Daesh: una teologia non percepita

di: Marcello Neri

In un articolo recentemente apparso su Foreign Affairs online, J. Olidort mette a tema quello che, secondo lui, rappresenta uno degli aspetti non colti dal governo statunitense, e più ampiamente dall’Occidente, nella gestione dei rapporti internazionali con il bacino medio-orientale a partire quantomeno dalla rivoluzione iraniana del 1979. Cominciando da quegli eventi degli anni ’80, infatti, «la teologia è stata strettamente connessa con la politica moderna del Medio Oriente». È interessante notare una sorta di corrispondenza speculare nell’intreccio religione-politica tra quelle regioni e gli stessi Stati Uniti. Infatti, è sempre nel 1979 che Jerry Falwell fonda il gruppo di pressione politica Moral Majority, raccogliendo in esso l’humus e le atmosfere dell’evangelicalismo americano di quei tempi. Articolando, poi, la propria retorica pubblica sullo sfondo di una precisa narrativa di carattere teologico, che è continuata a risuonare negli sviluppi delle cosiddette culture wars che si sono sviluppate negli anni seguenti. Oggi iniziamo a diventare consapevoli di questo sfondo teologico narrativo delle trasformazioni dei vari fondamentalismi, tanto nel Medio Oriente quanto nel nostro Occidente. Solo che ci arriviamo con quasi quarant’anni di ritardo, e siamo praticamente privi degli strumenti adatti non solo per interpretarli, ma anche per sviluppare un discorso e delle azioni politiche adeguate – ossia capaci di impattare su quella narrazione teologica di fondo che ne innerva la diffusione.

Un secondo passaggio cruciale viene individuato da Olidort negli anni che seguono la reazione dell’amministrazione Bush agli attacchi terroristici sul suolo statunitense dell’11 settembre 2001. Incentrata sulla «costruzione di un sofisticato apparato di forze d’ordine a livello globale», quella risposta politica e militare non fu in grado di «spiegare come quelle reti terroristiche andavano adattando il loro quadro teologico davanti alla politica estera degli Stati Uniti». Nel 2003 Abu Mus’ab al-Suri, un personaggio centrale all’interno di Al Qaeda, pubblica un ponderoso tomo dal titolo La chiamata a una resistenza islamica globale, che contiene la sua visione di come il movimento jihadista dovrebbe svilupparsi davanti alla reazione politica e militare degli Stati Uniti e dei suoi alleati. In appendice al testo raccoglie inoltre un centinaio di pagine contenenti «affermazioni del profeta Maometto, che descrivono la venuta oramai prossima dell’apocalisse». Questa appendice, secondo Olidort, diventerà in seguito un materiale importante sul quale «il Daesh plasmerà la sua propria narrazione» teologica.

Questo fuoco di una teologia apocalittica, come filo rosso di una narrazione che ha scopi politici in quanto ne rappresenterebbe la realizzazione, è ciò che, secondo l’autore, l’Occidente non tiene in debita considerazione. Se è vero, infatti, che “il Daesh governa” pur senza essere uno stato, la sua forza di attrazione non risiederebbe in questa prospettiva politica, quanto piuttosto nella fascinazione delle sue premesse narrative teologiche: «L’attrazione che il Daesh suscita tra le potenziali reclute sta principalmente nella sua particolare narrazione apocalittica e nella sua promessa di una pura utopia salafista». Il primo passo necessario sarebbe, dunque, quello di trovare una via, nei paesi medio-orientali in cui si va estendendo il potere di governo non statale del Daesh, per «annullare la narrazione teologica che il Daesh promuove».

Ma non si tratta di impresa semplice. Perché non è solo questione di competenza politica, strategica, militare, umanitaria, davanti al Daesh. Già strumenti, questi, che l’Occidente sembra utilizzare talvolta in maniera maldestra e sovente in ordine sparso. Il fatto è che queste politiche, siano esse hard o soft, hanno bisogno di essere appaiate da una competenza teologica e da una conoscenza del funzionamento della narrazione teologica all’interno dei gruppi di persone che si condensano intorno alla costellazione del Daesh. «È importante, infatti, comprendere come il gruppo usa i testi islamici per dare forma al suo messaggio apocalittico. Non solo. Da un punto di vista di politica estera, è altamente istruttivo comprendere la letteratura teologica sulla quale si basa il Daesh stesso».

Il potere di attrazione del Daesh, se sta questa analisi di Olidort, andrebbe cercato non tanto a livello ideologico, ma nella sua capacità di intercettare la dimensione spirituale e una domanda spirituale nei suoi potenziale aderenti: «La teologia ha un chiaro aspetto spirituale e può esercitare un’influenza che va al di là delle dimensioni politiche ed economiche» della vita umana. Il fatto è che noi, come Occidente, non siamo attrezzati per rispondere a questo livello. Non abbiamo né le conoscenze, né le competenze in merito. Da troppo tempo abbiamo dimenticato come funziona la grammatica spirituale dell’umano qui da noi, per cercare di comprendere quella di persone e popolazioni di differente estrazione culturale. Se tentassimo di scendere sul piano dello spirituale, cui si rivolge la teologia, non saremmo “credibili”; e comunque non abbiamo le “istituzioni” adatte per farlo.

Dobbiamo quindi accontentarci di una soluzione più pragmatica, almeno per il momento. Detta con le parole di Olidort: «Gli strumenti diplomatici di Washington, che includono elementi tradizionali come il soft e hard power, potrebbero trarre beneficio dall’aggiunta di ciò che potremmo chiamare un “potere di immagine”. In cui si consideri come le azioni statunitensi (sia soft che hard) vengono percepite e reinterpretate all’interno delle popolazioni locali, particolarmente attraverso narrazioni teologiche».

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