Evviva i dubbi di fede!

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Quando mia sorella – cardiologa salutista – ha notato che, presi i voti perpetui, incominciavo a mettere su qualche chilo (un po’ come ogni neomarito o sposa nel primo anno di matrimonio, mi giustifico io), mi ha subito messo in allarme: «non vorrai mica diventare grasso! Sai quanti problemi di salute incontrerai?». Così, per il mio bene, mi ha consigliato di fare un po’ di moto, «alcune lunghe camminate, ad esempio», facendo bene attenzione al modus incedendi: «è necessario», mi ammoniva, «fare fatica. Altrimenti non serve a niente».

La fatica del credere

Mi capita spesso di parlare con dei giovani che esprimono una certa difficoltà nel cammino di fede perché, dicono, hanno dei dubbi di fede. Ma parlare dei dubbi di fede è un po’ come parlare della “fatica del cammino”: è una cosa ovvia e quasi scontata. Anzi, salutare. La fede procede per dubbi, perché è continua crescita e percorso rischioso. Come comunità di credenti, non scordiamoci qual è stato il nostro primo e fondamentale nome, prima ancora di essere chiamati cristiani: eravamo – e siamo! – quelli della Via. Gesù stesso propone la vita del credente come continuo cammino e sequela indicando se stesso come «la Via» da percorrere (cf. Gv 14,6).

Avere dei dubbi di fede, insomma, è conditio sine qua non della stessa vita di fede. Non c’è bisogno di scomodare san Vincenzo de Lérins e la teoria sulla crescita del dogma per vedere che anche le certezze più inossidabili che abbiamo crescono insieme a noi: devono anch’esse affrontare quella dimensione di perdita e conquista che segna ogni sviluppo, inevitabilmente disturbato dalla dialettica pressante tra continuità e discontinuità.

Quando si parla di dubbi di fede dei giovani, quindi, bisogna stare attenti a non cadere in un tranello. In realtà, non siamo chiamati a delucidare questioni oscure o poco chiare, o a colmare dei veri e propri vuoti di educazione catechistica. O meglio: questa è una dimensione importante, ma non è la sola e, nella mia esperienza, non è quella centrale.

La questione è, banalmente, che aver capito che fa bene fare del moto non significa averne voglia. I dubbi di fede coprono spesso un vuoto emotivo, prima ancora che intellettivo, un vuoto difficilmente identificabile e afferrabile.

A partire da un’emozione

La questione cruciale non sta nei dubbi di fede, che è bene che ci siano e sui quali è comunque importante lavorare, ma nel trovare il carburante per il cammino. Esso non si ricava solo da categorie intellettuali precise, da ragionamenti stringenti e razionali, ma dall’emotività profonda. Spesso noi preti citiamo la predica sulla perfetta letizia di san Francesco con un’interpretazione decisamente riduttiva: vi leggiamo «vincere se medesimo», questa è perfetta letizia. Di conseguenza, consideriamo che la maturità di una persona dipenda dalla capacità di elaborare, soppesare e guidare i propri sentimenti ed emozioni senza lasciarsi trascinare.

La stessa parola “emozioni” non ci dà molta sicurezza e la guardiamo con sospetto: dà poca solidità. Non abbiamo tutti i torti: la nostra pancia (e stavolta non parlo dei chili in più) è decisamente mutevole e cangiante. Forse, però, dovremmo continuare a leggere e concludere la frase dei fioretti di san Francesco: «vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo», questa è perfetta letizia. Alla base della fatica del cammino sta l’amore, il quale certamente non è solo un sentimento, ma non scordiamoci che è anche un sentimento. Di più: prima di tutto è un sentimento, una e-mozione, cioè un movimento profondo e in parte ineffabile, il solo capace di dare il la ad un cammino e a considerare la sua fatica come inevitabile e accettabile. In fondo, nella Bibbia, Dio, prima di spiegare, seduce.

Questo manca di più ai giovani: un’esperienza che trasmetta contenuti da cuore a cuore, accompagnata da una seria educazione dei sentimenti, un desiderio che brucia lento e paziente, come «un duro ceppo nel focolare» (Montale), certo, ma che continua a bruciare. Servono continuità e accoglienza, cordialità e stabilità, provocazione e affetto, prima ancora che chiarezza di idee e limpida teologia. Bisogna iniziare a camminare, provare, sperimentare, sentire che la fede può accogliere e illuminare, senza alcuno scandalo, l’intera gamma dei nostri sentimenti.

Allora potremmo scoprire che i dubbi di fede dei giovani che incontriamo sono una provvidenza per noi stessi, perché ci costringono a stare in contatto con una fonte di forza e di fiducia che non vive solo nella nostra testa, ma soprattutto nel nostro sentire più profondo. Evviva i dubbi di fede!

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