Maschio e femmina lì creò… siamo sicuri?

di: Carla Corbella

Creazione di Eva

Il testo della Congregazione per l’educazione cattolica va, a mio avviso, interpretato per quello che è, cioè come un contributo indirizzato «a quanti hanno a cuore l’educazione, in particolare alle comunità educative delle scuole cattoliche e a quanti, animati dalla visione cristiana della vita, operano nelle altre scuole, ai genitori, agli alunni, ai dirigenti e al personale, nonché ai vescovi, ai sacerdoti, alle religiose e ai religiosi, ai movimenti ecclesiali, alle associazioni di fedeli e ad altri organismi del settore» (7). Si potrebbe quasi definire un “prontuario” per operatori cattolici specializzati nel campo dell’educazione della gioventù.

Ciò delimita molto la prospettiva e non consente al testo di presentare in modo ampio e approfondito i molti aspetti e le molte problematiche connesse all’arcipelago gender. In concreto, infatti, il documento enuncia in maniera classica e chiara la visione antropologica fissata nel Concilio come orientamento sicuro nel mare magnum del dibattito attuale e delle voci relative al tema dell’identità sessuale e della differenza di genere. In questo modo, però, non solo non esaurisce il tema ma non riesce a rispondere in modo esaustivo alle nuove e numerose domande che le mutate condizioni antropologiche e sociali pongono al magistero della Chiesa su questi spinosi argomenti.

E così, sia il lettore attento e preparato sia il lettore coinvolto esistenzialmente ed esperienzialmente in queste realtà, alla fine della lettura, restano insoddisfatti non trovando risposte realmente soddisfacenti agli interrogativi antropologici e filosofici di fondo. Questo vulnus potrebbe divenire occasione favorevole per approfondire la ricerca e per proporre un avanzamento della riflessione tenendo conto dell’apporto della teologia in stretto dialogo con altre discipline.

Il dialogo come opportunità

Relativamente al dialogo, come prospettiva ermeneutica, la stessa metodologia proposta dalla Congregazione appare come un’opportunità interessante. Infatti, la proposta di un percorso dialogico lascia evidentemente supporre la seria volontà di considerare reali interlocutori quelle ricerche sul gender caratterizzate da adeguato approfondimento del modo in cui si vive nelle diverse culture la differenza sessuale tra uomo e donna (6). Detto diversamente, già il metodo dialogico – ascoltare, ragionare, proporre – può essere occasione per superare un’impostazione rigidamente apodittica del discorso etico uscendo dalla logica della crociata o da quella, uguale ma contraria, del fortino assediato.

Ciò significa ascoltare in modo sincero, tenendo sotto controllo i pregiudizi esistenti da entrambe le parti. Inoltre, significa che anche la teologia morale non può affrontare in solitaria le questioni che lo studio dell’antropologia sessuata dell’uomo porta con sé. Infatti, l’interpretazione del concetto di natura, di corporeità, di sesso, di identità sessuale, solo per fare qualche esempio, non possono prescindere oggi dalle nuove frontiere proposte dagli sviluppi della scienza.

I dati derivanti dalle tecnologie applicate all’uomo, dalle conoscenze sul cervello legate allo sviluppo delle neuroscienze, dalla psicologia situazionista, dalle nuove frontiere delle intelligenze artificiali non consentono di riproporre sic et simpliciter la dottrina tradizionale della legge naturale e del rapporto uomo/natura. Le categorie non sono più solo naturale/artificiale ma se ne aggiungono altre tra cui la nuova frontiera del sintetico che è altro sia dall’artificiale sia dal naturale. Inoltre i dati relativi allo studio del cervello stanno mostrando una chiara corrispondenza tra regioni cerebrali e reazioni mentali.

Da qui deriva una nuova conoscenza dell’essere umano e del suo funzionamento con cui le dottrine etiche devono dialogare. L’uomo si scopre diverso da come si pensava e la sua libertà, mentre viene propagandata in termini assoluti, di fatto risulta pesantemente condizionata da forze diverse: interne ed esterne la persona. I condizionamenti che si pensavano solo in termini psico-sociali potrebbero, infatti, avere altre ragioni a causa della radice biologica evidente delle basi comportamentali dell’agire.

Lo sviluppo delle scienze cognitive

Le scienze cognitive, inoltre, danno una visione del soggetto contro-intuitiva, diversa da quella tradizionale. Quest’ultima, fatta propria anche dall’antropologia cristiana, sottolinea come i soggetti umani siano agenti liberi, autocoscienti e razionali con una distinzione tacita mente/corpo pur in una esperienza di unità dell’io che dura nel tempo e che si può chiamare identità.

L’identità, poi, è caratterizzata in modo binario in maschile e femminile, grazie anche alle caratteristiche distintive della dimensione corporea. È a questa interpretazione di fondo che fa riferimento il documento della Congregazione per l’educazione cattolica.

In una prospettiva del tutto contraria, invece, si muove l’antropologia emergente dai risultati delle scienze cognitive che propone una visione dell’individuo contro-intuitiva per il prevalere nel soggetto di processi automatici inconsci ed emotivi che mettono in discussione la reale forza del libero arbitrio e limitano gli spazi di razionalità. Si riduce la pretesa di auto-determinazione e le scelte paiono più legate a sensazioni e a processi istintivi.

Questa prospettiva apre scenari inconsueti e determina nuove visioni antropologiche che condizionano la percezione che le persone hanno di sé e della realtà e, conseguentemente, il modo di interpretare e di giudicare il loro vissuto.

Da tutto ciò deriva sia un diverso rapporto con la realtà sia una visione etica ancorata a nuove categorie valoriali. Tutto questo scenario vede il passaggio da un paradigma teleologico ad una prospettiva correlativa in quanto al centro non è più determinante la spiegazione di ciò che accade ma trovare le correlazioni tra dati. È con questa realtà concreta che la teologia morale deve entrare in dialogo pena la marginalità della proposta cattolica.

Esemplificando, si potrebbe dire che non è sufficiente oggi ribadire semplicemente il significato profondo di quella che si definisce la «radice metafisica della differenza sessuale» (34). Questa affermazione, infatti, non solo risulta lontana dal vissuto ma anche rende parzialmente ragione della comprensione dell’umano che oggi possediamo.

Si tratta, invece, di cogliere il significato profondo dell’affermazione stessa e porlo in dialogo con le nuove conoscenze relative al soggetto umano per ricollocarla in un orizzonte capace di esprimerne il nucleo essenziale nuovamente compreso e interpretato.

È chiaro che occorre essere molto attenti sia al rischio di un uso strumentale delle scienze naturali e sociali sia ad evitare un’acritica accoglienza dei suoi assunti che sono, per definizione, in continua evoluzione e sono condizionati pesantemente dalle decisioni politiche ed economiche sottostanti. Tuttavia, è importante conoscere a fondo i metodi e i risultati che esse propongono per cogliere, mediante un dialogo e un confronto pacato e graduale, come possano illuminare le ricerche teologiche aiutando nella formulazione di un’etica interculturale in grado di intercettare il bisogno di significato dell’uomo contemporaneo.

Da questo scambio sincero gli stessi valori della Rivelazione avrebbero la possibilità di una nuova significatività. Questo dice che anche il rapporto tra teologia morale e scienze bibliche chiede di essere meglio affrontato. Il rischio, infatti, che il testo biblico sia presentato in un modo settoriale finalizzato ad avallare le proprie tesi precostituite, è presente. Approfondire un dialogo ermeneuticamente significativo con il testo biblico significa ancorare la prospettiva etica nel suo alveo naturale aperto al dialogo con i passaggi evolutivi che l’uomo ha fatto proprio grazie alla sua natura.

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