Dove sei, Lisistrata?

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guerra donne

Le guerre scoppiano in un attimo, ma arrivano da lontano. Lo sapeva bene Tucidide (460-403 a.C. ca.), il grande storico della grande guerra del Peloponneso.

Una guerra grande per durata – ventisette lunghissimi, interminabili, anni, dal 431 al 404 a.C.; e grande e grave per le sue conseguenze nella vita dei singoli e nell’esistenza e negli equilibri fra gli stati che, in vario modo e in varie forme, si trovarono coinvolti nel conflitto.

La guerra del Peloponneso

Il primo degli otto libri di cui è composta l’opera tucididea è dedicato all’analisi delle cause che portarono allo scatenarsi delle ostilità fra le due grandi superpotenze dell’epoca, Sparta ed Atene.

Ma districare la matassa degli antefatti risulta laborioso anche per un analista esperto di politica e di fatti d’armi come Tucidide. Pagine e pagine sono dedicate a presentare le motivazioni occasionali e remote della conflittualità che fece precipitare la Grecia per quasi trent’anni in una spirale sanguinosa di violenza fratricida.

Il preludio della grande guerra si presenta remoto anche sul piano geografico. Perché, se la guerra si chiama “del Peloponneso”, è “altrove” che le ostilità prendono le mosse.

Dobbiamo volgerci a occidente, alla costa dell’odierna Albania, nella città che oggi si chiama Durazzo e che allora si chiamava Epidamno, città fondata da coloni di Corcira (odierna Corfù), a sua volta fondata da coloni di Corinto.

Tucidide ci spiega come uno dei prodromi della guerra del Peloponneso fosse stato il conflitto apertosi tra Corciresi e Corinzi in merito all’ampliamento della propria sfera d’influenza sulla città di Epidamno (tradotto: battaglia navale, navi distrutte, soldati uccisi, catturati, ridotti in schiavitù).

Atene sottoscrive un’alleanza con Corcira in funzione difensiva contro Corinto. Le trame delle ostilità si allargano e si infittiscono; da occidente ci si sposta ad oriente, nella penisola calcidica. Battaglia di Potidea, ancora morti. E poi blocchi navali, nuove truppe da assoldare, città che insorgono, città assediate, private delle scorte alimentari, rase al suolo. E migliaia e migliaia di persone costrette a fuggire dalle proprie case. E deportazioni, e violenze. Tutto questo, “prima” dello scoppio della guerra.

I fatti e le cause

Nel primo libro della Guerra del Peloponneso, Tucidide ricostruisce nella loro concatenazione causale e analizza con rigore scientifico i fatti che portarono allo scatenarsi di questa autentica guerra “mondiale”, coinvolgente la maggior parte dell’umanità.[1]

Le motivazioni delle parti vengono, per così dire, illuminate dall’interno, attraverso la loro presentazione in forma di discorsi diretti tenuti dai diversi protagonisti del dibattito, politico e militare, che precedette e accompagnò la guerra in tutte le sue fasi. Un libro intero per raccontare gli antefatti, e due brevi, lapidari passaggi per suggellare il giudizio sulle cause profonde del conflitto.

Al capitolo 23: «Sono convinto che la motivazione più autentica, quella che meno traspariva dai discorsi ufficiali, fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l’apprensione che ne derivava per Sparta».

E al capitolo 88: «La votazione spartana sui patti da considerarsi sciolti e sulla guerra da intraprendere non è scaturita dall’opera di convinzione degli alleati, quanto dall’apprensione suscitata dalla potenza ateniese, in costante sviluppo. Vedevano infatti che Atene aveva le mani sulla maggior parte della Grecia».

Espansionismo economico e militare da una parte, paura di vedersi sottrarre posizioni significative nella tramatura di alleanze e accordi internazionali, dall’altra. Fiumi e fiumi di parole per tentare di districare lo gnommero. Ma alla fine che cos’è la guerra, ogni guerra, se non una prova di forza, dove il gioco delle parti si riduce ad un semplice gioco di potere in cui chi paga non è chi manovra le pedine?

La guerra del Peloponneso scoppia nella primavera del 431 a.C., con le truppe spartane che invadono le campagne ateniesi costringendo i contadini a ritirarsi entro le mura della città, lasciando incolti i campi. Seguono la carestia e una terribile epidemia di peste. Poi, ancora, invasioni e battaglie. Così per una decina di anni. Quindi una pace effimera tra i contendenti nel 421 a.C., la ripresa del conflitto, la guerra che si sposta in Sicilia. Migliaia di soldati trovano la morte nelle operazioni militari a Siracusa o nelle disumane condizioni di prigionia delle Latomie.

Ad Atene la fiducia popolare crolla. Padri, mariti, fratelli, figli – sacrificati per una guerra che sembra non avere più fine. La città è allo stremo, le donne sono disperate.

La “Lisistrata” di Aristofane e quella di Garinei e Giovannini

Il grande commediografo Aristofane, poco più che ventenne quando inizia la guerra, nelle sue commedie dà voce e corpo al desiderio di pace che attraversa la città e si fa sempre più forte durante i lunghi anni del conflitto. E nel 411 a.C., vent’anni dopo lo scoppio della guerra, mette in scena Lisistrata. Perché la guerra è “roba da uomini”, certo, ma chi ne fa le spese sono le donne e i figli bambini.

Ecco allora la trovata geniale. Lisistrata – colei che scioglie gli eserciti – raduna le donne ateniesi di primo mattino e propone loro di convocare ad Atene tutte le donne greche, spartane comprese, per salvare insieme l’Ellade dalla violenza insensata della guerra. Come? Semplice: imporre ai propri uomini la rinuncia ai rapporti sessuali. Così sarà. Ateniesi e spartane, vincolate da un solenne giuramento, intraprendono la via della completa astinenza, dello “sciopero del sesso”, con esiti esilaranti per i vogliosi mariti, messi alle strette dall’irriducibilità delle mogli: o la pace o… niente!

La guerra è una cosa per donne, questa è la trovata geniale di Lisistrata: è una cosa, cioè, su cui anche chi, come le donne, non ha diritto di parola e non conta nulla nella città, ha il diritto (il dovere?) di pronunciarsi.

Le donne greche, ateniesi e spartane, irremovibili – pur tra qualche tentennamento – costringeranno i maschi a capitolare; le trattative avranno inizio e il tanto desiderato trattato di pace verrà firmato. Ma… Attenti a non ripetere gli stessi errori, in futuro! dirà Lisistrata nel tripudio conclusivo della commedia, quando mariti spartani e ateniesi, dando il braccio alle spose, danzeranno una danza di ringraziamento agli dèi per la pace finalmente ritrovata.

Negli anni della guerra fredda, quando il mondo intero viveva l’incubo di una possibile terza guerra mondiale, Garinei e Giovannini proposero una riscrittura di Lisistrata che adombrava negli ateniesi gli americani e negli spartani i russi.[2] Tornava l’idea che proprio dalle donne potesse arrivare una parola diversa rispetto a quella guerra che, fredda o calda che fosse, era a tutti gli effetti ancora e soltanto “roba da uomini”.

La guerra, un’antica festa crudele

«E chissà quante donne americane e vietnamite prima, afghane o irachene dopo, nel seguito del Novecento avrebbero voluto impedire con ogni mezzo ai loro uomini di accanirsi in guerre sanguinose; proprio come oggi lo desidereranno atzere e armene, eritree etiopi o tigrine, e così via. Donne che, proprio come le ateniesi e le spartane di Aristofane, perdono padri mariti e figli per questa antica festa crudele che gli uomini non si stancano di celebrare: la guerra».[3]

La guerra? Un’antica festa crudele, scrive Maurizio Bettini, antropologo e classicista.

La guerra? Uno stupro di impotenti, scrive Slavoj Žižek, filosofo e politologo, che così conclude il suo intervento sul Fatto Quotidiano il giorno successivo alla prima penetrazione diretta dell’esercito russo in Ucraina: «Chi, come noi, vive in Paesi che si ritrovano spettatori della triste commedia dello stupro, deve sapere che solo una decisa castrazione potrà impedirlo. Non possiamo che raccomandare che la comunità internazionale effettui una simile operazione chirurgica sulla Russia e, in certa misura, anche sugli Stati Uniti: ignorandoli e marginalizzandoli il più possibile, trattandoli come imbarazzanti oscenità, come qualcuno che vediamo defecare sulla pubblica strada; e assicurandosi che al posto della loro autorità globale non cresca più nulla».[4]

Tutte le guerre sono uguali – stesse ragioni, stesse falsità. La guerra del Peloponneso come la guerra in Ucraina. Duemilacinquecento anni di storia, e non è cambiato nulla.

Seguiamo con animo straziato le notizie. La guerra al covid ci sembra poco più che una burla, ora che occhi e cuore ci si riempiono di immagini e testimonianze di una guerra vera, fatta di carri armati, di bombardamenti, di sirene, di bunker, di attacchi aerei. Pensavamo di esserci lasciati alle spalle Belgrado, e invece le bombe riprendono a cadere, nella civilissima Europa. Dove sei, Lisistrata, dove sei?

La voce di due donne ucraine

Mercoledì 2 marzo, inizio del cammino di Quaresima. L’Università Cattolica di Brescia propone agli studenti un momento di riflessione e di preghiera.

Anna Baydatska, docente madrelingua di lingua russa, di origine ucraina, porta la sua testimonianza. Mostra un breve filmato in cui, in una città a nord di Kiev, la gente comune si è fatta incontro ai blindati russi a mani nude, cantando l’inno nazionale ucraino. Parla della cugina, che abita a Kiev. La professoressa si è offerta di ospitarla in Italia, ma la risposta è stata no: la casa in cui la cugina abita è l’unica del quartiere ad avere ancora acqua potabile e in tanti fanno riferimento a lei e alla sua famiglia per le necessità di acqua e di protezione.

Noi, qui in Italia, come possiamo fare per aiutarli? – chiede la professoressa Baydatska alle studentesse e agli studenti che l’ascoltano commossi. E propone, con semplicità, tre pensieri che diventano punti cardinali. Primo: la preghiera. La preghiera è una forza che, partendo da un cuore convertito verso Gesù, si estende dappertutto. Secondo: leggere le informazioni in modo intelligente, senza fermarsi alla superficie di parole che veicolano propaganda, dall’una e dall’altra parte. Terzo: trovare forme concrete di solidarietà.

Il cinismo non deve avere l’ultima parola. Lo ricorda accoratamente Iryna Lavryshyn, giovane ucraina da undici anni in Italia, studentessa della facoltà di Scienze linguistiche dell’Università Cattolica. Il suo messaggio arriva diretto al cuore: oggi più che mai, dice, è fondamentale incrementare le relazioni interpersonali, perché queste stanno alla base delle relazioni interstatali. Se riuscissimo a sviluppare sempre di più il nostro amore, comprensione e rispetto verso il prossimo, riusciremo a creare un futuro migliore dove non ci sarà spazio per la violenza.

Ascolto con commozione e speranza la testimonianza di queste due donne ucraine che, con voce rotta dalle lacrime, parlano di non-violenza, e le parole del professor Adriano Dell’Asta, docente di Lingua e Letteratura russa, che indica la via della non-violenza come strada da percorrere insieme agli amici russi. E mi dico che come cristiane, come cristiani, dobbiamo oggi più che mai essere fermi riguardo alla necessità di camminare su questa strada, senza cedere alla tentazione di benedire le armi, chiunque sia chi le impugna.

L’incontro dell’Università Cattolica si conclude con la distribuzione ai presenti di bellissime rose bianche dal gambo infilato in fondelli di cartuccia, a memoria di Sophie Scholl, del fratello Hans e degli altri ragazzi della Rosa Bianca, giovani cristiani che nella fede trovarono le ragioni e l’ardire per contrapporsi al nazismo in modo non-violento, con spirito fermo e animo tenero.[5]

Altre strade sono possibili, oltre la guerra, la violenza, il potere e la paura.


[1] Tucidide, La guerra del Peloponneso, Introduzione e traduzione di Ezio Savino, Garzanti 1989. Cf. Introd. pag. XVII.

[2] Nel 1958 venne portata in scena al teatro Sistina di Roma la commedia musicale Un trapezio per Lisistrata.Nel 1971 ne venne realizzata una versione televisiva, intitolata Mai di sabato, signora Lisistrata.

[3] Maurizio Bettini, Uomini, tremate. Lisistrata è tornata, La Repubblica, 8 febbraio 2021.

[4] Slavoj Žižek, Goodbye Lenin nel Donbass, Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2022.

[5]https://www.youtube.com/watch?v=6o1c8Z1A9B4

https://secondotempo.cattolicanews.it/news–russia–ucraina–la–pace–cammina–sui–piedi–dei–giovani

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Un commento

  1. Tobia 13 marzo 2022

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