«Dune»: una sana critica alla guerra

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Denis Villeneuve ha portato (nuovamente) sul grande schermo Dune, l’epopea letteraria ideata da Frank Herbert. E questo gli è stato premiato con ben 6 statuette, nella serata degli Oscar: miglior Fotografia, miglior Scenografia, miglior Montaggio, miglior Sonoro, miglior Colonna Sonora e migliori Effetti Visivi.

Tra le opere più diffuse al mondo, laboratorio di grandi innovazioni per il genere fantascientifico, Dune è stato in grado di ispirare perfino il mondo di Star Wars. Tra i precedenti tentativi filmici della saga, il più riuscito, quello di David Lynch del 1984, aveva cooperato a rendere noto il Duniverse anche a coloro che non conoscevano le trilogie del romanzo.

Nella nuova trasposizione impressiona il cast, a dir poco stellare: Timothée Chalamet interpreta il protagonista Paul Atreides, Zendaya veste i panni dell’amata Chani, mentre Jason Momoa è Duncan Idaho, mentore delle armi per il giovane Paul, con Oscar Isaac nel ruolo del duca Leto, padre del giovane rampollo di casa Atreides.

Le trilogie

La storia di Dune ruota intorno alla figura di Paul che con la famiglia si trasferisce sul pianeta desertico di Arrakis. Qui l’acqua è un bene raro che nella vita tribale della popolazione locale, i Fremen, diventa oggetto di culto insieme alle misteriose creature che abitano il sottosuolo del deserto. Su Arrakis (che per i locali è semplicemente Dune) vivono i vermi delle sabbie, le gigantesche creature per cui Herbert è diventato famoso. Esse passano la maggior parte del tempo immerse nel sottosuolo arido, e affiorano in superficie solo per divorare chi osa rompere la sacralità del silenzio delle sabbie.

Se il film non copre nemmeno lo spazio narrativo del primo romanzo (ma si vocifera già di una prosecuzione), occorre dire che il ciclo originale di Dune, con due trilogie, è molto vasto. La prima, composta dai romanzi Dune, Messia di Dune e I figli di Dune è incentrata sulle vicende di Paul e sulla sua ascesa a figura religiosa per l’impero intero. Nella seconda trilogia, che perpetua l’epopea con L’imperatore-dio di Dune, Gli eretici di Dune e La rifondazione di Dune, Herbert arriva a coprire un tempo ancora più lontano nel futuro mostrando come i fatti della prima trilogia hanno ripercussioni quasi eterne.

Occorre notare che Herbert è cresciuto in una famiglia cattolica prima di convertirsi al buddismo Zen. Questo si riflette nel suo universo fantastico in cui si avvertono gli influssi di diverse concezioni religiose, tra cui il cristianesimo, il giudaismo, il navajo e l’islam. Già dallo sviluppo del primo romanzo del 1965, Herbert ci offre un profondo esame dell’intreccio tra religione, misticismo, politica, ecologia, scienza, sociologia e umanità grazie alla lente futuristica di una società feudale interstellare.

Temi filosofico-religiosi

Il giovane Paul Atreides, coinvolto nelle rivalità politiche per il controllo della spezia, la merce più preziosa dell’universo, avrà a che fare con la Bibbia Cattolica Organgista, con la filosofia computazionale dei Mentat, con la programmazione genetica/psicologica dell’ordine Bene Gesserit, e con altre svariate istanze di un universo filosofico-religioso.

L’esempio più evidente di questa costruzione religiosa è sicuramente la religione dei Fremen. Herbert mescola in essa elementi del suo buddismo Zen con l’Islam sunnita. Gran parte del linguaggio dei Fremen è legato all’arabo e alla terminologia islamica. Paul ad esempio, adotta per sé il termine «muad’dib» che, se nella lingua del popolo che abita le caverne del deserto, indica il topo ammirato per la sua capacità di sopravvivere ad ogni calura, nel rispettivo (reale) arabo «Mu’adibs» significa «maestro», a sottolineare il ruolo di profeta che Paul guadagna presso i Fremen.

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Viene facile il paragone tra Paul Muad’Dib e Maometto, anche se vanno dovutamente sottolineate le differenze. Maometto fu esiliato dalla Mecca dalla potente tribù dei Quraysh, dopo aver predicato che c’è un solo Dio, Allah, rispetto ai molti dèi tipici dell’Arabia pre-islamica. Dopo aver trovato rifugio a Medina, Maometto riunì i suoi seguaci e molte tribù sotto una sola religione, l’Islam, e insieme come musulmani, ripresero la Mecca. In Dune, Paul viene cacciato dalla Rocca imperiale e minacciato di morte. Fugge nel deserto e ben presto lui e sua madre Lady Jessica si assicurano un ruolo di leadership religiosa all’interno della comunità locale sfruttando l’antica leggenda del Messia, propria delle tradizioni Fremen.

Come Maometto per i musulmani, Paul diventa profeta per un popolo. Sotto la sua guida, i Fremen non solo riprenderanno il controllo di Arrakis e della spezia, ma dell’intero universo. Paul, a differenza di Maometto, non è mosso da nessuna rivelazione divina, piuttosto è consapevole, grazie ai poteri di prescienza dovuti alla spezia, che l’ascesa del suo potere religioso porterà gravi conseguenze. Spodestare l’imperatore Shaddam IV sembra essere l’unica via per la libertà, anche se questo scatenerà la conquista di tutto l’universo nel nome di Muad’Dib. I Fremen da oppressi diventeranno oppressori.

Una considerazione di attualità

E qui mi sia permessa una parentesi che riguarda il nostro tempo in cui viviamo la guerra “in diretta” (ma non è un film!) tra due popoli vicini. Una guerra che sta pericolosamente riguardando tutto il mondo. Sembra che la lezione della storia, e anche del recente fantasy/fantascienza come laboratorio morale, non sia compresa dai governi che si ostinano a mostrare i muscoli e i denti all’avversario, convinti che questo atteggiamento faccia desistere gli altri dalle cattive intenzioni. Forse l’esito che sortisce non è il contrario?

La pericolosità delle armi in gioco non è più tale che si possa ricorrere all’aumento della potenza di fuoco come deterrente, e ancora meno giustificare una guerra giusta o preventiva. La potenza atomica è reale, sia sotto forma di arma non convenzionale, sia come centrale energetica «presa in ostaggio». Possiamo pescare un ottimo paragone anche da Dune per capire che la tecnologia va mitigata dalla responsabilità e dalla consapevolezza per evitare una distruzione totale.

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In particolare ci viene in aiuto la dicotomia/dialettica laser/scudo. Lo scudo, niente altro che una speciale cintura alla vita che estende un campo energetico intorno a chi la indossa, nella fantasia di Herbert evita gli attacchi più rapidi permettendo al portatore di ripararsi da qualsiasi arma a distanza (frecce, proiettili ecc.) ma anche da quelle ravvicinate (come spade e pugnali) nel combattimento corpo a corpo.

Lo scudo, tuttavia, ha un grande punto debole: colpito da un laser, esplode con l’effetto di propagare a ritroso l’energia, verso il laser sorgente. Il risultato è una piccola esplosione atomica, in cui cadono vittima non solo la parte offesa, ma anche l’offensore. Come immaginare più plasticamente la nota sentenza del vangelo che recita «chi di spada ferisce, di spada perisce»? Per questo motivo i laser sono rari e tenuti sotto chiave, ed un certo codice di onore tra i combattenti chiede di non usarli.

Lecito armare la parte offesa?

La riflessione che possiamo fare è quanto sia lecito armare la parte offesa per metterla alla pari dell’aggressore. Siamo proprio convinti che questa sia la via per fermare un conflitto armato? Herbert su questa problematica percorrere fino in fondo il paragone religioso, mostrando i suoi esiti più negativi.

Usa di nuovo la terminologia islamica, e con il termine «Jihad» descriverà il massacro che dilagherà tra i pianeti di cui Paul si renderà fautore. Non dobbiamo associare il termine ad atti terroristici, piuttosto per chi scrive negli anni ’60 esso significa la lotta per la giustizia contro l’oppressione, per difendersi dal male subìto da parte dalle masse. Ma fino a che punto ci si può spingere in questa difesa?

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Sono gli Harkonnen e i Sardaukar dell’Imperatore gli oppressori contro i quali i Fremen (specialmente i Fedaykin, la fazione armata) devono rispondere con nuova violenza. Il risultato, però, sarà che il male perpetrato nei confronti dei Fremen su Dune sarà moltiplicato (a rovescio) per tutto l’impero galattico. Soltanto nei volumi seguenti, quelli che superano il film, la discendenza di Paul riparerà agli errori paterni, e qui la riflessione sulla scelta del male sarà esplorata in campo più personale.

Dune attinge a piene mani da varie teologie, culture e anche da altri romanzi di fantascienza. Tale appropriazione non è finalizzata a mettere in cattiva luce le religioni in sé, quanto a criticare la loro degenerazione in sistema di potere e di asservimento.

Qui il pensiero ci ricorda certe posizioni in cui abbiamo visto benedire eserciti con le icone mariane o anche far coincidere orgogli nazionali con una presunta battaglia che Dio vorrebbe per sconfiggere il peccato in popoli moralmente corrotti (estirpando insieme peccato e peccatore… lo stesso che il Vangelo, nella sua paradossalità salvifica, ci chiede di amare…).

Nuove idolatrie

Herbert va anche oltre criticando nuove idolatrie «camuffate» da progresso, come ad esempio l’intento della sorellanza del Bene Gesserit, che attraverso i poteri psicologici delle sue adepte, vuole condizionare i singoli per tenere sotto controllo il patrimonio genetico delle varie casate. Quanto il nostro potere mediatico, di una società della comunicazione senza comunione, con la sua capacità narrativa ed emozionale, permette ai governi di portare avanti le loro mosse «supportati» (e non ostacolati) dal popolo?

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E ancora, l’assenza di macchine pensanti (diremmo oggi le IA) bannate dall’originale universo herbetiano per via di un altro Jihad (quello Butleriano, sviluppato poi nelle trilogie prequel prodotte da Brian Herbert, figlio di Frank) fa pensare come all’autore di Dune non piacesse essere intrappolato nella scatola dell’assolutismo, sia di origine religiosa sia prodotta dal potere spropositato della tecnica.

Anche qui, non possiamo esimerci dalle attualizzazioni, criticando ogni «guerra tecnica intelligente», in cui si paventi la propria tecnologia come misura chirurgica per controllare gli esiti nei «particolari» e minimizzare le «perdite». L’errore, per cui le vittime ci saranno sempre, non è dovuto alla tecnica in sé, ma alla decisione a monte di usare la tecnica contro vite umane.

Dune, con tutto il suo intreccio narrativo, con le sue provocazioni, lascia comunque molto spazio alla libertà dei singoli, che con le loro decisioni possono arrivare a cambiare il corso dell’universo. Questo ci ricorda il primato dell’umano rispetto ad ogni sistema. E nonostante questo, vediamo che c’è ancora molto da «evangelizzare». Pure la fantascienza mostra i suoi limiti nei legami, violenti, tra i popoli. Anche lì, ancora non c’è pace.

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