Gli anelli del potere

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È da poco terminata la prima stagione de “Gli anelli del potere”, collegata alla grande saga del “Signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien, trasmessa in streaming su Prime Video.

La serie è ambientata nella Seconda Era della Terra di Mezzo, diverse migliaia di anni prima delle vicende de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli (anche esse trasposte in film)

Abbiamo nuovamente assistito a scene di grande impatto, come i combattimenti di Galadriel con le forze del male tra i ghiacci più remoti, oppure la maestosità del porto, delle navi e delle statue imperiali di Númenor. E ancora, camminando o cavalcando, con i nostri eroi nella Terra di Mezzo, ci siamo avventurati dalla capitale elfica di Lindon, passando per le caverne dei nani, fino al fascino selvaggio delle Terre del Sud.

Ma, come siamo già abituati, il succo prezioso da ritenere, dopo l’incanto delle immagini, è nell’ascolto dei dialoghi. E, superato lo sfondo magico dei grandi poteri in gioco, scopriamo che forse è più potente la saggezza e il discernimento dei piccoli.

Senza fare troppo spoiler, riflettiamo di seguito su alcune scene fra le tante, dove le vicissitudini “locali” fanno da snodo agli eventi “globali”, tanto da lasciar intuire allo spettatore, che il dettaglio e il tutto sono strettamente legati tra loro per lo svolgersi della storia.

Lo straniero caduto dal cielo

Stillate cieli dall’alto … Is 45,8

Con la scena del meteorite che cade dal cielo, e che lascia il suo cratere infuocato sulla terra, facciamo l’incontro con lo “Straniero”, un gigante che si trova come un bambino analfabeta sul cammino dei Pelopiedi. Le fattezze ricordano sicuramente quelle del futuro Gandalf, ma non si capisce immediatamente da quale parte si schieri “colui che è caduto dal Cielo”.

Sarà grazie all’amicizia con Nori che il gigante scoprirà la sua vera identità. Nori appartiene alla tribù dei “piccoli” Pelopiedi, gli “equivalenti” dei futuri Hobbit. A differenza di essi, i Pelopiedi sono nomadi, ed hanno tradizioni ferree da rispettare per la sopravvivenza di tutto il gruppo. È condannata la libertà dell’avventura, e tutti sono chiamati ad essere uniti senza lasciare mai il sentiero già tracciato, ripetendo usanze, tragitti e transumanze codificate nel grande libro delle tradizioni, già vissute dagli antichi.

Nori non accetta questo status di cose e sente nel cuore l’istinto di aiutare lo Straniero. Per questo rischia anche l’appartenenza al suo popolo. I frutti di tale audacia, però, si concretizzano in parole amiche che permettono allo Straniero di apprendere un linguaggio per esprimersi in questo mondo a lui inizialmente ostile.

Istar, questa la vera identità del gigante buono, divenuto amico anche del piccolo popolo errante dei Pelopiedi, superate le iniziali e ataviche diffidenze, grazie all’audacia della piccola amica, riuscirà non solo “a dare una mano” spingendo fisicamente il carretto della transumanza della famiglia di Nori, ma diventerà conscio dei suoi poteri buoni e riporterà nel nulla le streghe bianche che lo avevano scambiato per Sauron.

Interessante la dinamica di una “salvezza” che “viene dal Cielo”. E che già si preannuncia con un ruolo centrale, visto che Istar, nella lingua dei Pelopiedi, può essere tradotto con Saggio o Stregone… chi ha orecchie intenda!

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L’elfo e il nano

Chi trova un amico… trova un tesoro

Leggendo i versetti del libro dei Proverbi 27,10, “Non abbandonare il tuo amico né l’amico di tuo padre […]; una persona a te vicina vale più d’un fratello lontano” che hanno ispirato il detto popolare in esergo ai due personaggi di questa scena, nasce spontanea la domanda “una vera amicizia tra coloro che dovrebbero essere nemici, può salvare due popoli? La risposta è affermativa quando in gioco ci sono Elrond e Durin.

Personaggi agli antipodi, elfo e nano, che si sanno rispettare, nonostante i loro re vogliano metterli l’uno contro l’altro, per salvaguardare gli interessi privati dei loro rispettivi popoli, piuttosto che “rischiare” una amicizia con chi è diverso da essi.

E allora anche se Erlond era stato mandato in segreto a spiare la ricerca del prezioso Mytril da parte dei nani, questo non gli impedisce di mantener il voto fatto, e di essere sincero con l’amico nano, e di mettersi addirittura in ginocchio davanti al futuro Durin IV per implorarlo di salvare il popolo dalle “orecchie a punta”

Peccato che Durin III e Gil-Galad non capiscono come il valore dell’amicizia e della fiducia reciproca sia superiore alle strategie politiche. Si dovranno così forgiare gli anelli del potere piuttosto che distribuire il Mithril a tutti in egual misura.

Mi sovvengono anche le altre parole con cui si descrive l’operato del Nazareno, non solo amico di Lazzaro, ma anche di Giuda e di tutti i suoi nemici. Egli è […] colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia….

Elendil e il servizio alla regina reggente

Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite:
«Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare», Lc 17,10

Elendil ha accolto Galadriel, si è fidato del suo istinto piuttosto che lasciarla perire nella zattera, in mare. “Elendil” infatti non significa solo “colui che ama le stelle” ma anche “amico degli elfi”. Nel dialogo con la regina riflette sull’aiuto dato alla bionda guerriera e al suo popolo.

Non si è trattato soltanto di recuperarla dal mare, ma anche di seguirla (e la regina ha appoggiato questa decisione con ben 500 soldati di Númenor) affascinati dal suo coraggio e dalla sua etica “glaciale”, nelle battaglie nella Terra di Mezzo contro i ripugnanti militanti di Sauron. Anche se questo è stato pagato a caro prezzo, con la perdita del figlio Isindul (morto per salvare alcuni civili dalla caduta delle travi in fiamme) e con la perdita della vista da parte della regina.

Ma le parole del padre della regina, che vengono messe come contraltare al prezzo pagato, ci danno tutto il tono dell’adempimento del servizio.

“La maniera dei Fedeli è impegnarsi a pagare il prezzo… Anche se non si conosce il costo. E confidando che, alla fine, ne sarà valsa la pena.” Elendil e la regina, parzialmente sconfitti e avviliti nel viaggio di ritorno verso Númenor, decidono comunque che non resta loro altra scelta che continuare a servire. E la promessa di Elendil è chiara: “Accada quel che accada!”

La sapienza in gioco ne “Gli anelli del potere” (quasi in opposizione al titolo), ci dice di cercare fuori dall’apparenza le cose preziose. Né il Mithryl dei nani, né l’oro degli anelli elfici, né il ferro dei fabbri di Númenor, né il fascino del potere oscuro cambiano veramente i regni. Il vero impero è nel profondo del cuore dell’uomo, quando questo si volge al bene, nella libertà e sull’esempio di chi ci mette la faccia e alle volte la vita.

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