Mimmo, il contaminatore

di: Gaetano Lettieri

Il testo che presentiamo è stato letto dal prof. Gaetano Lettieri, direttore del Dipartimento “Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo” della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma “Sapienza”, in occasione del seminario che si è svolto lunedì 13 maggio con la presenza dell’antropologo Vito Teti e dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, invitati a parlare de “Il senso dei luoghi e il senso degli altri. Riace da condividere“. Il seminario era organizzato all’interno del seminario curriculare di antropologia del dottorato in “Storia, antropologia, religioni” (SAR) incentrato sul tema “Convivenze”, ed era stato fortemente contestato dal gruppo «Forza Nuova» che aveva indetto una manifestazione da tenersi proprio in quel giorno a Piazzale Aldo Moro di fronte all’ingresso della Sapienza. In risposta, gli studenti hanno a loro volta firmato un comunicato preannunciando un appuntamento di sostegno lunedì mattina in città universitaria.

Prima di tutto, ho l’obbligo di ringraziare, con Mimmo Lucano e Vito Teti, i colleghi antropologi che hanno organizzato quest’incontro, in particolare Laura Faranda e Matteo Arìa; il rettore Eugenio Gaudio, che in questi giorni ci ha costantemente e fortemente sostenuti; tutti i presidi, i direttori di dipartimento, i colleghi e gli studenti, che ci hanno espresso compattamente la solidarietà e il pieno consenso della Sapienza alla nostra iniziativa. Infine, un grazie particolare alle forze dell’ordine, che oggi stanno garantendo una rispettosa giornata di studio e confronto culturale.

Tutti noi siamo a conoscenza dei vergognosi, violenti attacchi che alcuni facinorosi hanno rivolto contro Mimmo Lucano, contro l’intera comunità scientifica della Sapienza e in particolare contro il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo. Ritengo allora non eludibile ribadire che l’università statale è fondata su valori democratici sanciti dalla Costituzione italiana, irriducibilmente antifascisti, dei quali, da storico, sento il dovere di proclamare la piena attualità.

Non si può minimizzare l’evidente emergenza di rigurgiti fascisti, rifugiandosi nella poco lucida e forse disonesta argomentazione che non ha più senso condannare una realtà storica lontana e irripetibile. È sempre attuale, invece, proclamare i valori fondativi della libertà di ricerca, del rispetto per la pluralità culturale, del ripudio di ogni discriminazione ideologica.

Nell’università libera non è ammissibile l’offesa ai «diritti inviolabili dell’uomo» (art. 2) e alla libertà di pensiero, è da respingere qualsiasi messa in questione della dignità e «del pieno sviluppo della persona umana» (art. 3), è bandita qualsiasi discriminazione «di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3).

I presupposti irrinunciabili della nostra attività di professori universitari, quindi del nostro rapporto di alta responsabilità con gli studenti, sono la ricerca mai paga dell’onestà intellettuale, l’impegno a favore della diffusione della conoscenza e della lotta contro l’ignoranza e il pregiudizio, il rispetto di valori universali di verità, libertà, giustizia, tolleranza, pluralismo.

In particolare noi storici e umanisti siamo chiamati all’instancabile, critica, appassionata memoria storica di atti e opere nobili e ignobili di coloro che ci hanno preceduti. L’università statale ha, infatti, il compito di promuovere il progresso «spirituale e materiale della società» (art. 4), la sua maturazione civile, democratica, economica. Ma la ricerca scientifica è possibile soltanto all’interno di una comunità di ricercatori, docenti e discenti, disposti all’instancabile ascolto delle ragioni altrui, al confronto rispettoso degli argomenti, al vaglio dei documenti e delle prove scientifiche, al rifiuto di qualsiasi dogmatismo, di ogni pretesa arrogante di sovranità incondizionata di potere e di giudizio. Per questo, la natura della ricerca universitaria è irriducibilmente libera, laica, critica e autocritica, aperta alla messa in questione di ogni suo presupposto, perché sempre siano valutate ed eventualmente accolte le ragioni dell’altro, anche assumendo il rischio della smentita delle proprie sempre fallibili ragioni, qualora si rivelassero inadeguate, infondate, false.

Oggi siamo orgogliosi di ospitare il sindaco Mimmo Lucano e il professore Vito Teti dell’Università di Calabria nel nostro Dipartimento, nell’Ateneo più grande d’Italia e d’Europa. Se la sezione di Antropologia del Dottorato di Storia Antropologia Religioni ha deciso di invitare un personaggio-chiave della società e della cultura italiana e con lui uno studioso che, per anni, ne ha indagato l’operato e la sua portata culturale, è perché riteniamo le loro voci coerenti con i principi democratici e costituzionali ai quali la nostra università deve e vuole ispirarsi.

Il nostro, lo sottolineo con forza, è un incontro scientifico. Ma proprio per rendere ragione della presenza, qui oggi, di Lucano e di Teti, consentitemi, ancora, un ultimo riferimento alla nostra Costituzione, in particolare all’articolo 10, che tra l’altro proclama: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». È un articolo per certi aspetti folle, che la politica è chiamata ad accogliere responsabilmente: afferma l’accoglimento, all’interno della proprietà di cittadinanza, non soltanto di un altro diritto, quello internazionale, ma dell’esigenza davvero infinita della giustizia, dell’ospitalità di qualsiasi perseguitato o reietto.

Nella Repubblica Italiana, l’escluso ha sempre diritto di asilo. Ma questo non mette a rischio la tenuta, già problematica, dell’identità statuale, sociale, economica della Repubblica? Si tratta, evidentemente, di un articolo paradossale, perché proclama un diritto di asilo universale impossibile da mettere fino in fondo in pratica.

Ebbene, “la legge” è chiamata a «stabilire le condizioni» entro le quali il diritto d’asilo deve e può essere messo in pratica, è chiamata a cercare di “definire” quest’impossibile, di determinarne possibilità e praticabilità.

Ma all’idea infinita di giustizia è possibile fissare confini? Come può il cittadino democratico chiudersi all’esigenza assoluta dell’ospitalità dell’altro che soffre? Non è il diritto d’asilo quel diritto ulteriore, sempre estatico, che costringe a spingere sempre più avanti la legge, che pure mai può riuscire ad adeguarvisi? In effetti, è proprio l’imperativo categorico dell’accoglienza universale o, più semplicemente, l’irrinunciabile senso di umanità quello che apre la democrazia e la vita politica a un compito sempre ulteriore, a un respiro che le impedisce di asfissiare in un diritto proprietario.

Rintracciamo forse, proprio nell’articolo 10, il punto più critico della nostra Costituzione: il dovere dell’ospitalità infinita si incunea nel diritto e nella proprietà della cittadinanza, decostruendola, ma così liberandola a una dimensione più alta, più aperta di giustizia.

Lucano, quindi, è uomo controverso, paradossale, proprio perché ha fatto suo radicalmente l’articolo 10 della Costituzione, dandogli un’interpretazione larga, aperta, inarginabile, pretendendo di realizzare l’utopia di un’ospitalità incondizionata. Di questo lo ringraziamo, riconoscendolo come colui che testimonia, anche a rischio della propria integrità, della propria libertà e del proprio potere, una fedeltà estrema all’articolo più critico, atopico, inabitabile della Costituzione italiana.

Per questo, Lucano è ammirato in tutto il mondo: si pensi alla vera e propria ossessione di Wenders per lui, al suo inserimento ai vertici nelle graduatorie dei migliori sindaci del mondo, all’incontro dedicatogli lo scorso marzo dall’École normale supérieure di Parigi. Eppure, il mite Lucano è uomo in Italia controverso, oggi esiliato da Riace.

Ma quali sono i gravi reati che avrebbe commesso? Non è accusato di aver rubato un euro, ma “soltanto” di favorire l’immigrazione clandestina, di accogliere colui che non ha diritto alcuno di essere accolto. Ma il clandestino non è, propriamente, colui che è privo «delle libertà democratiche», che cerca altrove quella piena dignità umana che non gli è riconosciuta?

A Riace, Lucano vive in stato di eccezione, nell’urgenza dell’ultimo: il suo è il rapporto con la questione di vita o di morte, quindi con il limite della legge, perché l’emergenza umanitaria, il senso incoercibile di umanità che essa suscita impongono di toccare il punto critico della legge stessa. Ecco, molto semplicemente: forse Lucano è un uomo giusto, è un testimone di giustizia, talmente estremo da apparire ingiusto. E questo perché ubbidisce al diritto infinito dell’ospitalità, all’inarginabile diritto d’asilo, spingendosi sul confine della legge, forse oltre questo stesso confine.

Ebbene, atopico marginale della legge, Lucano mi fa venire in mente l’amministratore disonesto («ὁ οἰκόνομος τῆς ἀδικίας/vilicus iniquitatis») del Vangelo di Luca 16,1-8, lodato sorprendentemente da Gesù perché azzarda la “cancellazione del debito” degli altri, divenendo figura del tutto paradossale di chi è “evangelicamente” ingiusto/disonesto, di una follia di carità o solidarietà, di un’altra giustizia…

Pensiamo, ancora, a quello che accaduto ieri, a Roma, ad opera dell’elemosiniere del papa che, rompendo i sigilli, ha dato luce elettrica a una casa occupata! Ha violato la legge: è un cardinale malfattore? Sì e no…

Non è un caso che gruppi neofascisti abbiano ieri connesso Bergoglio e Lucano, condannandoli come “nemici” dell’Italia. Emerge l’intolleranza nei confronti di reali esperienze di democrazia, il cui principio potrebbe essere: il maggiore servirà il minore, per dirla con Paolo che cita la Genesi. E il minore è il naufrago, il bambino sfortunato, la donna soggiogata, l’emarginato, l’italiano che vive nelle periferie sentendosi minacciato dall’immigrato, il disoccupato, il fascista, l’ignorante, il diverso, che il maggiore, cioè scuola, università, mondo della scienza, della comunicazione, dell’economia, potere politico devono o dovrebbero fare uscire dal loro stato di minorità.

Illuminismo kantiano e vangelo degli ultimi, con o senza fede, paiono coincidere: la minorità è il luogo di confine, il margine estremo dove la democrazia è chiamata a vivere, come forza di liberazione, riscatto, integrazione e promozione di intelligenza e umanità.

Riace è nota nel mondo per l’affiorare, in una paradossale coincidenza, di meravigliosa eredità classica ed emergenza contemporanea: il suo mare ci dona nei bronzi un’immagine ineguagliabile di civiltà/bellezza e ci espone all’irruzione del “clandestino”, che per alcuni è un “barbaro”, forse un nemico, una non-persona.

Vi propongo, allora, due brevi considerazioni finali, che possono aiutarci a interpretare Lucano, connettendo Grecia antica, eredità cristiana, emergenza umanitaria.

1) Lucano è un sindaco sospeso, dunque un ambiguo “uomo-comune”. Κοινός in greco è termine equivoco: significa insieme comune/condiviso e contaminante/impuro. Da questo termine derivano κοινή (la lingua greca condivisa, ma anche la prostituta, la donna di tutti) e κοινωνία, che significa comunione.

Il κοινός/comune è il luogo controverso e sempre equivoco dell’esposizione all’altro, della comunicazione, che è quello genetico della cultura e della società.

In Sapienza insegno Storia del cristianesimo, per questo non posso non ricordare il decimo capitolo degli Atti degli apostoli: la comunità cristiana nasce con l’introiezione dell’impuro pagano, definito comune, all’interno dell’identità ebraica.

Lo straniero diviene non più contaminante, ma fratello, il nemico viene amato. Ma pensiamo al Sofista di Platone, dove lo straniero di Elea (un uomo della Magna Grecia!) genera la storia del logos occidentale, disubbidendo al suo maestro Parmenide: rifiutando il pensiero di un Uno irrelato, assoluto, immutabile, integro, senza rapporto con la molteplicità, Platone afferma la necessità di pensare l’essere vivente e pensante come relazione, κοινωνία, comunanza di identità e alterità, di stasi e movimento, di uno e molteplice.

Aristotele potrà dire: l’essere si dice in molti modi. Ecco, la ricchezza del logos e della civiltà occidentale è che questa ha scelto di essere in molti modi, come cultura della comunicazione, della relazione, della contaminazione.

2) Proprio perché sindaco “sotto inchiesta”, Lucano è esule da Riace: sindaco “di passaggio”. Ebbene, in greco πόρος significa, appunto, passaggio, ma anche ingegno, ricchezza, commercio: il poro, è ciò che fa respirare e ciò che, essendo aperto, nutre, arricchisce. In questo senso l’economia, la legge della casa, ha sempre un rapporto strutturale con l’emporio, con il luogo di scambio. Con πόρος, infatti, sono connessi i termini porta, porto. Il πόρος è un porto aperto, un luogo di passaggio, approdo, scambio, proiezione verso l’altro.

Ebbene, Mimmo Lucano mi pare sia l’uomo di una porta che non riesce più a chiudere. E come non richiamare, qui, il mito di eros nel Simposio di Platone: eros/amore è figlio di Poros, Ricchezza/Ingegno e Penìa, Povertà.

Poros fuoriesce dal banchetto degli dèi e si unisce con Povertà, generando il dio del desiderio. Ecco, Mimmo Lucano è l’azzardo ingegnoso che ha scelto la povertà, che vive del desiderio dell’ultimo, del marginale. E questo per un paradossale interesse: perché soltanto la povertà è in grado di accendere un desiderio liberante di pienezza, cui solo l’idea infinita e sempre eccedente di giustizia può corrispondere. Così, gli “scampati” accolti vengono a riempire il vuoto di Riace, paese disabitato: i reietti donano nuova vita ai luoghi di altri, antichi reietti, un tempo espulsi dalle loro case per cercare altrove approdi più fortunati.

Per questo, Lucano si è posto nel luogo di confine del comune e dello scambio, nel πόρος, cioè nello stretto del rischio sempre altissimo del rapporto con l’altro, che, introiettando lo straniero e il diverso, sempre contamina, mette in crisi, minaccia, ma allo stesso tempo libera, feconda e rigenera la nostra identità.

Al contrario, la paurosa cultura dell’immune, del puro, dell’identità autistica è sempre violenta, totalitaria e nemica della vita, quindi dell’autentica cultura.

Concludo, allora: ribadendo che un’università degna di questo nome è, per la sua stessa vocazione umanistica, chiamata a interrogarsi sulla mediazione culturale, sulle logiche e sulle politiche delle convivenze, sulla critica costante all’ideologica «pretesa della sovranità incondizionata» (Derrida, L’università senza condizione).

La nostra università, nella quale ogni giorno in una comunione laica noi professori condividiamo il pane della scienza con i nostri studenti, non può non essere instancabile memoria delle differenze e mediazione tra le ragioni di altri, non può non riflettere sulle questioni di confine, non confrontarsi con il luogo equivoco e massimamente pericoloso del κοινός, del comune/impuro e del πόρος, del passaggio. Come afferma il titolo del seminario odierno: la nostra è un’università che studia e favorisce il senso dei luoghi, il senso degli altri, quindi il senso di umanità.

Essa educa a un’umanità sensibile, porosa, accogliente, pluralistica, quindi chiamata, prima di tutto, ad “abitare” il luogo problematico del confine, del controverso, quindi della responsabilità, che è sempre esposizione all’altro.

Cultura è, allora, sempre eterologia: educazione estraniante alla memoria e alla decisione responsabile nei confronti dell’altro, dell’a venire della nostra società comune, che ha il coraggio di aprirsi al rischio iperbolico della democrazia o della giustizia infinita, per la quale l’ospitalità precede la proprietà (Derrida con Lévinas).

Per questo – insieme con lo studio della storia, la riflessione storica sulle religioni, lo studio dell’arte e della bellezza, dei riti, delle rappresentazioni – l’antropologia culturale è disciplina irrinunciabile: studia il funzionamento delle culture, la loro complessità, i loro meccanismi di identificazione, violenza, esclusione, accoglienza, educando alla conoscenza del relativo, al rispetto delle differenze e a logiche della comunicazione e dell’integrazione.

In questa prospettiva, per la città di Roma e per la società italiana, il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo della Sapienza sarà sempre un luogo comune di confronto razionale, di libera e critica maturazione culturale e civile: una κοινωνία, un luogo comune di contaminazione e mediazione culturale, e un πόρος, un porto aperto.

Benvenuti, allora, a Mimmo Lucano e al collega Vito Teti. A voi la parola! A voi la responsabilità altissima della parola in un’università democratica, aperta, davvero comune.

professore Gaetano Lettieri

Direttore del Dip. di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo

Sapienza Università di Roma

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Un commento

  1. Vito Romaniello 23 maggio 2019

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