Osvaldo Poli: Maschio sotto scacco

di: Marcello Matté

Osvaldo PoliIl codice paterno e maschile è sotto sospetto nella mentalità diffusa. La pregiudiziale si insinua nel vissuto quotidiano e raggiunge anche le premesse antropologiche (e teologiche) della spiritualità cristiana e della prassi ecclesiale. Abbiamo interpellato in proposito Osvaldo Poli, psicologo, che si occupa principalmente della consulenza e della formazione dei genitori e della coppia, collaborando con diversi gruppi, istituzioni e riviste. Ha sostenuto la creazione e la diffusione delle esperienze conosciute come “scuole dei genitori”. È autore di numerose pubblicazioni in argomento.

– In Francia stanno diffondendosi le proposte di stages per aiutare gli uomini a valorizzare la propria mascolinità/virilità (cf. Le Monde). È un segno dei tempi?

È un segno dei tempi. Gli uomini sono in crisi, la cultura attuale sembra congiurare contro di loro. Particolarmente nel campo educativo la cultura maschile è ritenuta inadatta a crescere i figli, la sensibilità e l’approccio paterno sono ritenuti poco confacenti. I padri dovrebbero trasformarsi in mammi, assumendo la sensibilità materna e femminile per potere svolgere il loro compito. Premesso che la sensibilità, la finezza interpretativa, la capacità immedesimativa del femminile è inarrivabile, non è proprio necessario propugnare questa forma di emulazione. Il padre ha molto da dare a un figlio rimanendo maschio. È mia convinzione che un figlio non diventi grande libero e forte se non è amato anche “al maschile”.

Se il codice materno (l’interpretazione femminile dell’amore) tende a proteggere i figli dal dolore della vita, il padre incoraggia a non aver paura a non lamentarsi delle imperfezioni della vita, ad affrontare senza ripiegarsi sul principio dell’immaturità per cui deve essere reale solo ciò che è perfettamente conforme al principio del piacere.

Le impietose e giuste critiche alla società patriarcale hanno determinato l’oblio del valore della maschilità, di quella istintiva comprensione dell’amore e del bene dei figli, e della società in generale, che per grazia e natura è proprio dei maschi.

– Si imputa alla predicazione cristiana l’insistenza sulla mitezza, la gentilezza, trattenere la propria forza; genererebbero sospetto verso i tratti maschili.

Il cristianesimo è la religione del Padre, come sta scritto, ed appaiono un po’ forzate e poco persuasive altre interpretazioni, verosimilmente in omaggio alla cultura attuale, da una posizione di ingiustificata soggezione ad essa. Che nell’animo paterno vi sia anche una parte femminile, assimilabile alle molteplici sfumature della tenerezza, è innegabile e ne perfeziona semmai la comprensione, ma nella religione del Padre prevalgono altri tratti distintivi del suo stesso modo di amare.

E il modo di amare di Dio appare sostanzialmente maschile, pur senza escludere l’aspetto femminile, che inerisce ad esso ma non lo caratterizza . Diciamo che l’aspetto maschile e paterno è prevalente e caratterizzante.

Non ritengo dobbiamo agghindarlo a Madre, forzando le categorie interpretative, anche se può apparire un’operazione tanto carina e presentabile. Mi sembra necessario recuperare la comprensione della grandezza e della bellezza dell’amore maschile. Questa la vera sfida, che interrompe la deriva del senso di inferiorità culturale del mondo cattolico.

Se proprio il cristianesimo non trae dai suoi fondamenti teologici una rinnovata comprensione del mistero dell’amore paterno, e non la trasmette alla cultura odierna, chi mai lo potrà fare?

La ricomprensione dell’amore paterno può mettere nella giusta luce anche il comportamento di Dio Padre nella storia terrena con il Figlio. Senza comprendere il mistero dell’amore maschile appare insuperabile il giudizio che egli sia un Dio crudele, che “sacrifica e manda a il Figlio a morire in croce”. Più o meno come le divinità azteche, che si appagavano di sacrifici umani.

Se la cultura cattolica smarrisce la comprensione dell’amore divino in quanto paterno e maschile, non potrà che declinare anche l’amore in termini prevalentemente sentimentali come la mitezza e la gentilezza.

La mitezza e la gentilezza rappresentano delle perfezioni dell’amore ma non ne sono l’essenza. Diversamente il concetto di amore diventa “svirilizzato” e proprio gli uomini che se ne ispirano debbono rinunciare inconsapevolmente alle manifestazioni psicologiche della forza. La forza è da sempre l’emblema della maschilità, lo testimoniano i miti, la cultura popolare, le fiabe, la letteratura di tutti i tempi. La maschilità esemplare è eroica, intrepida, sfida la paura e le difficoltà.

Testimonia – questo il segreto dell’amore paterno – l’amore per la verità e la giustizia. Il maschile è tale se ama la verità e la giustizia più di se stesso e per questo si “sacrifica”. Si dona liberamente al sacrificio, accetta liberamente di pagare il prezzo che l’amore comporta.

Ci viene ricordato: «Egli, offrendosi liberamente alla sua passione». Appunto.

Non un Dio crudele che sacrifica il Figlio per placare la sua sete di vendetta, ma un Figlio che per amore accetta la croce dalle mani del Padre. Il Padre non può fare diversamente, il Figlio accetta senza dubitare del suo amore per lui.

La capacità di accettare liberamente un dolore per amore è la gloria della maschilità.

Riflesso dell’amore divino nella struttura psicologica umana.

Tutte le altre perfezioni dell’amore se perdono la connessione con questo nucleo centrale diventano ambigue, rischiano di testimoniare la debolezza più che la forza dello stesso. Generando mentalità e parole d’ordine politicamente corrette a livello sociale, ma prive di carica provocatoria, di cambiamento. L’idealità stessa del cattolico diventa connotata da pacifismi e umanitarismi senza il vigore della giustizia e l’amore per la verità, declinato in vari “poverinismi” incapaci di cambiare veramente le cose.

Tutto ciò che appare inoffensivo, non disturbante, appare evangelico e desiderabile, racchiuso in un concetto di amorevolezza svirilizzata, che ha perso il contatto con il nucleo centrale: la forza dell’amore che non teme di chiedere il sacrificio e di accettarlo se necessario. Eppure il cristianesimo è sempre stato una religione di martiri, non di vittime.

– Quale espressione trovano nella spiritualità cristiana le caratteristiche maschili?

Le caratteristiche maschili, oggetto di repressione culturale, sono destinate a sopravvivere in piccole enclave minoritarie, a divenire oggetto di incomprensione se non di palese disprezzo. Ad oggi, nel cosiddetto movimento tradizionalista, all’interno della Chiesa cattolica, sembra si siano conservati i tratti più evidenti di spiritualità maschile, altrove dimenticati.

La stessa concezione della misericordia ne è una cartina al tornasole. Ne conservano i tratti difficili, dolorosi, sacrificali. Pentimento, dolore dei peccati, proponimento, accusa degli stessi, rappresentano passaggi psicologicamente difficili e per questa ragione rifiutati a tutto vantaggio di una concezione della misericordia svirilizzata, non solo infinita come di fatto, ma pure incondizionata.

Come se la salvezza non prevedesse una cooperazione al piano divino, spesso difficile, in cui l’aspetto “meritorio” è messo in ombra.

Anche la cultura apologetica è stata rimossa, e con essa lo sforzo intellettuale per contrastare le opinioni contrarie. Attraverso la ricerca, l’approfondimento, l’affinamento argomentativo; aspetti anch’essi complessi, non esenti dalle fatiche del pensiero. Ammettere di avere delle convinzioni è guardato con sospetto, come arroganza intellettuale e una potenziale minaccia alla libertà di pensiero altrui. Il dubbio perenne ed irrisolto è stato eletto a condizione di perfezione dell’intelligenza. In realtà non è difficile avere dei dubbi, risolverli è un po’ più complicato, ma tant’è.

Sembra che la cultura cattolica oggi non sappia difendersi e non sappia conquistare. Sempre più incline a conformarsi a ribadire ciò che tutti pensano e hanno già detto (vedi il valore dell’ecologia ribadito come rispetto del creato); rinuncia all’annuncio esplicito, considerato una prassi provocatoria e poco rispettosa dell’altro. In realtà si deve rispettare la coscienza altrui, ma non tutte le opinioni e le convinzioni sono da ritenersi rispettabili.

Sembra venuta meno la volontà di incidere, di difendere la verità conosciuta.

Come se confermare l’altro nell’errore fosse conforme all’amore per lui. Sempre ammesso che si ritenga che l’errore esista, e che faccia la differenza nell’opinione stessa di Dio. E così la proposta cristiana rischia di diventare insipida, quasi indistinguibile dalle meritorie ragioni sociali di qualche ente per la pace e lo sviluppo.

Insomma, niente che scaldi i cuori maschili, per cui “valga la pena” patire.

Anche il concetto di “inclusione” è tipicamente femminile; ribadirlo senza coniugarlo è vuoto: se non è coniugato con condizioni di verità e giustizia diventa insignificante.

Quanto fa la paura di essere “cattivi”. Esattamente come i padri in famiglia che debbono femminilizzarsi per essere dei buoni educatori. Almeno così viene lasciato credere. Giocare con i figli, ascoltarli, condividere le emozioni, capire i loro disagi, tutto bene, ma fortunatamente in questo le mamme sono imbattibili. E quando si tratta di dire loro la verità scomoda che li riguarda? Quando è necessario dire loro: «tocca a te e solo a te»? Quando è inevitabile dire loro: «hai sbagliato, ed è colpa tua»?

I padri debbano amare la verità, più che i figli stessi. Anche quando sanno di “far male” devono dare la croce al figlio sperando che la prenda dalle loro mani senza dubitare dell’amore per lui. Così come fra Loro, così nelle nostre piccole vite, la dinamica della salvezza passa attraverso la croce. La croce offerta con trepidazione e accettata con coraggio. Come può un figlio diventare migliore (risorgere a vita nuova per così dire ) se non accetta il dolore della verità, la croce che il padre offre dicendogli: «in realtà sei senza amici perché li fai sempre sentire inferiori a te»?

La repressione della cultura maschile, in nome di un falso egualitarismo, è destinata ad alimentare il risentimento e la rivalsa e la rabbia contro le donne, e ciò non deve accadere.

– La Chiesa vive alcuni paradossi: è una struttura patriarcale ma la vita delle comunità è affidata in gran parte alla partecipazione delle donne; mentre si incoraggiano le espressioni materne, le donne stanno rivendicando la partecipazione alla dimensione patriarcale.

L’apertura della cultura cattolica agli aspetti femminili del modo di intendere l’amore di Dio e nostro per il prossimo rimane un grande dono, destinato ad arricchire la ricerca teologica e la sensibilità pastorale. Come in famiglia, la sensibilità, la profondità, il tatto femminile sono tratti necessari al padre per compiere la sua azione educativa senza correre il rischio di diventare, duro, insensibile, impietoso, autoritario. I tratti contrari a tali crudezze li deve mutuare dall’onore e dal rispetto per la femminilità, dalla sua capacità di imparare dalla madre. Dall’integrazione della sensibilità femminile, che arricchisce e perfeziona i suoi stessi registri.

Che la direzione da percorrere sia dettata dalla sola sensibilità femminile rappresenta invece un rischio molto grave, così diffuso da non essere più percepito come tale.

I ruoli di comando trovano nella maschilità le condizioni più opportune per essere esercitati con saggezza e giustizia. Alla maschilità esemplare corrisponde una capacità di guida impeccabile, diversamente non sarà così, ma tali esiti non inficiano il principio stesso.

L’egualitarismo che non rispetta le differenze tradisce le aspettative anche delle donne che spesso avvertono il desiderio di “essere guidate”, ma ciò non possono ammetterlo a se stesse se non con vergogna (sarebbe un segno di debolezza), tantomeno rivelarlo pubblicamente senza evitare l’infamia di essere giudicate ancorate ad una concezione preistorica dei rapporti con gli uomini. Come se invocassero la sudditanza. Da non credere. La loro capacità di seguire è data a ragion veduta, non è riconducibile a un senso di inferiorità psicologico, e ha come presupposto la sua ammirazione per la forza amorosa del maschio verso il bene, il bello, il giusto. Non possono seguire un maschio che non stimano, di cui non possono apprezzare la solidità delle convinzioni, la forza del pensiero, la capacità di sacrificarsi per i suoi valori. Insomma, per la forza della sua fede. Tali caratteristiche non sono esclusive dell’uomo, ma tipiche e caratterizzanti della maschilità, incarnate in ogni singola persona in gradi diversi di perfezione.

Se non si approfondiscono le buone ragioni della tradizione, trovando in essa tesori che non siano riconducibili a condizionamenti culturali contingenti, tanto vale darsi al nemico, soprattutto se è tanto carino quando canta “Peace and Love”.

Osvaldo Poli, Adolescenti all’improvvisoLa più recente pubblicazione di Osvaldo Poli: Adolescenti all’improvviso, Collana «Progetto famiglia», San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, pp. 192. L’adolescenza è una stagione che richiede un rapido aggiornamento del software genitoriale. Il senso di colpa non serve. E nemmeno la sensazione di essere impotenti o di aver fallito. È arrivato il momento di rompere la bolla in cui si vorrebbe far vivere i figli, con l’illusione di diventarne una sorta di avvocati difensori. È il momento di arrendersi e smettere di “stargli addosso”. Ora di accettare l’impossibilità di risparmiare ai ragazzi la fatica di diventare grandi. Ora si dice: “Non ti eviterò le difficoltà, ma ti aiuterò a risolverle”.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Un commento

  1. Patrizia Pane 31 gennaio 2017

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi