L’invocazione popolare della Salve Regina

di: Maria Marcellina Pedico

Nella Bolla Misericordiae Vultus (11 aprile 2015), con cui è stato indetto il Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco afferma al n. 24: «[…]. Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù».

Le parole del Papa sollecitano all’uso orante della Salve Regina in questo anno dedicato alla misericordia. Tra le antifone mariane (Alma Redemptoris Mater; Regina coeli; Ave, Regina coelorum), la Salve è la più celebre ed ha sempre goduto di larga popolarità fra i cristiani, che si rivolgono fiduciosi alla Regina della Misericordia con parole profondamente umane: «… gementi e piangenti in questa valle di lacrime».

«Valle di lacrime», così è chiamato il nostro mondo e la nostra vita. Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e profondo conoscitore dell’animo umano, in un recente scritto sulla Salve Regina, giunto all’espressione «valle di lacrime» commenta: «Le lacrime sono la caratteristica più profonda della nostra vita: lacrime di angoscia, di paura; lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato; lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto. Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete» (Lc 6,21)”».

Il pianto. Le lacrime. Un tema ricorrente nei discorsi e nelle omelie di papa Francesco; un tema che si inserisce nella plurisecolare tradizione della Chiesa. Don Luca Saraceno, rettore del santuario «Madonna delle lacrime» di Siracusa, nel suo libro La saggezza delle lacrime ha individuato sette tipologie di lacrime secondo papa Francesco: lacrime di gioia, di perdono e di pentimento, d’inquietudine per amore, di fedeltà, di compassione, di consolazione, di beatitudine. Considerando quanto afferma il Papa – continua don Saraceno – è possibile scorgere una sorta di settenario, sette genitivi che, mentre interpretano il segno delle lacrime, ci introducono nel cammino di conoscenza del mistero di Dio, della Chiesa, dell’uomo.

Queste esemplificazioni evidenziano uno degli aspetti che si potrebbero analizzare della Salve Regina, ritenuta un piccolo gioiello letterario e religioso, per l’originalità ritmica, lo slancio dei sentimenti, la supplica piena di fiducia. In queste note vogliamo tentare un percorso scandito in tre tappe: 1. l’origine e l’uso della Salve presso i monaci e gli Ordini mendicanti; 2. qualche commento con cui è stata onorata; 3. valore e significato della Salve per il nostro tempo.

1. Origine e uso della Salve Regina

Origine medievale

La Salve Regina è ben attestata nel secolo XI – chiamato il grande secolo della pietà mariana – e riassume in un certo modo la devozione mariana di quel periodo. Con la studiosa Maria Winowska possiamo dire: «Nessuna epoca ha mai cantato la misericordia di Maria con un afflato così estatico ed unanime come il Medioevo». La melodia gregoriana, antica quanto la preghiera, così bella e carica di speranza, ha contribuito certamente alla sua diffusione.

Come è noto, è stata attribuita a molti autori. Ricordiamo ad es. il vescovo spagnolo Pietro Martinez († 1000), il vescovo francese Ademaro († 1098), san Bernardo ed altri ancora. Oggi si ritiene che quasi sicuramente sia stata composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno il Contratto († 1054), autore anche dell’Alma Redemptoris Mater.

Il gesuita inglese Cyril Martindale si appassiona alla storia di Ermanno, dopo il ritrovamento nella biblioteca di Oxford del volume latino che ne riferisce la vita. Le notizie biografiche su Ermanno riferite in quelle pagine, racconta Martindale, non parlano di un disabile abbandonato, ma di un piccolo affidato alle amorevoli cure dei monaci e diventato presto un compagno prezioso per i religiosi.

Di questa singolare figura, veniamo così a conoscere che nasce il 18 luglio 1013 da Eltrude, sposa di Goffredo conte di Altshausen di Svezia, e gli viene dato il nome di Ermanno. Per la sua grave malformazione fisica (non poteva stare eretto né tanto meno camminare) è soprannominato “il Contratto” (dal latino «contractus», che significa appunto contratto, rattrappito, ma anche storpio). All’età di sette anni lo troviamo nel monastero benedettino di Reichenau, presso l’isoletta del Lago di Costanza e vi rimane per tutta la vita, divenendo monaco nel 1043.

La biografia riferisce inoltre che Ermanno non è soltanto un ricercatore molto colto – conosce la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia, la musica – ma anche un uomo contraddistinto da un’umanità appassionata, di una persona «piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaia», che scopre in monastero la bellezza dell’amicizia e il calore di una casa. All’amico del cuore Bertoldo, che quotidianamente lo accompagna e l’aiuta, affida i suoi pensieri più intimi nei giorni della pleurite che lo porterà alla morte. E l’amico si commuove e si tura le orecchie quando il piccolo monaco si dice «stanco di vivere».

«La vita – come la scrive il biografo Bertoldo – è così piena di vita pulsante che Ermanno ne esce veramente vivo […] per il suo coraggio, la bellezza della sua anima, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”. […] Ermanno dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità».

L’uso della Salve presso i monaci e gli ordini mendicanti

Altre notizie sulla Salve Regina ci informano che inizialmente l’antifona era espressione della pietà monastica. Si cantava come inno processionale a Cluny, al tempo dell’abate Pietro il Venerabile († 1156), che l’aveva stabilita durante la processione della festa dell’Assunta e nelle altre grandi feste. Gli «Statuti della Congregazione Cluniacense», redatti verso il 1135, prescrivevano: «È stato stabilito che nella festa dell’Assunzione, durante la processione, venga cantata dalla comunità l’antifona composta per la santa Madre del Signore, che inizia con le parole: Salve, Regina mater misericordiae. Lo stesso si faccia nelle processioni che dalla chiesa principale degli Apostoli si dirigono, secondo la tradizione, alla chiesa della medesima Madre Vergine […]. Il motivo di questa prescrizione è che, dopo il Creatore di tutte le cose, verso la Madre del Fattore dell’universo si deve nutrire un amore sommo e massimo da parte di ogni creatura razionale».

La Salve, inoltre, era usata dai Cistercensi, e ciò spiega perché una delle attribuzioni più diffuse sia stata anche quella a san Bernardo di Clairvaux († 1153). L’Antifonario cistercense, riformato tra il 1135 e il 1145, prevedeva il canto della Salve come antifona al Benedictus o al Magnificat, e nelle quattro feste medievali di santa Maria: Purificazione (2 febbraio), Annunciazione (25 marzo), Assunzione (15 agosto), Natività (8 settembre). Con una serie di interventi legislativi, dal 1174 al 1251, i Capitoli generali dell’Ordine ne ampliarono progressivamente l’uso, conferendogli maggiore importanza e solennità.

Ben presto la Salve Regina fu adottata dagli Ordini mendicanti. Nel 1221 i Domenicani introdussero il canto quotidiano della Salve dopo compieta, prima a Bologna e poi negli altri conventi della Provincia di Lombardia, da dove si estese rapidamente in tutto l’Ordine. Per quanto attiene ai Frati Minori si è informati che, in seguito alla riforma liturgica compiuta dal Ministro generale fra Aimone di Faversham († 1244), la Salve Regina era annoverata tra le quattro antifone che, secondo i vari tempi dell’anno liturgico, si cantavano dopo compieta.

Tra gli Ordini mendicanti, i Servi di Maria si distinsero per un uso frequente. Le Costituzioni antiche redatte nel 1280 prescrivevano nel Capitolo I: «Non si ometta in nessun tempo dell’anno liturgico la Salve Regina alla fine di ogni ora e dopo la mensa comune, eccetto che nel triduo della Parasceve. Ogni sera la Salve sia cantata con grande devozione dopo la terza lettura della Vigilia di Nostra Signora, quando questa è in canto; se poi la Vigilia non è cantata, la Salve Regina si canti a conclusione della compieta. Vi devono partecipare sin dall’inizio tutti i frati presenti in convento, compresi i provinciali e gli altri ufficiali, tralasciato qualsiasi altro impegno; e affinché i frati non possano avanzare scuse, si suoni la campana».

Al canto della Salve i Servi inchinavano il capo e piegavano un ginocchio alle parole Salve Regina, fino al secondo salve. Nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna si può contemplare la dolce icona della Madonna della Salve, di autore anonimo del XIII secolo. La tradizione vuole che sia stato san Filippo Benizi († 1285) a donarla ai frati del convento bolognese. A questa icona la comunità si recava in processione, cantando appunto la Salve.

David Maria Turoldo, il più famoso frate dei Servi di Maria, in un brano poetico presenta in modo suggestivo il rapporto filiale tra la Vergine e i suoi Servi in relazione alla nostra antifona: «Quanti frati e quale coro di voci a salutarmi ogni sera! Ed io senza fare che si accorgessero, con lieve sorriso, a salutarli ogni sera uno per uno».

In questa rievocazione storica non possiamo tralasciare la memoria di un altro indimenticabile servo di Maria, fra Ignazio Maria Calabuig († 2005). Nel suo studio sulla Vigilia di Nostra Signora sopra richiamata, l’esimio mariologo e liturgista dedica alcune pagine alla Salve Regina e presenta in tre espressioni il suo contenuto.

La Salve Regina, afferma il Calabuig, per il suo contenuto è contemporaneamente espressione di saluto, forma di “clamore”, voce di supplica: – saluto dei servi alla Regina di misericordia; saluto solenne, espresso con felice disposizione letteraria: lo stesso termine apre e chiude la prima strofe: «Salve, Regina […] spes nostra, salve»; – clamore nel senso biblico-liturgico di grido di un popolo oppresso che sale fino al cielo (cf. Es 2,23; 3,9); clamore, quindi, che si leva dai servi alla loro Avvocata – oppressi dalla coscienza del peccato e gementi in terra di esilio – perché intervenga in loro favore ed ottenga per essi liberazione e ritorno alla patria; – supplica dei servi alla Madre di Gesù, perché «dopo questo esilio» mostri ad essi il Figlio, «frutto benedetto» del suo seno.

La Salve Regina , inizialmente espressione di pietà monastica e adottata dagli Ordini mendicanti ha un posto rilevante nella pietà popolare, riscuotendo grande simpatia tra la gente. Per andare incontro a tale devozione, nel XVI secolo si stabilisce che nei giorni festivi l’antifona sia eseguita subito dopo i Vespri e non a compieta; nel XVII secolo, per rendere più popolare l’ossequio serale alla Vergine, si diffonde la consuetudine presso gli Ordini religiosi, di aspergere con acqua benedetta – durante il canto della Salve i frati e il popolo.

2. Commenti alla Salve Regina

Il testo italiano della Salve Regina – come saluto e invocazione alla Vergine – chiude la Liturgia delle Ore e si presenta a Compieta in questi termini:

Salve Regina,
Madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva,
a te sospiriamo gementi e piangenti
in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi
gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio, Gesù,
il frutto benedetto del tuo seno.
O clemente, o pia,
o dolce Vergine Maria.

Tra i commenti con cui è stata onorata la Salve Regina segnaliamo quelli di Goffredo di Auxerre († 1188 ca.), San Lorenzo da Brindisi († 1619), Sant’Alfonso M. de Liguori († 1787).

Goffredo di Auxerre († 1188 ca.)

Si ritiene che il monaco cistercense Goffredo di Auxerre – amico e confidente di san Bernardo, suo segretario e compagno di molteplici viaggi – in un’omelia pronunziata per la festa della Natività di Maria, probabilmente negli anni in cui Goffredo fu abate di Clairvaux (1162-1165), sia da considerare il primo commento alla Salve Regina. Questa omelia-commento dovette costituire una novità di rilievo nell’ambito dell’omiletica monastica, novità destinata peraltro ad un duraturo successo. Fu novità perché le omelie di Goffredo erano state sempre un commento a un testo biblico, mentre in quell’imprecisato 8 settembre egli prese a commentare un “testo liturgico”, da poco entrato a far parte dell’Antifonario cistercense sopra richiamato.

Nella seconda parte dell’omelia il beato spiega i tre attributi che accompagnano il titolo di Regina misericordiae applicato a Maria, vale a dire: «vita, dolcezza, speranza nostra». Secondo Goffredo Maria è nostra vita perché con gli esempi della sua esistenza santa genera ed educa alla vita. È nostra dolcezza perché portatrice di valori d’immensa amabilità, quali l’amore alla contemplazione, la gioia al suo ricordo, la fiducia che infondono i suoi occhi misericordiosi rivolti verso di noi. Maria è speranza nostra anzitutto perché è «speranza di risurrezione». Contemplando già compiuto in lei ciò che attendiamo con intimo e struggente desiderio – la vittoria sulla morte e la felicità eterna –, ci sentiamo rincuorati e pieni di fiducia. È inoltre «speranza di misericordia» perché, considerando la Vergine quale icona della misericordia divina, confidiamo di ottenere per sua intercessione ciò che non meritiamo per il nostro peccato, e soprattutto di vedere «dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del suo grembo».

I tre attributi hanno un’eco intensa nel cuore del cristiano: lo richiamano al fatto misterioso della sua esistenza (vita), al suo bisogno di consolazione nell’amarezza (dulcedo), alla necessità di vivere in un’attesa che non deluda (spes). Goffredo non affronta la difficoltà che rappresenta l’uso di questi termini applicati alla Vergine. Certo non ignora che, rigorosamente parlando, vita nostra è solo Cristo, lui solo la sorgente della suprema dolcezza, lui la nostra unica speranza. Lo sa e con i monaci lo canta allorché nell’ufficiatura corale ritornano i versi dell’inno liturgico «Jesu Rex Admirabilis»: «Iesu… vita desiderabilis/… dulcedo ineffabilis/… spes paenitentium». Ma per Goffredo, come per il suo maestro Bernardo, tutto ciò è dato per acquisito: in Maria non vi è luce che non sia riflesso di quella di Cristo. La Vergine è vita, dolcezza, speranza nostra solo in quanto efficace riverbero dell’azione salvifica di Cristo.

Il presupposto da cui parte Goffredo nel commento alla Salve è familiare alla letteratura devota del Medioevo: la coscienza della propria miseria e del proprio peccato e insieme l’anelito alla liberazione e alla vita. Dinanzi al trono della Regina misericordiae Goffredo e i suoi monaci sono poveri che cercano aiuto, peccatori che chiedono perdono.

San Lorenzo da Brindisi († 1619)

Oltre al beato Goffredo meritano di essere ricordati almeno altri due celebri commentatori della Salve Regina: san Lorenzo da Brindisi e sant’Alfonso M. de Liguori. San Lorenzo – frate cappuccino, sacerdote, dottore della Chiesa, illustre biblista – è stato uno dei più grandi devoti di Maria che la storia abbia mai conosciuto. È autore di 84 discorsi sulla Vergine, tra cui 6 a commento della Salve Regina. Il Mariale è il titolo dato ai discorsi riuniti e pubblicati per la prima volta nel 1928 a cura della Provincia veneta dei Frati Cappuccini.

Nei sei discorsi sulla Salve il santo ripropone l’antica questione sul rapporto tra i titoli «Regina» e «Madre» attribuiti a Maria: qual è la loro origine? come si armonizzano? Più che di un problema reale si tratta di una questione accademica, o meglio, di un accorgimento pastorale per illustrare le grandezze di Maria e approfondire la sua missione nella vita della Chiesa.

San Lorenzo individua l’origine dei due titoli nella somiglianza di Maria con Dio e con Cristo. Dio è sommamente potente (Re) e sommamente buono (Padre). In modo analogo Maria possiede grande potenza (Regina) ed è piena di bontà (Madre). Per indicare la potenza e la bontà di Maria il santo chiama la Vergine «Regina» e «Madre di Misericordia», come appunto inizia la Salve.

Al dire del nostro autore, Dio ha fatto Maria Regina potente e Madre di Misericordia per intervenire a favore della Chiesa e dell’umanità. In questa prospettiva egli presenta l’esercizio della regalità di Maria come servizio materno di misericordia ed esprime in modo efficace l’emozione interiore che il titolo Mater Misericordiae suscita nel devoto:

«Madre di Misericordia».
Quant’è soave il nome di madre!
Non lo si può esprimere,
non lo si può capire.
E la Vergine non solo è madre,
ma madre di misericordia,
al sommo misericordiosa.
Madre piena di clemenza,
di tenerezza,
di amore».

Sant’Alfonso M. de Liguori († 1787)

Grande missionario, vescovo zelante e scrittore celebre, è autore dell’opera Le Glorie di Maria edita nel 1750. Il libro ebbe uno straordinario successo e fu tradotto in varie lingue. È ritenuto da alcuni studiosi il capolavoro del santo, che lo pubblicò dopo lungo travaglio e accurate ricerche storiche e teologiche. Scrive il biografo Th. Rey-Mermet: «Per sedici anni egli ascoltò e scrutò la moltitudine immensa della tradizione con la curiosità di un amore ardente, con il senso pastorale di un eccellente missionario, con il rigore di un teologo al quale Pio IX avrebbe decretato il titolo di dottore della Chiesa.

Lo scritto è segno della grande devozione del santo ed espressione di riconoscenza verso la Madre di Dio per l’aiuto da lei ricevuto in tutto il corso della sua vita, come risulta dalla «Supplica dell’autore a Gesù e a Maria», posta all’inizio del libro: «A te poi mi rivolgo, o mia dolcissima Signora e Madre mia Maria: tu ben sai che dopo Gesù in te ho posto tutta la speranza della mia eterna salvezza; poiché tutto il mio bene, la mia conversione, la mia vocazione a lasciare il mondo, e tutte le altre grazie che ho ricevuto da Dio, tutte riconosco che mi sono state date per mezzo tuo».

Il volume si divide in due parti: la prima comprende un ampio commento alla Salve Regina, la seconda presenta «Le virtù di Maria». Nel commento alla Salve Regina, che costituisce la parte più importante del famoso libro, sant’Alfonso descrive in maniera viva, a volte drammatica, i molteplici interventi della Vergine nei confronti dei fedeli. Maria ottiene loro il perdono, li riporta all’amicizia con Dio; se il peccato separa, allontana da Dio, ella avvicina, riconcilia, unisce. Interviene per mantenere in grazia il peccatore convertito: lo invita alla preghiera, gli ottiene luce e forza, gli impedisce di cadere ancora, gli ottiene il dono della perseveranza finale. Quale avvocata potente e madre pietosa, Maria non rifiuta di difendere le cause dei più miserabili; è tutt’occhi per vedere, compatire, soccorrere sempre, specialmente nei momenti di pericolo, e soprattutto nell’ora della morte: allora è presente più che mai per confortare i suoi devoti, difenderli dal maligno, salvarli dall’inferno, e per condurli con sé in paradiso all’incontro eterno con Dio.

3. Valore e significato della Salve per il nostro tempo

E veniamo alla terza tappa: il valore e il significato della Salve Regina per il nostro tempo. Abbiamo richiamato che per il linguaggio e l’atteggiamento cultuale, per l’ambiente sociale che riflette e la concezione teologica cui si riferisce, la Salve Regina è un’espressione tipica del Medioevo. Di quel periodo esprime valori religiosi perenni: la coscienza del bisogno di misericordia; la consapevolezza di essere in terra di esilio; il vivere in un mondo quale luogo di edificazione del Regno; l’anelito a contemplare il volto di Cristo; il ricorso fiducioso alla Madre della Misericordia, cui Dio ha affidato una particolare missione di grazia e di intercessione in favore del suo popolo.

Per tali valori la Salve è stata ed è amata da generazioni di fedeli. È preghiera autentica sulle labbra dei primi oranti, risuona vera, nonostante la mutata temperie culturale, sulle labbra di quelli del nostro tempo. Il popolo cristiano invoca la Madre della Misericordia perché riconosce in lei la misericordia del Padre in forma materna, fatta cioè di tenerezza, gratuità, generosità, accoglienza. Le testimonianze di questo fatto acquistano talvolta un carattere pubblico. Pensiamo ad esempio agli ex-voto e alle tavolette votive appese sui muri dei santuari: attestano che Maria mostra la sua misericordia aiutando nei pericoli, ottenendo guarigioni e grazie.

Il titolo «Madre della Misericordia» – presente nella Salve Regina – giustamente la celebra. Anzitutto perché è la Madre di Colui che è Misericordia, Cristo, come afferma san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia. Inviato nel mondo da Dio, Cristo si fa uomo per amore dell’umanità, per condividerne dolore, solitudine, paura, morte. Inoltre, perché tale titolo ci ricorda che Gesù al Calvario ha offerto alla Chiesa una madre: «Ecco tua Madre» (Gv 19 25), quale guida e conforto ai figli pellegrinanti sulla terra, e le ha affidato i suoi fratelli: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26), diventati tutti suoi figli diletti, anch’essi, come Gesù, bisognosi di una madre accanto alla loro croce.

Il rivolgersi fiducioso alla Madre della Misericordia non è solo per il popolo devoto richiesta di intercessione per i peccati, ma soprattutto implorazione del suo aiuto a divenire misericordiosi, secondo il comando del Figlio Gesù: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36). Questo atteggiamento il Signore lo richiede a coloro cui fa misericordia.

Sollecitati da Papa Francesco, soprattutto in quest’Anno straordinario della Misericordia, poniamoci allora una semplice domanda: cosa significa per noi essere misericordiosi? Letteralmente vuol dire avere un cuore sensibile alle miserie altrui, essere pronti a soccorrere. È l’atteggiamento del buon samaritano che, avendo incontrato sul ciglio della strada un malcapitato straniero, per di più di altra fede religiosa, ne ha compassione (cf. Lc 10,33), sente cioè una stretta al cuore che gli provoca una serie di atti di soccorso. Significa accorgersi dell’altro invece di «girare alla larga», essere sensibile alle sue necessità, aiutarlo concretamente, impegnando i propri mezzi, il tempo, le forze e la stessa vita.

Consapevoli che nel cammino di conformazione a Cristo siamo soggetti a cadute ed errori, imploriamo aiuto da colei che – come nessun altro – ha sperimentato la misericordia di Dio: si è sentita guardata con amore e amata da lui (Lc 1,48), proclamando nel Magnificat che la sua misericordia si «estende di generazione in generazione» (Lc 1,50).

Pertanto, nel pregare/cantare alla Madre della Misericordia attraverso la Salve Regina possiamo impegnarci a seguire Cristo, la via che la Madre di Dio ci insegna a percorrere: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Come a dire: «Questo Figlio mio vi potrebbe dire qualcosa che vi potrebbe sembrare strana, ma voi fidatevi, come ho imparato a fidarmi io, anche quando le sue parole mi sono sembrate strane (cf. Lc 2,49-50)».

In effetti il Figlio dice ai servi una cosa piuttosto strana: i commensali vogliono il vino, e voi portategli l’acqua. Essi si fidano e avviene il “segno grande”: l’acqua della Legge (“serviva per le abluzioni dei giudei”: Gv 2,6), quando la portano a colui che dirige il banchetto è diventata vino».

«Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Come? Deponendo sentimenti d’ira e propositi di vendetta verso chi ci affligge, riprendendo dialoghi interrotti, vincendo il male con il bene, l’odio con l’amore, opponendo all’indifferenza l’amore, all’offesa il perdono, all’ingratitudine la riconoscenza.

Che sia davvero così il nostro Anno della Misericordia!

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Un commento

  1. Anna Rosa 3 ottobre 2016

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