La scuola, Dante e la Bibbia

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«Il primo linguaggio dell’animo fu la lirica. E qui cominciai il mio corso. La distinsi, secondo il contenuto, in religiosa, eroica e amorosa. Toccai della lirica greca e romana, riserbando la trattazione a un corso speciale. Mi fermai molto sulla lirica ebraica, esaminando in ispecie il libro di Giobbe, il canto di Mosè dopo il passaggio del mar Rosso, i salmi di David, la cantica di Salomone, i canti dei profeti, specialmente Isaia. Avevo sete di cose nuove, e quello studio era per me nuovissimo. Non avevo letto mai la Bibbia, e i giovani neppure. (…)
Era per noi un viaggio in terre ignote e lontane dai nostri usi. Con esagerazione di neofiti, dimenticammo i nostri classici, fino Omero, e per parecchi mesi non si udì altro che Bibbia. (…) Mi meraviglio come nelle nostre scuole, dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un’antologia biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, ch’è lo stesso sentimento morale nel suo senso più elevato».

Così, nella sua autobiografia, Francesco De Sanctis, illustre critico letterario ottocentesco, fieramente laico eppure costretto ad ammettere il ruolo insostituibile del canone biblico quale matrice di tanta parte della letteratura occidentale (è quel filone che, parecchi decenni più tardi, il critico canadese Northrop Frye porterà all’attenzione dell’opinione pubblica con la chiave di lettura del Grande codice, inaugurando una sensibilità inedita su scala mondiale per la Wirkungsgeschichte biblica, la storia degli effetti di senso: Bibbia e arte, Bibbia e musica, Bibbia e cinema, e così via).

Non solo. De Sanctis, con la sua sensibilità finissima, coglieva, affrontando per la prima volta in vita sua il testo biblico, la poesia che sta dentro le Scritture, e che spesso non consideriamo affatto, per la nostra disabitudine a vederle anche come materiale letterario (e non di rado di prim’ordine).

Bibbia-letteratura

Vale la pena di approfondire questo assunto. Il nesso Bibbia-letteratura va inteso in termini non soltanto di correlazione (la Bibbia e la letteratura), ma anche di identità (la Bibbia è letteratura). La Bibbia – potremmo dire – è parola che si fa carne, cioè entra nel vissuto di un popolo, Israele, e di un singolo, Gesù di Nazaret, che si scopre preceduto da una Parola significativa.

Come la letteratura, la Bibbia è il racconto, a posteriori, di un’esperienza decisiva. Come la letteratura, essa è una storia che genera altre storie, sia all’interno del testo in questione sia al di fuori di esso. E, se è verosimile ritenere che i motivi fondamentali della letteratura di ogni tempo siano – come sostiene uno specialista del calibro di Piero Boitani – la morte, lo stupore, la compassione e la rinascita, allora è lecito affermare che la Bibbia è letteratura a tutti gli effetti. Piaccia o no, essa è giunta fino a noi come testo e come testo scritto: dunque, in forma di scrittura. E, se ha prodotto grande letteratura, ciò dipende dal fatto che è la Bibbia stessa a essere grande letteratura, pervasiva, universale e insieme specifica.

La Bibbia non è solo una cava inesauribile da cui, da parte di letterati e poeti, si estraggono blocchi di marmo da lavorare in vista di costruzioni sontuose, ma è anche essa stessa un deposito di materiali già lavorati e rifiniti a regola d’arte.

Un indizio in tal senso ci è offerto dalla motivazione ufficiale del recente premio Nobel per la letteratura, assegnato alla poetessa statunitense Louise Glück, la cui opera «parte dal fattore autobiografico, soprattutto traumatico, rielaborato in una severa liricità che si rifà alla mitologia classica e alla Bibbia».

Ignorare la Bibbia, a conti fatti, pertanto, finisce per rendere più arduo il comprenderci e il far comprendere chi siamo, agli altri e a noi stessi, come mostrano alcune inchieste effettuate in questi anni: da cui si evince, fra l’altro, in positivo, che i nostri connazionali vorrebbero più Scrittura a scuola.

Il libro assente

In questi ultimi anni è stato più volte ripetuto, in effetti, che la Bibbia permane purtroppo un vero e proprio libro assente dalla cultura e dalla scuola italiana, se ne sono cercate le cause, si è sviluppato anche un importante movimento, proposto e coordinato dall’associazione laica di cultura biblica Biblia, che ha cercato di imporre all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo scolastico il problema di un insegnamento per tutti della Bibbia nella scuola, a prescindere dalla questione dell’insegnamento della religione cattolica o di storia delle religioni.

Per motivare in base a criteri laici e aconfessionali la proposta, si è cercato di illustrare e approfondire gli influssi della Bibbia nella cultura europea: come dicevamo, si può facilmente dimostrare che la Bibbia è un classico fondamentale per l’immaginario occidentale (oggi la conoscenza delle Scritture si presenta anche come un’articolazione del tema più vasto che riguarda il ruolo da riservare ai classici nell’ambito della formazione culturale di ciascuno) e rilevare, sulla scia di Giacomo Leopardi, che, accanto ai classici greci e latini, si tratta di uno dei due gran fonti dello scrivere (Zibaldone, 11 maggio 1821).

Così, non sono mancati studi e iniziative di aggiornamento per gli insegnanti che hanno illuminato le radici bibliche in Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini, Manzoni, Leopardi, autori che possono essere rappresentativi del continuo riferimento dei grandi scrittori italiani sia alla classicità greca e latina, sia (ma non in misura minore) alla Bibbia.

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In una celebre bustina dell’Espresso, già una trentina d’anni fa, Umberto Eco sosteneva e si domandava: «Non c’è un aspetto della nostra cultura, compreso il marxismo, che non sia stato influenzato dalla cultura espressa dalla Bibbia… Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dèi di Omero e pochissimo di Mosè? Perché debbono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici (anche perché senza Salomone non si capisce Dante)?».

La considerazione e la domanda valgono ancor oggi: senza la conoscenza della Bibbia siamo culturalmente più poveri e rischiamo di non capire molto della nostra e delle altre culture.

L’iniziativa di Bibbia e Scuola

È questo lo scenario che BeS (Bibbia e Scuola), ramo educativo di Biblia, ha scelto di fare proprio quest’anno per il suo ottavo concorso nazionale per le scuole, approfittando dell’anno dantesco tenuto a battesimo lo scorso 6 settembre dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Ravenna (1321-2021).

Nell’occasione, il sindaco della città romagnola, che custodisce secondo tradizione le spoglie mortali del poeta fiorentino, Michele De Pascale, ha detto: «Il più alto e vero modo di onorare Dante è anche il più semplice: leggerlo e rileggerlo, cantarlo e ricantarlo, tra noi e noi, per la nostra letizia, per il nostro spirituale elevamento, per quell’interiore educazione che ci tocca fare e rifare e restaurare ogni giorno, se vogliamo “seguir virtute e canoscenza”, se vogliamo vivere non da bruti, ma da uomini. E da donne».

Ecco perché BeS, nonostante le oggettive difficoltà di un’iniziativa del genere in un anno scolastico così complesso e difficile, ha deciso di proseguire anche nell’anno 2020/2021 la sua mission di portare lo studio della Bibbia nelle scuole italiane.

L’iniziativa è posta sotto lo slogan, tratto dal Salmo 45,2, “Il mio cuore è mosso dalla parola bella”, e vedrà due linee guida: la poesia nella Bibbia e la poesia ispirata dalla Bibbia.

Mentre sarà problematico, quest’anno, inviare come ogni anno nelle classi gli esperti di Biblia, per ragioni comprensibili, verranno però raccolti materiali ad hoc reperibili sul sito di BeS (in cui si potranno trovare altre informazioni al riguardo), organizzati seminari di formazione sul tema da svolgersi negli istituti scolastici disponibili, e si raccoglieranno i lavori predisposti dalle classi che si iscriveranno al concorso, che presto sarà annunciato ufficialmente.

Si tratterà, negli auspici degli organizzatori, di un’ottima opportunità per mettere a fuoco il ruolo della Bibbia come punto di riferimento essenziale per l’ispirazione dantesca. Anche solo prendendo il testo della Divina Commedia, una catalogazione di qualche anno fa ha fornito al riguardo risultati indiscutibili.

Dante e la Bibbia

Assumendo come base la Vulgata di Girolamo – il testo in latino normalmente in uso nel medioevo occidentale – sono state individuate nel poema non meno di un migliaio di riprese, suddivisibili in: citazioni della Vulgata direttamente in latino, citazioni tradotte in volgare, riferimenti espliciti a episodi o personaggi biblici, e allusioni meno esplicite ma in ogni caso riconoscibili per il lettore medievale, di norma buon conoscitore delle Scritture.

Si potrebbe dire che quasi ogni terzina alluda a episodi o personaggi della Bibbia, oppure presenta il riutilizzo del linguaggio del testo sacro. Senza dimenticare che la Bibbia giunge a Dante non solo tramite la sua lettura diretta, ma anche grazie alla presenza e alla rielaborazione del testo biblico nell’esegesi, nella predicazione, nella liturgia e nelle molte forme della letteratura religiosa della sua epoca, ricche di continui riferimenti alla Bibbia stessa.

Il poeta toscano, del resto, si è occupato, com’è noto, anche dei vari sensi che può rivestire il testo biblico. Lo ha fatto, richiamando in entrambi i casi l’esempio del Samo 113 (In exitu Isräel de Aegypto), sia nel Convivio sia nella cosiddetta Epistola a Cangrande. Qui, in particolare, riferisce dettagliatamente di quattro sensi: quello letterale, quello allegorico, quello morale e quello anagogico.

Detto che le interpretazioni della Divina Commedia hanno fatto scorrere i classici fiumi d’inchiostro, ci si può qui limitare a ricordare che Dante stesso attribuisce al suo lavoro non tanto l’allegoria dei poeti (in verbis) quanto quella dei teologi (in factis), secondo la quale sono veri sia la lettera della narrazione (verba) sia i vari significati spirituali cui essa rinvia (res).

Resta il dato di fatto che il poema dantesco – al netto del fenomeno dell’analfabetismo funzionale che affligge l’attuale società – permane come inevitabile perno dell’immaginario occidentale relativo alla vita ultraterrena, e non solo.

L’augurio, dunque, è che l’iniziativa di BeS non soltanto favorisca un maggior ricorso alla Bibbia nelle scuole e una rafforzata attenzione al carattere squisitamente poetico di tante sue parti; ma che consenta altresì una lettura più consapevole di Dante e della Divina Commedia, che – senza un’analisi degli intrecci con la Scrittura ivi presenti – rischiano di risultare non solo meno eloquenti, ma anche meno corretti sul piano storico e filologico.

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2 Commenti

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 15 ottobre 2020
  2. Claudio Bottazzi 15 ottobre 2020

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