La rettitudine

di: Ágnes Heller

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Ho esaminato due differenti interpretazioni della sommaria affermazione sulla dissoluzione dei princìpi etici nel mondo contemporaneo.

La moralità è in crisi, in primo luogo, perché norme concrete perdono validità e aprono la strada a norme astratte e, in secondo luogo perché, in generale, si perde la capacità di distinguere il bene dal male. Nel primo caso, «immoralità» significa qualcosa di sostanziale, in quanto rappresenta la perdita di determinati valori e princìpi morali. Nel secondo caso, «immoralità» significa qualcosa di formale, perché si riferisce alla perdita della capacità morale di distinguere, indipendentemente dalla sostanza, in che cosa consista il bene e il male che siamo chiamati a discernere.

Nel giudizio dei Chassidim, secondo i racconti di Singer, non ci sono due concezioni e neppure due tendenze. C’è una tendenza sola, che si sviluppa in due fasi successive. Per parte mia, comunque, parlo di due concezioni perché parto dal presupposto che nella vita moderna non ci siano tendenze inarrestabili. Non ci sono né nel campo dell’etica né in qualsiasi altro aspetto del mondo moderno, comprese l’economia, la politica, l’arte. Nel caso della moralità, la tendenza alla dissoluzione delle norme etiche a un certo punto si arresta. Anzi, accade spesso che venga ribaltata. Dove si ferma questo processo? Si ferma al punto che ho indicato come la «rettitudine dell’essere umano». Il contrario di questo orientamento può portare al fondamentalismo.

Fin qui mi sono limitata a menzionare la rettitudine umana senza dire gran che su di essa. Lo faccio ora, in modo molto breve, Non è materia di speculazione filosofica creare l’immagine di esseri umani giusti. Ognuno di noi conosce persone rette, rispettabili, per esperienza o attraverso i libri. Da quando si è cominciato a parlare di moralità, fin dai tempi in cui uomini e donne cominciarono ad assumere un rapporto personale, relativamente autonomo, verso le prescrizioni, le norme, le regole, le abitudini del loro mondo, da quando l’autorità della coscienza cominciò a condividere il ruolo della autorità morale, con l’approvazione o meno dei membri della comunità, una molteplicità di scuole filosofiche e di religioni hanno descritto la persona retta in modo molto simile.

Il contenuto della rettitudine può essere molto diverso, ma l’essenza della rettitudine resta sempre la stessa.

Per amore di brevità, mi riferisco solo a Socrate. Socrate ha detto che è meglio subire un’ingiustizia che farla. Poi ha cercato di dimostrare la validità della sua tesi. Ma la tesi non può essere provata. O, per meglio dire, anche il suo opposto può essere provato. Per esempio, Callimaco e Trasimaco hanno dimostrato che è meglio commettere che subire un’ingiustizia. E, al contrario di Socrate, essi possono fare appello all’evidenza dell’esperienza: qualora si metta una persona di fronte al dilemma se subire o commettere un’ingiustizia, è molto probabile che quella persona scelga la seconda ipotesi. Meglio: i più riconoscerebbero che l’affermazione di Socrate è giusta, sempre che non fossero messi nella condizione di dover scegliere. E quasi tutti concorderebbero sul fatto che Socrate aveva ragione, se avessero subìto essi stessi, nella realtà, un’ingiustizia compiuta da qualcun altro.

Alla fine, si deve giungere alla conclusione che per un uomo buono e retto è meglio subire che commettere un’ingiustizia. Anzi, è proprio questo il motivo che distingue un uomo retto da chi non lo è. Certamente ogni persona retta lo è in modo diverso, ciascuno a suo modo, ma l’uomo e le donna retta rimangono sempre colui o colei che preferirebbe, se fosse posto di fronte a una scelta, soffrire un’ingiustizia piuttosto che commetterla, subire un torto piuttosto che farlo di proposito a un altro.

Si potrebbe forse porre un’ulteriore questione. Sì, va bene, la persona che sottoscrive la tesi di Socrate è retta e buona. Ma perché una persona è retta e buona? Perché una persona è perbene e un’altra lo è molto meno o non lo è affatto? Non esiste una risposta a questa domanda. Si possono descrivere le azioni di una persona perbene ma non ci è dato conoscere le fonti di quella rettitudine. Esse sono trascendenti. «Essere trascendente» è solo un altro modo ‒ questo filosofico ‒ di dire «Noi non sappiamo». Consentitemi di riassumere: «Persona retta e rispettabile è quella che riconosce la validità del detto di Socrate e che agisce secondo quel detto».

Ammettiamo che si riconosca una persona come retta e rispettabile. Questa non è un’affermazione empirica, perché può anche accadere che non la si riconosca come tale. Ma lasciatemi accettare la metafora di Kant, per la quale la bontà brilla come un gioiello. Socrate non si limitò a sostenere la sua tesi. Rese anche testimonianza della sua convinzione, perché si fece uccidere piuttosto che tradire la sua verità, le leggi della sua città, la sua coscienza. La persona degna di rispetto è un testimone. Egli testimonia con le sue azioni che la sentenza: «È meglio subire un’ingiustizia che commetterla» è vera. Le prove possono essere di tipo molto diverso. Un uomo si fa uccidere, un altro perde il lavoro. Costoro hanno una cosa in comune: la rettitudine. Poiché l’origine della bontà è trascendente, anche se non sappiamo dire perché una persona è retta e l’altra no, possiamo pur sempre dire che la persona retta, qualunque sia il motivo che la muove, è testimone della trascendenza.

Il testo riprende un capitolo del volume di Ágnes Heller, Persone perbene. Rettitudine e innocenza nel mondo postmoderno, collana Lampi, EDB, Bologna 2019, 48 pp., 5,50 euro.

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