Fo, omaggio a un saltimbanco da Nobel

di: Brunetto Salvarani
Dario Fo

Dario Fo durante la chiusura della campagna elettorale della candidata M5S a sindaco di Roma, Virginia Raggi, in piazza del Popolo, Roma, 03 giugno 2016. (ANSA/Massimo Percossi)

Quasi vent’anni fa, l’inatteso premio Nobel per la letteratura assegnato a Dario Fo era stato motivato dalla giuria svedese come un riconoscimento a «un autore satirico molto serio e straordinariamente versatile nelle sue produzioni… Se c’è qualcuno che merita l’epiteto di giullare nel vero senso della parola questo è lui. Il misto di risa e serietà è il suo strumento per risvegliare le coscienze sugli abusi e le ingiustizie della vita sociale…». Una definizione che, ora che se n’è andato alla sua maniera, esibendosi senza problemi persino sul suo ultimo letto, funziona ancora, e bene.

Con lui, avevo pensato all’epoca, sono stati premiati la commedia dell’arte dalla cui scuola Fo proviene, ma anche i girovaghi della parola senza fissa dimora di ogni epoca, gli improvvisatori e i saltimbanchi e i bastian contrari di qualsiasi risma, scomodi talora persino a se stessi… lui, perennemente in baionetta sulla trincea dell’impegno politico anche quando il teatro impegnato tirava pochissimo, in simbiosi mirabile con la compagna di una vita, Franca Rame, con la quale condivise idealmente subito il Nobel e che l’ha preceduto, tre anni fa, nel chiudere il sipario sulla sua rappresentazione.

Una triplice direttrice

Passando in rassegna l’opera omnia di Fo, è possibile rinvenire una triplice direttrice troppo spesso soffocata nella tradizione letteraria ufficiale. La prima, una direttrice espressionistica, sulla linea così squisitamente lombarda che va da Bonvesin de la Riva a Gadda, ma affiora persino in Dante: solo all’apparenza minore, dunque, di stampo comico-realistico, che si abbevera tanto ai vangeli apocrifi quanto a materiali plebei di provenienza variegata.

Poi, una direttrice dialettale, di solito trascurata dalla critica che conta, eppure capace di sfornare giganti della parola come Basile, Porta e Belli; e una terza teatrale, con relativa sottovalutazione, per lunghi periodi, di personalità poi recuperate quali Ruzzante, ma gli stessi Goldoni e Pirandello…

Autori, quelli citati, che, quasi tutti, condividono con l’inventore dello scoppiettante Mistero buffo e del più riflettuto Ci ragiono e ci canto un espressionismo carico e violento e trasgressivo, denso di materialità e di fisicità, di spunti verbali e moduli popolari lontani anni luce sia dai codici culturalmente dominanti sia dagli interessi delle classi più solide.

L’ateo di Dio

Com’è noto, Fo non era un credente, però religioso sì. Prediligeva i pastori con le mani sporche di fatica, come don Andrea Gallo di cui fu amico, e apprezzava la poesia dolente di David Turoldo. Figure che hanno scompaginato lo stesso mondo cattolico, così come era di rottura lui, l’ateo di Dio, come gli piaceva autodefinirsi.

Soprattutto, e non casualmente, era conquistato da papa Francesco, che percepiva come «un rivoluzionario che sta cambiando il volto della Chiesa». Curiosamente, mi era capitato di ripensare a Fo pochi giorni fa, rileggendo due passaggi dell’enciclica Laudato si’, di impronta mariana, in cui ho trovato righe di dolcissima ed ecumenica bellezza: «Il Padre è la fonte ultima di tutto, fonda­mento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria» (LS 238); e poi: «Maria, la madre che ebbe cura di Gesù, ora si prende cura con affetto e dolore materno di questo mondo ferito. Così come pianse con il cuore trafitto la morte di Gesù, ora ha compas­sione della sofferenza dei poveri crocifissi e delle creature di questo mondo sterminate dal potere umano. Ella vive con Gesù completamente tra­sfigurata, e tutte le creature cantano la sua bellez­za. È la Donna “vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo” (Ap 12,1). Elevata al cielo, è madre e regina di tutto il creato» (L.S. 241).

Ecumenica bellezza

Da una parte, mi era venuta in mente un’icona che a Dario, ottimo pittore, sarebbe senz’altro piaciuta: la Madonna della tenerezza di Andrea Mantegna. È poco più di un disegno: Maria abbraccia Gesù con affetto infinito, ma i suoi occhi, socchiusi, non guardano il bambino, sono attirati lontano, da qualcos’altro. E non sorride. Quando l’ho visto, a Padova, mi sono commosso.

Dall’altra, quell’ecumenica bellezza mi aveva fatto riandare all’opera di tre grandi atei del pensiero espressivo ed artistico contemporaneo: Pier Paolo Pasolini, Fabrizio De André e Fo, appunto. Graffianti, dissacratori del conformismo perbenista, iconoclasti di ogni sagoma rassicurante, trasgressivi verso ogni rappresentazione di un potere, si sciolgono di tenerezza quando parlano di Maria, madre del Cristo.

Nel Vangelo secondo Matteo Pasolini sceglie sua madre per impersonarla nella sequenza della Passione. De André, nella Buona novella, tocca i vertici della sua lirica (si pensi a Il sogno di Maria, in assoluto uno dei suoi pezzi di poesia più struggenti). Dario Fo le dedica quello Stabat Mater apocrifo e umanissimo, interpretato magistralmente da Franca Rame nel Mistero buffo, che si conclude con l’invettiva contro Gabriel, reo di non averle preconizzato, insieme alla maternità divina, anche la pena indicibile della crocefissione. Di fatto Maria, non a caso venerata anche dall’islam quale madre del profeta Gesù, incarna come nessuna altra figura nella storia o nella mitologia il mistero dell’eterno femminino materno, di colei che è portatrice della vita, senza la quale non c’è la vita e che, nello stesso tempo conosce anche lo strazio della morte prematura dei frutti del suo ventre. È Rachele che piange i suoi figli (Mt 2,18), è la donna della pietas: «In te misericordia, in te pietate», come cantava Dante nell’ultimo canto del Paradiso.

Cos’è se non la matrice interculturale, ecumenica di milioni, miliardi di donne-madri che hanno fecondato dolorosamente la storia e che tuttora popolano il pianeta riproducendo instancabilmente, anche contra spem, la vita? In molte culture, Gaia è la Madre Terra (la «sora nostra matre Terra» del Cantico di frate Sole, così amato da Fo). Sempre il mistero della Maternità, chiave insondabile del mistero della Vita che le è stato affidato e che essa custodisce e rigenera.

Per questo dicevo di un’ecumenica bellezza. Quelle poche righe dell’enciclica papale contengono un linguaggio universale di incomprimibile potenza. Sono la chiusura di un triangolo perfetto: i gemiti di sorella terra, la sofferenza degli abbandonati e, al vertice, il dolore materno per il mondo ferito. Temi di papa Francesco. Ma, a ben vedere, anche temi carissimi all’inimitabile Dario Fo.

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