Perché “nascondere” la morte?

di: Michele Giulio Masciarelli

La “congiura del silenzio” sulla morte

  • La morte non è né niente né tutto. Oggi paradossalmente si emargina la morte per due eccessi opposti: o perché la si ritiene un niente, o perché si concepisce tutto come un continuo morire. Questi sono due modi, uguali e contrari, di sfuggire la domanda seria che la morte pone alla vita. è come se gli uomini del nostro tempo fossero in grave imbarazzo nei confronti dell’ultima data della loro vita. Oppure, è come se, tacendo sulla morte, volessero rimediare a una sua impotenza nei confronti di essa. Questa timidezza nell’affrontare la morte mostra il lato debole di una cultura, per altro verso, sicura di sé e talora anche spavalda.

Nell’odierna temperie culturale l’evento della morte ha finito per perdere di rilevanza e, comunque, intorno ad esso s’è creata una vera congiura del silenzio, appena interrotta da alcune voci più preoccupate, che però hanno il merito di tener desto il problema più serio dell’uomo. Una delle voci che interrompono tale equivoco mutismo sulla morte è la teologia cristiana che non smette d’agganciare dialoghi sul tema con la cultura laica, nel convincimento d’avere qualcosa di importante da ricordarle.[1]

La società di oggi ha espulso la morte: la scomparsa di un individuo non intacca più la sua continuità. È vistosa la rimozione della morte o, come è stata anche chiamata, la sua «tabuizzazione» (Geoffrey Gorer): questa è indice soprattutto di un nuovo costume della morte e del morire, un nuovo stile del morire: è uno stile fatto di riservatezza se non di reticenza e di vera “privazione” della morte (chi muore non gestisce più la sua morte).[2] L’odierno stile del morire ha ben poco a che fare con l’ars moriendi, che per secoli ha posto il morente al centro del suo estremo atto di vita.

La nostra società scoraggia il pensiero della morte sia a livello dell’adulto che del bambino, sia pure con motivazioni evidentemente diverse. La rimozione della morte, per alcuni, sarebbe il relitto di una cultura arcaica che vuole riproporre oggi i suoi riti ormai improponibili; per altri, sarebbe una proposta ideologica mirante a conservare il carattere repressivo del vivere sociale. Sulla morte non c’è consenso. Non è univoca la sua visione. Essa è vista culturalmente in prospettive diverse: cattolica, ebraica, orientale ecc. Ed è vissuta differentemente anche dal punto di vista psicologico: si parla di morte sfidata, di morte desiderata, di morte curata, di morte elaborata.

  • La “morte rimossa”. Tra le diverse ragioni che hanno portato al sorgere di questa nuova mentalità di rimozione e di nascondimento del tema della morte, la cultura spavalda del rifiuto del limite ha certamente un posto notevole. Il veloce e progressivo accrescimento delle risorse conoscitive e soprattutto tecniche ha generato uno spavaldo sentimento di autosufficienza, nonostante la crisi di fiducia che ha investito le scienze nel XX secolo. La diffusa assenza di certezze non ha portato ad un saggio riconoscimento del limite, ma alla convinzione che tutto, in ogni ambito, possa essere ugualmente sperimentabile, senza alcun vero limite: è uno degli aspetti dementi del nostro tempo, denunciato con lucida diagnosi dalla Scuola di Francoforte.[3]

L’assenza di una cultura del limite è causata anche dall’abbaglio di “onnipotenza” indotto dai successi della tecnologia. In un simile contesto la morte si presenta all’uomo d’oggi come l’unico limite insuperabile: proprio per questo essa va il più possibile allontanata e rimossa. Essa appare come un vero e proprio “scandalo” (tardo lat. scandalum = ostacolo, inciampo), di fronte al quale anche l’uomo del nostro tempo è disarmato, pensando, dunque, che altra possibilità non gli sia concesso che evitare il più possibile d’incontrarla faccia a faccia.

Sempre nella storia c’è stata una repulsione di fronte alla morte, che potremmo paragonare con ciò che oggi, con linguaggio psicoanalitico, è chiamata rimozione[4]. è stato Max Scheler a stabilire per primo la colleganza suggestiva, lucida e pertinente[5] tra la rimozione della morte e la modernità.[6]

S’è persa soprattutto – e questa è la nota più vistosa nella “cultura diffusa” di tipo popolare – la nota della familiarità che, fin verso la metà dell’Ottocento, significa vivere con la morte, nel senso che questa è una presenza frequente, in quanto, essendo un evento che accade tra i fatti che non possono essere disgiunti dalla vita quotidiana, obbliga ad avvicinarla e permette di comprenderla.[7]

  • La “morte addolcita”. Il tema della morte, da qualche teologo, è sorprendentemente trattato in un’ottica così positiva, che in essa non c’è traccia della dimensione tragica e dura di una fine che è legata al peccato.[8] Egli s’interroga su cosa volesse dire la morte come «nemico dell’uomo» (1Cor 15,26). Si chiede di chi mai sia nemico. La risposta è: di Dio no, poiché «neppure Satana, per Dio, è un nemico. […] Dio ama anche Satana. […] Satana è il nemico di Dio, questo è vero, ma Dio non è il nemico di Satana».[9] Di chi, allora, è nemico la morte? «Lo è – afferma Mancuso – dell’uomo non educato spiritualmente».[10]

Per lui l’inimicizia della morte si vince imparando a fronteggiarla: «La soluzione sta nell’imparare a morire».[11] Qui, a suffragio di questo suo pensiero, egli porta le testimonianze Budda, di filosofi di diversa epoca e di diverso indirizzo (Platone, Epicuro, Marco Aurelio, Pascal, Spinoza, Hegel, Wittgenstein), di santi di differente spiritualità (Francesco d’Assisi, Francesco di Sales, Alfonso de’ Liguori, Teresa di Lisieux). Insomma, per Mancuso, il problema diventa eminentemente sapienziale-spirituale dal momento che egli traduce la tematica della morte nell’esistenzialità del morire, in una parola risolve l’accadimento della morte nel suo fronteggiamento. Ma solo di questo si tratta? Gli è che il problema della morte resta intonso anche per quelli che sanno affrontarla spiritualmente.

La morte è un evento oggettivo: è interruzione di vita, reca in sé il misterioso legame col peccato (difficile da interpretare ma inevitabile) e pone – in quanto evento, che accade anche se non ci si prepara ad esso – il problema di una soluzione radicale: nel cristianesimo (ma credo di questo voglia parlare Mancuso) la morte è nemico di ogni uomo, dell’uomo in quanto creatura e figlio. Si tratta davvero di battere questa inimicizia peccaminosa della morte: Gesù ha vinto proprio questa morte con la sua morte: la nostra salvezza sta nel far Pasqua, passando attraverso la sua morte filiale, e la risurrezione, per quello che essa significa (l’atto più alto d’amore filiale al Padre e fraterno verso gli uomini), resta strada e ponte di salvezza anche per noi.

Confronto saggio con la morte

  • La faccia brutale della morte. Le tragedie del Novecento con le sue policrisi (le due Guerre mondiali, i genocidi, la Shoà, il sovvertimento della geografia politica nella sua ultima fase) hanno condizionato anche la riflessione filosofica e teologica su Dio. Il dio “tappabuchi” della teodicea ha ceduto sotto i gravami di un secolo dall’identità incerta e contraddittoria.

Il Dio debole, nato recentemente dalle proprie e altrui ceneri (ma in realtà vecchio almeno quanto il Creato), non può esimersi dal condividere la vita delle sue creature e quindi, in ultima analisi, dal condividere anche l’esperienza della sofferenza e quella ineffabile della morte, il paolino «ultimo nemico», nel tentativo estremo di svuotarla dall’interno. E questo lo potrà fare soltanto questo Dio “silenzioso” e “nascosto” ma alla spasmodica e amorosa ricerca della sua creatura prediletta che, anche se spesso orribilmente sfigurata, conserva ancora in sé fin dalla creazione una traccia del volto originario e perduto del suo Signore.

Comunque essa sia, la morte rappresenta la vera prospettiva della vita: dalla fine, e perciò dalla morte, viene la luce per autenticare, dal punto di vista valoriale, ciò che c’è, ciò che si è avuto, ciò che si vuole. Il varco della morte è un movimento essenziale per dare ordine e senso alla vita: in esso si dà come «il montaggio fulmineo di una vita» (Pier Paolo Pasolini). Questa naturalità della morte, che s’esprime nell’ordinare e nel riordinare la vita, oggi non è più considerata: nel pensiero antico è sapientemente assimilata l’idea che dalla terra veniamo e alla terra si ritorna, cosicché l’oscurità della morte e la brevità della vita non sono di certo motivo di gioia, ma nemmeno di scandalo.

Saggezza e buonsenso aiutano ad accettare il destino, e il destino può essere crudele. Esso è comunque la fine inevitabile di un tempo dato in modo comunque misurato ad ogni essere vivente. La sorpresa della morte, nella visione di tale epoca, consiste nell’intervallo di tempo più o meno ampio fra la nascita e la fine; in tal modo, il grido di Ivan Karamazov contro Dio per la morte di un bambino, non può avere carattere di scandalo, ma solo del dolore, che è pur sempre un sospiro naturale della vita dell’uomo.

Oggi siamo testimoni di una “denaturalizzazione” della morte: la civiltà industriale e quella postindustriale hanno distrutto i ritmi della vita naturale: la morte viene pianificata all’interno di progetti di genocidio; la medicina tecnologica compie continui “miracoli”, dentro un’inesausta modifica dell’esistente. Mentre la vita, per così dire, si dilata, la morte diviene nascosta e celata, allontanata dalle case e affidata agli ospedali, esclusa dal lamento pubblico delle antiche veglie e consolata solo con un pianto pudico e, al massimo, velato. In tal modo la morte viene anche “deritualizzata” e affidata alla “gestione” dei soli soggetti interessati all’accadimento della morte che, immersi in un vortice di dolore e da esso disorientati, vengono privati di un elemento d’orientamento e di aiuto a inquadrare l’evento dentro coordinate conosciute e condivise.

  • Tov mut: la morte è anche buona. La morte può essere considerata “buona” per diverse ragioni. Nel mondo biblico, nel quale si cerca di trovare una responsabilità dell’uomo nel darsi della morte, appare non di rado l’idea della “bontà” della morte. L’esemplificazione più plastica è data dalle descrizioni delle lunghe esistenze di molti personaggi biblici, che vanno incontro a una morte “buona”, che chiude una vita ricca di anni, gratificante e benedetta da un’innumerevole discendenza.

Così Abramo muore “sazio di vita” e si unisce ai suoi antenati; ma – è paradossalmente vero – anche una morte violenta e ingiusta talora è interpretata come “buona”, come Gesù insegna, anzitutto con la sua morte sacrificale, offerta al Padre come Figlio essenziale e agli uomini come Fratello necessario.

Da sempre c’è stato anche chi ha percepito la morte come sollievo da una vita di dolore e in sé come accadimento privo di senso; ma forse, anche per l’età contemporanea alle prese con nuovissime questioni etiche poste dallo sviluppo delle scienze, s’affaccia l’idea bizzarra di una morte intesa come “buona” in quanto non prefabbricata ma confezionata su misura per ogni singola persona (si tratterebbe di una rispettosa morte “di sartoria” contrapposta a una morte anonima da “prêt-à-porter”).

Conseguentemente, anche oggi, accanto ad una morte “buona” c’è una morte ritenuta “cattiva” che sembrerebbe, in verità, prevalere nettamente sulla prima soprattutto nella percezione comune. Già anticamente la morte del giovane e del giusto aveva di fatto costituito un problema per molti versi insolubile.

L’inaccettabilità della morte cresce quando il suo darsi è aggravato da condizioni particolarmente disumane. Così oggi tra le forme di morte meno accettabili vi sono quelle dei bambini, quelle degli uomini più giusti e amati che non si vorrebbe mai lasciare, quelle delittuose e particolarmente efferate. Non si dovrebbe distinguere tra morte e morte poiché la morte è scandalo e mistero sempre, non solo quando colpisce in modo acceso la sensibilità; tuttavia, più l’esistenza è segnata da assurdità, più la morte ne aggrava la comprensione aprendosi, di conseguenza, il varco verso un’esistenza diversa ultramortale.

Difatti, l’idea di una qualche vita oltre la morte (su questa stessa terra o nell’ambito di una realtà ultraterrena) origina proprio dall’impossibilità in molti casi di rintracciare il criterio della giustizia nell’ambito delle singole esistenze. La morte, talvolta preceduta da indescrivibile e incomprensibile sofferenza, continua a non avere giustificazione alcuna e a gridare al cospetto di Dio, ed è vano (e per certi versi disumano) il tentativo di ricercare in tale realtà un qualche senso, magari illudendosi di trovarlo soltanto nelle tracce talvolta positive lasciate da tale evento nella vita di chi resta.


[1] Cf. G. Lorizio, Mistero della morte come mistero dell’uomo. Una ipotesi di confronto fra la cultura laica e la teologia contemporanea (Problemi aperti 6), pref. di Xavier Tilliette, Dehoniane, Napoli 1982.
[2] Cf. E. Canetti, La solitudine del morente, Il Mulino, Bologna 19906.
[3] Cf. E. Fromm, La rivoluzione della speranza, Etas Kompas, Milano 1982.
[4] Cf. S. Natoli, Rimozione della morte ed epopea del macabro, in Aa.Vv., La morte e il morire: Parola, spirito e vita 32 (1995) 341-358; E. Becker, Il rifiuto della morte, Paoline, Roma 1982.
[5] Cf. A. Nitrola, Morte, in Dizionario di Teologia, Cinisello Balsamo (MI) 2002, p. 1036.
[6] Cf. M. Scheler, Morte e sopravvivenza, in Il dolore, la morte, l’immortalità, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1983, pp. 75-130.
[7] Nella società occidentale, più che di un semplice cambiamento nella concezione della morte, si è parlato di un suo vero capovolgimento. Si è rimarcato che, mentre nell’epoca pre-moderna la morte era inscritta in un qualche modo tranquillamente nel contesto di vita, con l’età moderna, l’importanza attribuita a parole e valori come progresso, efficienza, progettualità, dominio della natura e dei beni di vita, ha emarginato di mano in mano tutto ciò che non si raccorda con questa nuova logica (debolezza, fragilità, vecchiaia e soprattutto morte). «Il vecchio atteggiamento – è stato notato – in cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, indifferente, contrasta troppo con il nostro, in cui la morte fa paura al punto che non osiamo più pronunciarne il nome. Per questo chiamerò qui questa morte familiare la morte ‘addomesticata’. Non voglio dire che la morte, prima, sia stata selvaggia, e che poi abbia cessato di esserlo. Voglio dire al contrario che oggi è divenuta selvaggia» (Ph. Ariès, Storia della morte in occidente, Milano 1998, p. 26).
[8] Cfr. V. Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 193-197.
[9] V. Mancuso, L’anima e il suo destino, p. 193.
[10] V. Mancuso, L’anima e il suo destino, p. 193.
[11] V. Mancuso, L’anima e il suo destino, p. 194.

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