La tempesta pandemica sulla cultura

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Uno dei settori meno rumorosi ma più colpiti dalla tempesta pandemica è il mondo della cultura. Emblematica la vicenda del teatro San Genesio di Roma.

Un gruppo di persone investite da un potente getto d’acqua che le colpisce da ogni parte. Sono attonite, spaventate; cadono, tentano di ripararsi; si stringono l’una all’altra, cercano di resistere e di andare avanti.

È la Tempesta, studio per La Zattera, una videoinstallazione di Bill Viola grande artista americano, universalmente riconosciuto come pioniere della videoarte.

Un’immagine emblematica della tempesta che da un anno sta sconvolgendo il mondo.

Uno dei settori più colpiti

Non a caso un’immagine evocata da un’opera d’arte, nel tentativo di richiamare l’attenzione su uno dei settori meno rumorosi ma più colpiti dalla tempesta pandemica: il mondo della cultura.

La chiusura prolungata di cinema, teatri e di tanti luoghi dove si produce e si offre cultura è stato, e continua ad essere, un danno pesantissimo per l’intera comunità. Luoghi dove s’incontravano voci e storie si sono ammutoliti, molti per sempre.

Eppure il dibattito quotidiano sulle riaperture, talvolta strumentale, sembra troppo spesso dimenticarsene. Si sente tanto parlare di bar, ristoranti, palestre e molto poco di teatro, per esempio.

La stranezza è che si parli poco o niente di alcune categorie. Nel caso specifico sembra che la cultura sia un “di più”, invece di essere quello che dovrebbe: un bene primario, come la scuola; cibo per l’anima, fondamento e baluardo di civiltà.

Per non parlare dei lavoratori, che hanno gli stessi diritti. Dietro ogni evento culturale sono impegnate centinaia di persone, con raffinata professionalità che permettono ad attori, registi, cantanti di esibirsi, consentono a un evento culturale di esistere: tecnici delle luci, del suono, scenografi, falegnami, fabbri, costumisti, sarti, truccatori, operatori di ripresa, una lunga serie di professionalità troppo lunga per essere menzionata completamente.

Donne, uomini, famiglie che hanno subìto profondamente la crisi senza troppi aiuti, né attenzioni. Le proteste sono state educate e animate da quella creatività che quotidianamente respirano questi lavoratori, si pensi ai numerosi flash-mob che si sono succeduti in questi mesi, fino a quello del 17 aprile a Roma, dove molti volti noti sono scesi in piazza a fianco dei tanti invisibili lavoratori del mondo culturale, per dare vita a una performance di protesta – “mille bauli” –, dove si è richiesto un intervento del governo: sostegno economico alle imprese della filiera basato, occorre sottolinearlo, sul fatturato annuo e su una progettazione che imposti modelli di ripartenza.

Se la crisi ha colpito duramente i grandi teatri, i cinema, gli auditorium, i musei, i luoghi d’arte, ancora più catastroficamente si è abbattuta sui piccoli spazi che già in tempi normali lottano strenuamente per sopravvivere.

Luoghi tenuti in vita dalla passione di tante persone che hanno dedicato la vita all’esistenza di questi piccoli, grandi punti di approdo e d’incontro per diverse forme di espressione di arte, di cultura, di pensiero.

La vicenda del San Genesio

Un esempio, dei tanti che si potrebbero portare, a testimonianza di una straordinaria vitalità, spesso disconosciuta. Al centro di Roma da quindici anni, un piccolo ma solido punto di approdo è rappresentato dal teatro San Genesio.

Un teatro dei padri dehoniani che fa parte del complesso della Basilica di Cristo Re, gestito da un’associazione culturale composta da professionisti del settore, senza scopo di lucro, che hanno riaperto, ristrutturato e animato un luogo che ha ospitato spettacoli teatrali, con particolare attenzione al teatro civile; concerti, specialmente musica etnica, laboratori, esposizioni, conferenze, incontri pubblici.

Senza alcun finanziamento, l’associazione offre lavoro a tre persone che consentono lo svolgimento della ricca e articolata attività del San Genesio, caratterizzata anche da intense collaborazioni con Amnesty International, Save The Children, Abio, e non ultima quella stabile con i padri dehoniani. Con orgoglio il teatro ha contribuito alla realizzazione di un centro giovanile nella missione di Kisangani in Congo.

Molti gli incontri, alcuni dei quali veramente indimenticabili come quelli con Andrea Camilleri, Teresa Strada, il seminario attoriale di John Strasberg, la musica di Giovanna Marini, Lucilla Galeazzi, Alessandro Parente. Poi, Andrea Cosentino, Daniele Timpano e i tanti attori e autori incontrati in una delle nove edizioni di Libre, la rassegna di teatro civile del San Genesio; le storie incontrate nelle edizioni di ConCorto, un concorso di corti teatrali dedicato alle nuove proposte teatrali di tutta Italia che ha visto come giurati attori come Andrea Tidona, direttori di teatro come Veronica Olmi, gli sceneggiatori Giulia Calenda e Michele Astori.

Solo alcuni dei tanti volti incontrati in un luogo che negli anni ha tessuto una tela fatta di storie, esperienze, proposte, persone.

Ora, purtroppo, questa esperienza, come tante altre, rischia di finire.

Nel tentativo, molto difficile, di sopravvivere, l’Associazione con l’accordo e il sostegno dei padri dehoniani ha deciso di ridisegnare l’attività trasformando il teatro in un centro culturale, che include il teatro ma si apre ad altre modalità di offerta: laboratori, seminari, mostre artistiche.

Questa rivisitazione dell’attività consentirebbe di affrontare spese meno onerose di ristrutturazione e di messa a norma, ma comunque ingenti.

Un passaggio vissuto non come un ripiego, ma come un’opportunità di articolare ancora di più la proposta culturale, per dare nuova vita a una ricca esperienza e anche per salvare dei posti di lavoro.

In quest’ottica il San Genesio ha lanciato una raccolta fondi, offrendo degli spettacoli teatrali in streaming (programma e modalità, qui).

Questa piccola esperienza, comune a migliaia di altre, vuole ricordarci che il teatro, il cinema, i musei, i luoghi d’arte e della musica hanno bisogno dell’aiuto e dell’attenzione di tutti per superare questo drammatico momento, per riaprire le porte e permettere di nuovo la vita e l’incontro.

Perché questi luoghi sono indispensabili per ritrovare sempre – per parafrasare Giorgio La Pira – quei valori fondamentali e orientanti che rendono viva una comunità.

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