Religioni oggi: oltre i fondamentalismi

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L’ormai diffusa percezione di una nuova presenza della religione nello spazio pubblico post-moderno si tara prevalentemente sulle forme fondamentalistiche delle sue espressioni, lasciandone altre, di non minore interesse per la socialità condivisa da tutti, in un cono d’ombra che le fa apparire come inezie irrilevanti.

Mentre i fondamentalismi si vedono e vendono immediatamente nella nostra società mediatica, altri modi di vivere le proprie persuasioni religiose non sembrano essere capaci di aprirsi un varco nel frastuono delle molte offerte di surrogati di senso per una vita buona che invade il mercato a cui attingono i cittadini abilmente trasformati in consumatori di prodotti, cui si lascia ingenuamente credere di essere gli attori delle proprie decisioni.

Non bisogna neanche nascondere il fatto che le comunità religiose faticano ad articolare un discorso capace di mostrare non solo la loro legittimità, ma anche il contributo che possono apportare – e di fatto già apportano – al nostro vivere insieme.

Il germe della violenza

Che una violenza in nome di Dio sia intollerabile è il lascito che il meglio della modernità ha consegnato come comune eredità a credenti e laici. Come gestire questo lascito a modernità oramai finita è un compito che spetta a tutti, al tempo stesso. Una laicità spettatrice, che guarda a come le religioni assolvano da sé a questo mandato, avrebbe già dismesso definitivamente il proprio patrimonio. Come lo sarebbe una laicità che cerchi semplicemente di evitare la visibilità di credenze che essa stessa è chiamata a riconoscere.

D’altro lato, non basta che le comunità religiose si impegnino in una pur doverosa presa di distanza pubblica dai fondamentalismi che si legittimano in nome del proprio Dio. Qui, esse sono oggi chiamate a fare di più. E lo potranno fare solo sulla base di un genuino riconoscimento della loro funzione civile nel vivere associato degli esseri umani.

Primariamente, le varie comunità religiose sono chiamate a riconoscere il germe della violenza, comunemente umana, che si annida nella sacralità della disposizione dell’animo verso un Dio; e a trovare, all’interno della loro propria tradizione, gli antidoti per smorzare il più possibile questo uso perverso della nominazione di Dio.

Ma, per quanto possa sembrare strano, questo non è a mio avviso il compito più urgente. Ciò che è diventato oggi improcrastinabile per le religioni, anche per il cristianesimo, è cercare di capire cosa attrae fratelli e sorelle nella fede, perché di questo si tratta in fin dei conti, verso i molti fondamentalismi che possiamo trovare, in forme diverse, all’interno di ogni religione.

Un’offerta alternativa

Troppo comodo sarebbe dire, con leggera disinvoltura, non sono dei nostri e sono solo degli invasati pericolosi. Pensare a una sorta di follia trasversale, alle religioni e alla società, vorrebbe dire rinunciare in partenza a qualsiasi mandato di edificazione dell’umano che è comune a tutti noi. Quantomeno le religioni non se la possono cavare semplicemente così, non sarebbe degno di loro.

Il fondamentalismo, che può sfociare nella violenza, intercetta evidentemente alcune questioni vitali, profonde, irrinunciabili, che emergono nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questioni che hanno sicuramente un profilo spirituale. Riuscire a comprendere cosa i fondamentalismi intercettano nel cuore delle persone all’interno della propria comunità religiosa, è il primo passo, e forse l’unico, per porre loro un argine dall’interno della fede stessa.

Questioni di fondo, domande, paure, devono poter trovare, all’interno di una persuasione religiosa, risposte plausibili capaci di offrire una via praticabile alternativa al fondamentalismo. Edificazione di un umano all’altezza del tempo e dell’onore che si deve portare al nome di Dio. E, per poter arrivare a ciò, acquisizione delle competenze spirituali e umanistiche che rendono possibile un’offerta alternativa che non sia solo credibile, ma anche vivibile nel contesto odierno.

I saperi delle teologie

Un lavoro nuovo anche per le teologie e per un sapere pubblico delle fedi. La storia ha segnato il suo passo, e non ha più senso relegare le teologie al mero perimetro delle proprie comunità religiose. Abbiamo bisogno di un progetto sovra-nazionale, europeo nel senso alto del termine, per portare i saperi delle fedi nello spazio dell’accademia dei saperi – perché il religioso post-moderno non è più contenibile all’interno dei confini e delle storie delle varie nazioni, e nemmeno in quelli delle singole denominazioni religiose.

Ma abbiamo bisogno anche di teologie che lavorino insieme, gomito a gomito, quotidianamente. Anche qui superando il modello moderno delle facoltà confessionali, spingendosi verso un ambito comune dove i saperi delle teologie si intrecciano programmaticamente con altre discipline. Perché questa è la condizione effettiva dei vissuti di fede, che sono intercettabili unicamente mediante un discorso plurale ed aperto al tempo stesso.

Il vissuto religioso ha, oggi, un profilo certamente teologico, ma non solo; esso ha a che fare col vivere insieme dei molti, con le politiche che lo governano, e con le leggi che lo regolano. Tocca l’interiorità profonda, spirituale e psichica, delle persone.

Così che dovrebbero essere proprio le teologie a spingere verso un luogo in cui sia possibile superare la frammentazione moderna del sapere sull’umano. Solo così si potrebbe garantire una circolazione diffusa di una buona e doverosa conoscenza su ciascuna religione e sulle forme della sua fede, da un lato, e si creerebbe uno spazio dialettico e libero per un sano confronto critico sulle reciproche rappresentazioni del divino, dall’altro. Su questo punto, la nostra contemporaneità ha bisogno di un salutare disincanto: perché essa vive ancora della fede di una totale separazione dello spazio pubblico dalle persuasioni personali dei cittadini – di qualsiasi matrice esse siano. Per accorgerci di questo basterebbe guardare allo strano destino del diritto, che è oramai praticamente asservito a esse, nel giusto tentativo di regolarle in un qualche modo, perché esso sa che quelle personali persuasioni circolano comunque nello spazio abitato da tutti.

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