendere, sebbene a tratti, il cinema, a disertare le sale persi dietro a nuove stagioni, binge watching e ritorni epocali.

Succede sempre all’imporsi di un nuovo mezzo che sembra segnare il tramonto del precedente (sulle prime). Lo abbiamo visto nel passaggio dalla carrozza al treno, dalla pittura alla fotografia, dall’oralità alla scrittura, dal teatro al cinema, dalla radio alla TV, dal fisso al mobile, dall’analogico al digitale, dai libri al web, dal fisico all’online, dai club ai social. E invece ogni volta il «vecchio» mezzo non è mai morto. Anzi, grazie al nuovo arrivato ha potuto concentrarsi ancor più sulla sua genuina specificità che proprio nel confronto viene fuori rafforzata. Come se davvero la TV fosse in grado di supplire in tutto e per tutto a ciò che l’ha preceduta e a cui tuttavia deve tutto: alla base del linguaggio e della grammatica televisiva c’è sempre il montaggio audiovisivo e alla base del cinema c’è sempre la fotografia…

Cinema e TV hanno in comune anche il fatto di essere sogni a occhi aperti (il cinema, si sa, è nato con la psicanalisi), con alcune differenze. Se il cinema ha il vantaggio della sala buia, della proiezione e dell’immobilità (condizioni proprie del sognatore), la serie TV, la «settima arte bis», come è stata definita, permette un tipo di fruizione più intimistica. (…) Fra telegiornali e quiz, varietà e reportage, è la serie TV, grazie a una maggiore qualità e all’ibridazione di generi (può essere contemporaneamente thriller e soap opera, triste e gioiosa, filosofica e d’azione), a emergere con più sintesi e forza, a fare da specchio alle crisi dell’immaginario contemporaneo e alle conquiste sociali, ingenerando non solo immedesimazione, ma anche prese di distanza (per gli antieroi di Breaking Bad, Romanzo criminale ecc.) e riflessioni. (…)

I segreti del successo

Ma perché le serie TV hanno così successo? Perché una certa serialità odierna appare più «avanti» della settima arte? Cominciamo con una considerazione. In America c’è sempre meno spazio per il film drammatico «medio», medio dal punto di vista produttivo, non della qualità, cioè senza grosso budget e senza grossi nomi. I Soprano, per esempio, inizialmente sarebbe dovuto essere un mafia movie.

David Chase lavorava in televisione da vent’anni e aveva perso l’entusiasmo: nulla più lo sorprendeva nella TV seriale a partire dalla regola che il protagonista dovesse essere un personaggio «accettabile». Quando propose la sua vecchia idea sui Soprano (risale agli anni Ottanta) per trarne una serie, alla Fox i dirigenti, guarda caso, gli chiesero di trasformare il boss protagonista in un agente infiltrato sotto copertura. Nello stesso tempo stava cominciando a farsi notare la HBO con Oz, un modesto successo commerciale che però fece capire agli sceneggiatori come quella potesse essere la casa delle loro idee più coraggiose (da lì in poi sarebbero arrivate Sex and the city, The Wire, Girls, Six feet under, Il Trono di spade, In Treatment, True blood, True detective, Looking, The Leftovers, The night of, Westworld).

Chase, che pensava già al salto verso il grande schermo, accettò di realizzare la serie per la HBO semplicemente perché ne avrebbe diretto il pilot: volendo diventare un regista cinematografico e non essendo mai stato dietro una macchina da presa, quella sarebbe stata la sua scuola e il suo biglietto da visita. E invece si ritrovò a realizzare la serie della sua vita senza alcuna delle limitazioni che lo avevano quasi spinto ad abbandonare la TV. Meno soldi, maggiore autorialità, più libertà.

La serialità TV è «avanti» in quanto consente maggiore sperimentazione ed è meno vincolata ai capricci della distribuzione. Certo, ci sono illustri pilot che sono caduti per il capriccio di dirigenti e gruppi di ascolto poco lungimiranti, e se anche lì per anni lo share l’ha fatta da padrone, perché contava la vendita degli spazi pubblicitari, oggi, con gli abbonamenti e i nuovi servizi di streaming che sono anche produttori di serie (vedi Netflix con Orange is the new black, Daredevil, Sense8, House of cards, Stranger things, il ritorno di Black mirror e il revival di Una mamma per amica) i ragionamenti commerciali sono diversi ed è nata la consuetudine di rilasciare una stagione tutta insieme, dando al pubblico l’opportunità di vederla immediatamente come fosse un unico grande film di tante ore (o anche un grande romanzo dove mettere il segnalibro quando si vuole), senza dover attendere giorni e orari prestabiliti.

Il cinema dietro

Anche laddove la messa a disposizione del prodotto non è totale ma rispetta il criterio di una puntata a settimana, si è cominciato sempre più a ragionare come se queste serie fossero effettivamente dei lunghi film. Prendiamo True detective o The OA: in quest’ultimo caso addirittura la durata fissa da episodio a episodio salta, e una puntata può durare un’ora e mezza o solo mezz’ora, a sorpresa, a seconda di quanto serva al racconto, come per un film. David Lynch ha dichiarato di considerare un lunghissimo film le 18 ore del nuovo Twin Peaks (su Showtime, altro canale a pagamento che ha sfornato cult come Dexter, Shameless, Penny Dreadful, Homeland), chiedendo esplicitamente di non chiamarle puntate ma parti. Sempre di Lynch, Mulholland drive, considerato il film più bello del XXI secolo dalla BBC, fu pensato come il pilot di una serie TV, rifiutato dalla ABC (a proposito di dirigenti poco lungimiranti). I due mondi sono ormai comunicanti.

Se un pilot può trasformarsi in un film, un film può ispirare una serie TV (The Mist, Dal tramonto all’alba, Fargo). Se prima il sogno degli attori televisivi era quello di sfondare nel cinema (vedi George Clooney da ER a star di Hollywood), adesso, grazie a nuovi metodi produttivi che impongono quasi sempre stagioni di 8-12 puntate anziché le consuete 22-24, molte star decidono di dedicare parte del loro anno lavorativo alla TV. Il caso forse più eclatante è quello di Kevin Spacey, protagonista-mattatore di House of cards. Ci colpiscono anche i nomi di Winona Ryder  (Stranger things), Jessica Lange e Kathy Bates (American horror story), un gigante come Maggie Smith (Downton Abbey). L’elenco diventa sterminato se pensiamo alle guest star (per esempio Charlotte Rampling, protagonista di tutta una stagione di Dexter), una consuetudine che ha il suo apice in sit-com come Friends e Will & Grace se consideriamo i cammei: un numero impressionante di star si sono aggirate sui loro set, a dimostrazione di quanto le serie fossero già un cult che il viavai di tutti quei «pezzi grossi» ha contribuito a consolidare ancora di più.

Quanto ai registi cinematografici «prestati» alla TV (ma forse anche questo verbo andrebbe riconsiderato), troviamo Gus Van Sant (Boss) e le sorelle Wachowski (Sense8); più indietro, negli anni Novanta, un enfant terrible come Lars von Trier (The Kingdom), fino al già citato Twin Peaks, un vero e proprio spartiacque ispiratore, un successo scomodo che ha alzato l’asticella della qualità e della complessità delle serie partendo, con un moto rivoluzionario, dalla TV in chiaro. Insomma, agli albori della nuova epoca d’oro della serialità televisiva c’è il cinema. E che cinema…

Il fattore tempo

Rispetto al singolo film la differenza più grande è il tempo. Le serie TV hanno dalla loro settimane, mesi, anni in cui impariamo a conoscere i personaggi. Ci affezioniamo a loro, li vediamo crescere e a volte invecchiare proprio mentre cresciamo e invecchiamo pure noi. Questa particolare comunanza con il pubblico, messo davanti a loro non per sole due ore ma per 5-6 stagioni, e non in storie autoconclusive che li fanno restare uguali a sé stessi, ma con archi narrativi molto compositi (vedi Lost, ad esempio), è stata una grossa novità.

A differenza di molto cinema di intrattenimento, le serie TV si prendono tutto il tempo per presentare, caratterizzare e far evolvere i protagonisti (anche i comprimari), fungendo da eccezionale laboratorio di sceneggiatura e recitazione. Sia per la necessità di andare oltre gli stereotipi iniziali (il misantropo, la femme fatale, il novellino, il serial killer, il nerd), sia per l’avvicendamento di scrittori diversi man mano che la serie avanza, assistiamo alla costruzione dal vivo di figure sfaccettate e complesse, in continua trasformazione. Nei telefilm vediamo realizzarsi con sorprendente efficacia una vecchia regola della buona narrazione: ricordarsi che esistono persone buone a cui capita di fare azioni esecrabili e persone cattive capaci delle azioni più nobili, e che non restiamo mai uguali a noi stessi (come accade letteralmente al Doctor Who), anche se ci piace pensarlo; e nonostante, certo, il rischio sempre presente di snaturare troppo un personaggio (vedi Dexter).

Tornando all’impalcatura diegetica, estetica, spettacolare e produttiva delle serie TV, per quanto non riconducibile a un solo schematico modello, inizia a essere rintracciabile anche nel cinema contemporaneo. Ventisette anni fa il cinema è entrato in televisione attraverso Twin Peaks: un grande autore metteva la sua poetica e la sua estetica al servizio di una serie TV scritta insieme a un autore di serie TV, Mark Frost (era nel team di sceneggiatori dell’innovativo Hill Street giorno e notte). Ancora una volta i due mondi erano entrati in comunicazione producendo qualcosa di unico che avrebbe fatto scuola. Oggi, nonostante le saghe cinematografiche ci siano sempre state (nel cinema hollywoodiano moderno probabilmente il più grande e longevo esempio è quello di Star Wars), si nota una maggiore attenzione nei loro confronti dal punto di vista produttivo: i sequel non sono più tanto l’effetto sperato o addirittura non premeditato del successo di un primo capitolo, ma le trilogie vengono pianificate come opere seriali fin dall’inizio, con dei «finali» del tutto non conclusivi, che rimandano esplicitamente alla prossima «puntata». (…)

dizionario serie tvRiprendiamo una parte del saggio di Claudio Gotti e Matteo Marino dal titolo: «TV, cinema e web: schermi comunicanti», pubblicato su Filmcronache n. 2/2017. Questo numero della rivista – Serie TV: la nuova frontiera del cinema? – contiene quattro approfondimenti scaturiti da una domanda di stretta attualità (le serie TV e le web series sono diventate la nuova frontiera della settima arte?). Gotti e Marino, autori di un Dizionario in due voll. sull’argomento (Becco giallo, 2016), rispondono nel loro saggio con profondità di analisi e passione. Il cinema non è morto, sostengo i due autori, ma grande schermo, piccolo schermo e Internet costituiscono ormai una rete di “vasi comunicanti” che, influenzandosi a vicenda, stanno alzando l’asticella del visibile, condizionandone le forme di rappresentazione.

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