La storia nell’università, la storia nel territorio

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Per razionalizzare le risorse economiche in ambito universitario si rischia di penalizzare la storiografia dei territori perché “meno redditizia”.

Fino agli anni Sessanta in Italia non esistevano facoltà e neppure corsi di laurea di storia: la storia faceva parte organica del curriculum dello studente di lettere, nel segno dell’unità del “metodo storico” di origine ottocentesca e primo-novecentesca. Ci si laureava in lettere (classiche o moderne) e anche in filosofia dopo aver fatto tre o quattro esami di storia. Filologia, linguistica, letteratura, storia erano ben più strettamente unite di quanto non si constati oggi, e il dottorato specialistico in quanto tale era ancora di là da venire.

Razionalizzare le risorse

In tre decenni il panorama si è arricchito e articolato: nuove sedi universitarie, nuove facoltà e anche nuovi corsi di laurea e dottorati dedicati specificamente alla storia hanno portato a un aumento quantitativo e qualitativo dei luoghi nei quali giovani e meno giovani hanno potuto avvicinarsi alla conoscenza della storia e delle modalità della ricerca storica. In molti territori un tempo periferici studio e insegnamento hanno fatto un evidente salto di qualità, con ricadute evidenti anche sul piano della conoscenza della storia locale: sia perché alcuni docenti vi hanno dedicato parte delle loro indagini, sia perché chi si è formato nell’accademia ha maturato sensibilità e competenze grazie al confronto con tradizioni storiografiche più ampie.

Negli ultimi anni sembra però che vi sia stata un’inversione di tendenza. L’istituzione universitaria è stata chiamata a razionalizzare l’utilizzo delle risorse. Il risultato è quello che stiamo vedendo: accorpamento dei dottorati e dei corsi di laurea in ambiti “umanistici” meno caratterizzati; progressiva riduzione del numero dei corsi dovuta ai pensionamenti e alla scarsità di fondi per le nuove assunzioni (si pensi che tra 2006 e 2011 in Italia i docenti di storia medioevale e moderna sono calati del 20%, quelli di storia contemporanea del 14%); marginalizzazione degli insegnamenti di storia nelle facoltà di sociologia, economia, giurisprudenza e scienze della formazione, dove sembra prevalere l’opinione che si possa fare a meno della dimensione storica, o per lo meno di una storia che risalga oltre il XIX secolo; contrazione dei finanziamenti ai dipartimenti e loro commisurazione alla capacità, per chi vi afferisce, di “produrre” ricerca.

Il tutto avviene in un contesto culturale e politico che privilegia, nel momento in cui si tratta di suddividere le risorse disponibili, la ricerca scientifica in senso stretto, e in una società che più in generale pare aver messo in secondo piano la dimensione esistenziale della durata nel tempo a favore (o in difesa) di un eterno presente.

Quanto rende economicamente?

A questo punto si conceda allo scrivente di sollevare un problema che a qualcuno potrebbe sembrare marginale, ma che riguarda sia la vita professionale del ricercatore inserito nell’accademia, sia chiunque abbia a cuore la conoscenza della storia di un territorio.

L’universitas studiorum è chiamata a dimostrare alla collettività che l’investimento economico che l’ente pubblico non cessa di destinarle trova corrispondenza in un risultato. Per valutare tale risultato, un sistema di misurazione della produttività scientifica basato sul numero dei titoli, sul numero delle pagine o sul numero delle partecipazioni ai convegni è inadeguato e si presta a non poche distorsioni.

Già da qualche anno, infatti, sono in sperimentazione o in uso modalità di valutazione dei risultati di gruppi e di singoli che giudicano particolarmente rilevanti e meritevoli di credito le iniziative di ricerca alle quali collaborano più atenei, che si dimostrano capaci di assumere un rilievo nazionale o (meglio) internazionale e che considerano significativi solo i contributi pubblicati su riviste o presso case editrici che hanno caratteristiche tali da garantire la qualità del prodotto.

Difficile contestare, in astratto, queste modalità. Qualche rischio può però venire dall’applicazione alla ricerca umanistica di meccanismi nati per valutare la ricerca definibile, in senso stretto, scientifica. Certe “bibliometrie” sono infatti più adatte per le hard sciences che per quelle soft; difficile, in particolare, applicarle a discipline che si sviluppano attraverso percorsi connotati da una forte carica di “localizzazione” e che non diffondono i propri risultati solo in poche riviste di eccellenza, né permettono di valutare l’impatto di una ricerca a partire dai dati forniti dalla ragnatela informatica globale.

Non si tratta di rifiutare modalità di verifica della produttività accademica o di criticare per partito preso i tentativi di classificare riviste e case editrici sulla base della loro autorevolezza nel mercato editoriale e scientifico. Anzi, i percorsi attraverso i quali si può internazionalizzare la ricerca e si può indurre chi vuole operare nell’università a tener conto di orizzonti per quanto possibile ampi non possono che essere giudicati positivamente. Ma la ricerca storica interessata alle vicende dei territori potrebbe venire marginalizzata in quanto inabile a produrre risultati valutabili come accademicamente rilevanti.

E la storia dei territori?

E mi chiedo (ma so che è un timore non da tutti condiviso) se questo meccanismo non potrebbe persino indebolire il modello storiografico nato nel XX secolo – attento alle fonti, sensibile alle differenze regionali, preoccupato di non ammettere generalizzazioni e paradigmi privi di riscontri puntuali – a favore di altri modelli non metodologicamente migliori, ma semplicemente più capaci di corrispondere alle nuove modalità di misurazione della “produzione accademica”.

Costruire una narrazione nella quale qualche dato storico è intrecciato con tematiche antropologiche, sociologiche o giuridiche permetterà allora (almeno ai migliori) di pubblicare un articolo in inglese su qualche prestigiosa rivista americana, ma servirà anche alla conoscenza della storia di un territorio? Quanto indebite saranno le generalizzazioni, quanto si rischierà di perdere contatto con le fonti narrative e documentarie? Non è che in questo modo si darà spazio, a livello globale, solo alle correnti di ricerca che “vanno di moda”?

Domande fuori luogo, un giudizio implicito troppo pessimistico? Ma se si sommano

(a) le tendenze oggi rilevabili all’interno del mondo universitario in ordine alla riduzione del numero dei docenti e alle modifiche nelle modalità di valutazione della ricerca,

(b) la diminuzione delle risorse pubbliche,

(c) il maggior carico di lavoro che grava sulle categorie professionali che in passato potevano occuparsi parzialmente anche di ricerca storica (a cominciare dagli insegnanti) e – last but not least

(d) la non prossima ma inevitabile fine della generazione che ha potuto godere di pensionamento in età particolarmente precoce in rapporto alla speranza di vita… ebbene, alla fine ci si può chiedere: chi, nel futuro, si occuperà della storia dei territori?

  • Una versione di questo testo è stata pubblicata su “Studi Trentini. Storia”, n. 1/2012.
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