Il sentiero della nonviolenza

di: Autori vari

Presentiamo ai nostri lettori alcuni autorevoli contributi che ci sono stati offerti in occasione della Marcia della pace (31 dicembre 2016), per la prima volta, nelle 49 edizioni di questo evento, a Bologna, città di cultura e di pace. Ci accompagnano nella 50ma Giornata mondiale della pace (1 gennaio 2017).

“In piedi, costruttori di pace!”

È una bella storia quella scritta da Pax Christi Italia nei suoi sessantuno anni di presenza, di educazione e di formazione sul tema della pace attraverso la testimonianza e l’impegno dei suoi aderenti.

Un cammino percorso dentro la comunità ecclesiale italiana, non sempre evangelicamente audace e coraggiosa nel nutrire il “sogno” di Isaia (Is 2,4), come amava scrivere l’indimenticato vescovo e presidente di Pax Christi, don Tonino Bello.

Un cammino, da sempre, in compagnia dei tanti “artigiani” della pace, per una coralità e una sinfonia di denuncia di opzioni e di scelte politiche dettate, ieri come oggi, dal facile ricorso al conflitto, alle armi e alla guerra e di annuncio di un possibile orizzonte illuminato dalla “nonviolenza”.

Siamo felicemente sorpresi da questa parola, la nonviolenza, perché, finalmente, essa ha trovato posto, giustamente e autorevolmente, nel Messaggio che papa Francesco ha scritto in occasione della 50ª Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio 2017, proprio all’indomani della Marcia della pace di Bologna.

E il titolo del messaggio, La nonviolenza: stile di una politica per la pace, offre al papa l’occasione di richiamare la Politica, in nome di Gesù Cristo e dei tanti testimoni, credenti e non, martiri di nonviolenza, ad un sussulto di coscienza con un severo e forte invito ad abbandonare la logica sbrigativa, devastante e portatrice di morte, del ricorso alla guerra come risoluzione dei conflitti.

Per far sì che la politica assuma come stile di riflessione e di progettazione la nonviolenza, bisogna che si rimetta mano a percorsi di educazione e di formazione perché «la dimensione sociale dell’evangelizzazione (Evangelii gaudium, cap. IV) sproni ogni battezzato ad essere strumento di pacificazione… È tempo di sapere come progettare, in una cultura che privilegi il dialogo come forma d’incontro, la ricerca di consenso e di accordi… L’autore principale, il soggetto storico di questo processo è la gente e la sua cultura…» (EG 239).

Un appello che riecheggia l’invito di don Tonino Bello al “popolo della pace”, parole poste come titolo di questa mia riflessione, perché, lungi da pause, stanchezza e rassegnazione, si rimetta in cammino per raccontare ancora «che sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace…» (Is 52,7).

Perché non pensare che da Bologna, la sera e la notte del 31 dicembre 2016, mentre la storia di questa nostra umanità si aprirà ad un nuovo anno, il cammino della pace potrà farsi più veloce e più gioioso, più impegnato e più ottimista?

E così la domanda contenuta nel misterioso oracolo del libro di Isaia: «Mi gridano da Seir: “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella quanto resta della notte?”. La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”» (21,11-12), avrà risposta in un cuore e in una mente che sapranno nutrire pensieri di pace.

 + Giovanni Ricchiuti
vescovo di Altamura–Gravina–Acquaviva delle Fonti
presidente di Pax Christi – Italia

La pace e la nonviolenza nella Chiesa dal Concilio ad oggi

La nonviolenza è parte essenziale del messaggio evangelico, che è messaggio di accoglienza di Dio–Amore e di apertura agli altri, mentre la violenza è la dimensione con cui i singoli e i popoli impongono il loro volere a servizio dei propri interessi.
Lo esprimono le Beatitudini (Mt 5,3-12), che indicano ed elogiano lo stile con cui il cristiano deve vivere la sua vita, così come la manifestano le parole e l’esempio di Gesù, fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,8), e che invita (Mt 5,39-41) a rispondere a chi ti schiaffeggia la guancia destra, offrendogli l’altra guancia (cioè non con la violenza, ma come ha fatto lui, cercando di far ragionare lo schiaffeggiatore), e ad accompagnare per un altro miglio chi ti ha forzato a fare il primo miglio (cioè con la pazienza).
I primi cristiani, chiusi nelle loro comunità, aborrirono la guerra, così come fece, ad esempio, san Massimiliano, oggi protettore degli obiettori di coscienza, e come fecero i soldati che veneriamo come santi perché rifiutarono il momento della battaglia, dell’uccisione di altri esseri umani. Finché con Costantino e soprattutto con Teodosio, divenuto il cristianesimo religione di Stato, i cristiani si trovarono a dover difendere anche con le armi uno Stato che garantiva la libertà e l’autorità della Chiesa.
Questo atteggiamento ha percorso i secoli, giustificando via via prima le guerre giuste, poi le guerre di difesa, trovando magari nell’alleanza con lo Stato Pontificio la giustificazione morale di una guerra.
I papi, soprattutto dopo la fine dello Stato Pontificio, arrivavano, con Benedetto XV, a definire «inutile strage» la Prima Guerra Mondiale o con Pio XII a cercare di dissuadere dalla Seconda. Ma fu Giovanni XXIII, che era stato mediatore durante la cosiddetta crisi di Cuba del 1962 tra USA e URSS, ormai sul piede di guerra, ad ammonire nell’enciclica Pacem in terris del 1963, a meno di due mesi dalla sua morte, che dati i terribili mezzi di distruzione in possesso delle Grandi Potenze e la diffusa agevolazione di incontri, era follia (in latino alienum a ratione) ritenere che la guerra possa risultare strumento di giustizia e di pace.
L’appello fu ripreso dai vescovi del Concilio che, nella costituzione pastorale su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (la Gaudium et spes), pur senza arrivare a condannare ogni guerra (come tanti avrebbero voluto, contro chi voleva salvare almeno la guerra di difesa, come i vescovi americani ansiosi «di non pugnalare alle spalle i loro giovani che in Vietnam stavano difendendo la civiltà cristiana»), giunsero a condannare «con fermezza e senza esitazione» la guerra totale (quella che coinvolge intere città o vaste regioni e i loro abitanti, allora indicati come ABC, cioè atomica-biologica-chimica), che è contro Dio e contro la stessa umanità.
Un’altra apertura si ebbe nell’auspicio che «le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana» (n. 79), come in molti Paesi già lo si riconosceva per chi è avviato al ministero ecclesiastico. Il carattere cristiano dell’obiezione di coscienza veniva riconosciuto da Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio, mentre il Sinodo dei vescovi del 1971 la privilegiava nei confronti del servizio militare.
Questo cammino era in sintonia con l’insegnamento pontificio sulla pace, che Paolo VI fin dall’inizio dell’enciclica citata definiva come lo sviluppo dei popoli (Populorum progressio), mentre vent’anni dopo Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis la identificava con la solidarietà e, dopo altri vent’anni, Benedetto XVI nella Caritas in veritate suggeriva che non si può avere una pace vera e duratura se non si bandisce la violenza.
Lo sviluppo delle analisi delle comunicazioni ci porta oggi a individuare le cause delle guerre, riscontrandole nell’interesse delle nazioni più potenti e più ricche che mirano a sfruttare la loro superiorità per garantire e sviluppare il loro benessere, promuovendo e alimentando (anche con la menzogna, come lo si fece per garantirsi il petrolio dell’Iraq, o con la sorpresa come lo si fece nei confronti della Libia), guerre che verranno poi pagate dalla fame e dalla vita dei poveri.
Anche i problemi dell’immigrazione nelle nostre terre sono i frutti della violenza con cui abbiamo depredato le terre delle nostre colonie, lasciando insediare poteri, forse comodi e fruttuosi per noi, ma promotori di politiche oppressive che inducono i loro subordinati a cercare vita e salvaguardia nei territori dove il potere finalmente sopravvive.
A cinquant’anni dal Concilio (come auspicava padre Congar per un Concilio ben conosciuto e finalmente attuato), dopo le benemerenze dei papi antecedenti, lo Spirito ci ha mandato papa Francesco, che richiama al dovere delle religioni di essere “Chiese dei poveri”, a denunciare le violenze di chi sta bene nei confronti dei più poveri e dei più inermi (anche attraverso triangolazione che si porta a guadagnare vendendo armi a chi sta combattendo), e ora a dirci chiaramente che dovere di ogni essere umano onesto e amante della pace è quello di perseguire una nonviolenza attiva e creatrice. I segni dei tempi richiamano noi cristiani a sentirlo come un dovere specifico dei discepoli di Gesù, venuto a portare «la pace in terra agli uomini che Dio ama» (Lc 2,14). Non è un caso che cinque anni fa il Consiglio ecumenico delle Chiese (con sede a Ginevra), abbia invitato in Giamaica, a Kingston, i rappresentanti di tutte le Chiese cristiane per un impegno comune di nonviolenza attiva.
papa Francesco ci ricorda che la nonviolenza deve essere “creativa”, piena di generosità e di fantasia per individuare e sconfiggere i germi più facili e più distruttivi delle violenze (a cominciare dalle violenze familiari e dai contrasti politici) e di tutte le guerre.
Questa Giornata mondiale della pace è un monito per i singoli, un impegno per la comunità e per tutti.

+ Luigi Bettazzi

Il cammino della nonviolenza in Tonino Bello e papa Francesco

I verbi ricorrenti nel pontificato bergogliano fino al messaggio del 1° gennaio 2017 sulla nonviolenza rilanciano tutto il vocabolario di don Tonino: uscire, camminare, incontrare, accompagnare, accogliere, curare, costruire, custodire, servire, ascoltare, annunciare, testimoniare, pregare, sperare, amare e lasciarsi amare… Otre a questa consonanza lessicale, è possibile vedere l’intreccio in molti temi comuni che ho documentato in Amare il mondo. Creare la pace. papa Francesco e Tonino Bello (la meridiana 2015).

A buon diritto Bergoglio può essere definito il papa del grembiule. Per Tonino Bello la Chiesa del grembiule è la comunità che vive il servizio nell’ottica della lavanda dei piedi. Una Chiesa radicata nel Vangelo, osservava don Tonino nel 1985, sa essere povera, semplice, mite, disarmata, samaritana, conviviale, compagna del mondo: «lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla di contraccambio» (Convivialità delle differenze, la meridiana, 55–62). Oggi Francesco vive in prima persona tale progetto. Lo dichiara il 4 dicembre 2014 ai volontari della Focsiv con «l’immagine di una Chiesa che si cinge il grembiule e si china a servire i fratelli in difficoltà»; il 2 aprile 2015, parlando della «lavanda della sequela di Gesù» che ci lava i piedi per seguirlo; il 30 aprile 2015, osservando: «Gesù lava i piedi ai discepoli invitandoci a fare come lui: servire».

Al Centro Astalli il 10 settembre 2013 e nella Evangelii gaudium (198), Francesco espone un concetto chiave con parole identiche a quelle di Tonino Bello: sono i poveri a evangelizzarci perché «maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio; la loro fragilità e semplicità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di autosufficienza e ci guidano all’esperienza della vicinanza e della tenerezza di Dio». Commentando Giovanni Paolo II (Se vuoi la pace, va’ incontro ai poveri, 1.1.1993), don Tonino osservava che «dobbiamo scoprire il potenziale evangelizzatore dei poveri […]. I poveri evangelizzano perché sono provocazioni di Dio verso un mondo più giusto, più libero, più in pace, in cui la convivialità delle differenze diventi costume e l’etica del volto diventi motivo ispiratore di ogni rapporto umano» (La speranza a caro prezzo, San Paolo, 138–140).

Analoghe intime somiglianze sono rintracciabili nel loro ripudio della guerra e nel richiamo al valore della nonviolenza come profezia e politica. Cito in modo parallelo.

Francesco: «Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: sì, è possibile per tutti. Sì, lo vogliamo» (7.9.2013). «Che bel giorno sarà quello nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro! Che bel giorno sarà! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza di una pace e sarà possibile» (1.10.2013).

Tonino Bello: «Incombe su di noi la dissolvenza in negativo del testo di Isaia che dice: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” […]. Ogni gesto di pace che facciamo spuntare sulla terra è non solo un’anticipazione, ma il segno, l’immagine riflessa in un frammento di specchio, un’esperienza prolettica della pace escatologica. Ecco, allora il sentiero di Isaia. Quello acciottolato da questi frammenti speculari che riflettono la pace» (Sui sentieri di Isaia, 179–182).

Francesco. «Le persone che riposano qui [Redipuglia] avevano i loro progetti, i loro sogni, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”. Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni. L’ombra di Caino ci ricopre qui, in questo cimitero» (13.9.2014). «Stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dal silenzio complice di Caino» (14.4.2015).

Tonino Bello: «Noi l’ombra di Caino non dobbiamo scrollarcela di dosso, ma dobbiamo accoglierla… e dissipare, semmai, lo spirito di Caino che è in noi […]. La violenza è un crimine contro l’umanità» (Dissipare l’ombra di Caino, la meridiana, 1996). «Costa tanto smantellare certi capisaldi culturali che fanno perno attorno all’idea di nemico, attorno al mito della forza, attorno all’uso della violenza per la difesa dei propri diritti» (La speranza a caro prezzo, 88).

Francesco: «Grande è, nel nostro mondo complesso e violento, il compito che attende coloro che operano per la pace vivendo l’esperienza della nonviolenza […], contribuendo al rinnovamento della testimonianza attiva della nonviolenza come “arma” per conseguire la pace» (6.4.2016). «La nonviolenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza. Si tratta di un metodo politico fondato sul primato del diritto» (26.8.2016).

Tonino Bello: «È difficile questa idea della difesa nonviolenta, della soluzione pacifica dei conflitti. Noi qui [a Sarajevo, dicembre 1992] siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà […]. Ormai, lo sapete, la difesa popolare nonviolenta, la nonviolenza attiva è diventata un trattato scientifico. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati! Dovremmo promuovere anche un’azione intellettuale di questo genere, che le nazioni, l’ONU si attrezzino di eserciti di obiettori di coscienza, di nonviolenti che promuovano un’educazione alla pace, la spiritualità della pace, le tecniche della strategia nonviolenta» (Scritti di pace, Mezzina, 338–342).

Il sogno di don Tonino si identifica con quello di papa Francesco. Entrambi camminano davanti a noi come lampade per i nostri passi. Il messaggio del 1° gennaio 2017 è per tutti una impegnativa meraviglia.

Sergio Paronetto
vicepresidente di Pax Christi Italia

Papa Francesco e la verità sulla nonviolenza

Presto o tardi, la verità, in quanto tale, è destinata a rendersi evidente, ad imporsi sulla menzogna. Non si tratta, qui, di un riferimento alla saggezza popolare della “verità che viene sempre a galla”, o delle “bugie che hanno le gambe corte”, ma di fiducia in un fondamento teologico: Gesù Cristo è la Verità (cf. Gv 14,6) che si rivelerà ad ogni essere umano alla fine dei tempi; è la Luce che, per sua natura, non può che dissolvere le tenebre.

La Verità non può essere parziale o incompleta, pena la sua incomprensione o addirittura il suo stravolgimento. L’esempio di Pietro è eloquente: egli aveva rigettato la completezza della Verità quando, nell’episodio in cui Gesù la rivela interamente, includendo la croce, rifiuta di accoglierla, ritenendola assurda e inaccettabile. Pietro non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini, e per questo diventa un ostacolo alla realizzazione del Vangelo, diventa menzogna, diventa “Satana” (cf. Mt 16,23). Egli continua a non comprenderla nella sua interezza, e fino all’ultimo difenderà la “sua” verità con la spada, costringendo Gesù a ribadire l’esigenza assoluta della nonviolenza e il destino di morte riservato a chi la rifiuta mettendo mano alle armi (cf. Mt 26,52).

Nei secoli il Vangelo ha continuato ad essere inteso e annunciato in modo parziale, poiché privato di quella dimensione che ne è parte inscindibile e caratterizzante: la nonviolenza; se il cuore della Nuova Legge è l’amore, non è secondario annunciare come viverlo e cosa implica, vale a dire la sua incompatibilità con la violenza e l’impegno alla trasformazione del “nemico” in amico, fino all’estremo dono della vita.

Nelle Chiese, però, si è imposta, nei secoli, una logica più umana che evangelica, se pensiamo alla giustificazione teologica della violenza e della guerra. Legittimata da una falsa morale, la cristianità si è così lasciata condurre, irresponsabilmente, nel cammino infernale della violenza, fino a giungere sulla soglia atomica; fatto l’ulteriore passo, ci siamo ritrovati tutti intrappolati nella stanza dei bottoni dell’autodistruzione, dell’anti–creazione.

È stato allora che un’autorevole voce profetica si è innalzata sopra il deserto delle coscienze, gridando che il ricorso a qualsiasi tipo di guerra è alienum a ratione,[1] cioè una follia, un atto ingiustificabile e contrario non solo alla fede, ma anche alla ragione.

Questa verità, che contiene in sé la forza di scardinare tutto il sistema di violenza su cui si fonda la nostra storia, non è stata raccolta e sviluppata da chi ne avrebbe avuto il compito. Il concilio Vaticano II, impreparato ad una carica innovativa di tale portata, ha finito con lo scegliere una posizione di compromesso, mantenendo il pensiero sulla pace ancorato alla tradizionale logica militarista: «Fintanto che esisterà il pericolo della guerra… non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa… Coloro poi che, dediti al servizio della patria, esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli e, se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace».[2] Il Catechismo della Chiesa cattolica, proseguendo su questa linea, ha ripreso ed elencato, senza smentirli, i tradizionali «elementi della dottrina della guerra giusta»,[3] e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa del 2005 si è espresso a favore sia dell’esistenza, negli Stati, delle Forze Armate,[4] sia del legittimo «uso della forza armata».[5]

Il contenuto di queste e altre dichiarazioni nei diversi documenti ecclesiali, di certo non ha facilitato l’interruzione della corsa agli armamenti, che anzi è cresciuta in modo esponenziale anche nei paesi di tradizione cristiana. Concetti moralmente più accettabili come “guerra di difesa”, “responsabilità di proteggere (con le armi)”, “uso della forza”, uso dei “mezzi sufficienti per esercitare il diritto alla difesa”, hanno inquinato le coscienze, le hanno assuefatte alla normalità della violenza anziché svegliarle per opporsi a quella follia; il risultato è stato un via libera, per altri decenni, ai preparativi di guerra, al diffondersi di armi sempre più costose e distruttive, e a guerre orribili e devastanti.

In questi ultimi tempi, però, ispirata dalla certezza che solo la pace è santa,[6] un’altra voce riprende la verità profetica di Giovanni XXIII, e inizia a parlare in modo esplicito della nonviolenza.

Molti credenti ritrovano ragioni per esultare; ma i quasi due millenni di violenze, permesse o giustificate, obbligano a non farsi prendere dai facili entusiasmi: non possiamo dimenticare che, fino ad oggi, la pace cristiana si è trovata dentro un’aporia che sembra insuperabile.[7] Da anni, infatti, si invocano giustizia e pace, condannando la guerra e la corsa agli armamenti: ma perché non è servito a niente? La semplice denuncia non è stata e non sarà mai sufficiente; così come non sarà sufficiente annunciare la nonviolenza, se al contempo non si dice la verità intera, che permetta alla fede consapevole di fare scelte conseguenti e coraggiose.

L’eterno problema, per quanto riguarda la pace, è ciò che viene detto a metà, anzi, il “non detto”. Ricevere il 1° gennaio 2017 un Messaggio tanto atteso sulla nonviolenza e poi ritrovarvi importanti zone d’ombra o elementi poco chiari, non può che far sorgere nei destinatari delle domande. E visto che non c’è strumento nonviolento più alto del dialogo, questa riflessione si trasforma proprio in un dialogo, per porre, con lo stesso affetto, premura e familiarità di chi ha scritto il Messaggio, alcune domande di chiarimento.

Caro papa Francesco, ti scrivo come un figlio scriverebbe a suo padre: con la stessa confidenza e fiducia; vorrei da te alcune chiarificazioni sul tuo pensiero e su quel che hai scritto nel tuo messaggio per la giornata della pace, perché vorrei capire se la mia idea di nonviolenza è corretta e in linea con la tua.

Tu dici cose molto importanti. Ad esempio, dici che aderire alla nonviolenza significa essere “veri” discepoli di Gesù (Messaggio 3); possiamo dunque dedurre, da quelle parole, che chi non ricorre alla nonviolenza è un “falso” discepolo di Gesù? Quando poi rigetti la guerra, dicendo che «solo la pace è santa, non la guerra» (Messaggio, 4), stai includendo – e dunque rigettando – anche le cosiddette “guerre di difesa”? In altre parole, la difesa armata, possiamo considerarla anch’essa una forma di guerra, che con la nonviolenza non ha niente a che fare? Possiamo cioè dire che la corsa agli armamenti di un Paese rimane tale, e dev’essere denunciata, anche se in vista di una presunta guerra di difesa? E quando rivolgi un appello a favore del disarmo (Messaggio, 5), cosa dobbiamo intendere per “disarmo”? Si intende una semplice riduzione delle armi o la loro totale abolizione, come descrive la profezia di Is 2? E quando chiedi di riconoscere l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona, soprattutto nelle situazioni di conflitto (Messaggio, 1), significa che a nessun cristiano, civile o militare che sia, è permesso di violare la sacralità della vita di una persona, anche si trattasse di un presunto “nemico”? Perché, allo stesso tempo in cui parli del valore del metodo nonviolento, non valorizzi e promuovi i corpi civili di pace e la difesa popolare nonviolenta che ne sono la più esemplare concretizzazione? Rientra nella definizione di “nonviolenza” un’azione in cui è implicato il possesso o l’utilizzo di una qualsiasi arma? In altre parole, se nonviolenza significa “rispondere al male con il bene”, chi usa le armi sta rispettando quest’esigenza? Che cos’è, insomma, la nonviolenza, secondo la rivelazione di Dio?

Sii più chiaro, papa Francesco, ti supplico: se, come hai scritto recentemente, «la nonviolenza è l’arma per conseguire la pace»,[8] di’ anche che le altre armi non servono per conseguire la pace! È molto importante che tu lo dica, se questa è la verità della nostra fede! Non possiamo permetterci malinterpretazioni: ne va, ogni giorno che passa, della vita di migliaia, di milioni di persone! Ne va del futuro di tutti… del futuro della Vita stessa.

Dicci la verità intera sul Vangelo, e dunque sulla nonviolenza! Dopo averci ribadito che «la violenza è una profanazione del nome di Dio» (Messaggio, 4), dicci anche che le armi, tutte, non soltanto quelle nucleari o di distruzione di massa, in quanto strumento di violenza sono inconciliabili con la nonviolenza, e dunque con la fede in Gesù Cristo! Diccelo chiaramente, mettici di fronte alla realtà profonda della nostra fede, ed io inizierò ad esultare, a danzare e cantare, perché da quel momento sarei certo che le mie figlie e le nuove generazioni vedrebbero la nascita di un mondo nuovo.

Maurizio Burcini
consigliere nazionale di Pax Christi, Bologna

Baraccano: il Santuario scartato

Anche Bologna, come tante altre città piccole o grandi, ha la sua Madonna della Pace: l’immagine è un affresco che rappresenta una Madonna con Bambino, ambedue sorridenti, dipinto più di seicento anni fa su una parete all’interno di un tratto delle trecentesche mura di cinta, in corrispondenza di un barbacane (diventato “baraccano” nel dialetto bolognese), intorno al quale fu dapprima edificata una cappella e poi una chiesa – in seguito eretta a santuario – gestita per secoli da una confraternita laica.

La Madonna della Pace del Baraccano era molto venerata dai bolognesi e sembra che all’inizio abbia addirittura “fatto concorrenza” alla Madonna di San Luca; per secoli tutte le coppie che si sposavano a Bologna si sono recate, subito dopo le nozze, a pregare nel Santuario del Baraccano per “ricevere la pace”, perché per costruire la pace si doveva (si deve!) cominciare anzitutto a viverla quotidianamente nella propria famiglia.

Ormai scomparsa la confraternita e diventata proprietà di un’opera pia e infine dell’ASP (Azienda Servizi alla Persona) Città di Bologna, la chiesa, che non è mai stata una parrocchia, rimase per un po’ di tempo senza un prete, finché negli anni 70 del secolo scorso tornò a rivitalizzarsi grazie alla presenza di una comunità religiosa dell’Opera don Calabria: per quarant’anni il Baraccano ha così continuato a ricevere, anche se con numeri sempre più in calo, i nuovi sposi cattolici bolognesi, ma soprattutto è stato un importante riferimento per tanti credenti impegnati, accolti e accompagnati dai preti e dalle suore calabriane.

Nel 2013 le ultime due suore rimaste hanno però lasciato il Baraccano e la prospettiva concreta per il santuario, non più “tanto frequentato” dai novelli sposi e ormai diventato una “chiesa di troppo”, era che venisse definitivamente chiuso, “scartato”, e che potesse essere riaperto solo per qualche rara visita turistica. Il locale Punto Pace di Pax Christi non poteva però accettare che Bologna perdesse il suo Santuario della Pace e ha allora “adottato” la chiesa, la apre per la celebrazione della messa domenicale e vi organizza incontri sui temi della pace, che attirano “appassionati un po’ attempati” e solo molto raramente qualche giovane “un po’ più aperto e curioso”.

Possiamo allora prendere l’esperienza della chiesa del Baraccano di Bologna a metafora dell’affievolirsi ovvero dell’inevitabile evoluzione del modo d’impegnarsi per la pace, che non può più rimanere lo stesso di quando le marce per la pace richiamavano sempre migliaia di giovani, come pure decine di persone frequentavano tutti i seminari e centinaia i convegni sulla pace: anche a partecipare alla messa domenicale al Baraccano, dove si continua a spezzare la Parola e a incarnare la preghiera nella grande storia e nelle piccole storie che ci troviamo a vivere nel presente, a ritrovarsi agli incontri e a preparare la Marcia nazionale per la pace siamo “sempre gli stessi”, e, come dappertutto, anche a Bologna siamo chiamati a pensare molto seriamente a modi e a linguaggi nuovi e a immaginare che cosa potranno diventare in futuro le marce e le case per la pace e anche i santuari delle Madonne della Pace.

In un passato non lontano il Santuario del Baraccano è stato la casa di una comunità religiosa ed è stato un tetto dove venivano accolti tossicodipendenti e poi ex detenuti, e uno dei posti di Bologna dove un senza casa poteva sempre ricevere un panino; aveva una funzione che oggi non può evidentemente più avere: non c’è e non potrà più esserci una comunità; i suoi locali sono troppo spartani e troppo freddi in inverno e “non è probabile” che l’ente che ne è oggi il proprietario possa restaurarlo e renderlo più accogliente per farlo tornare a svolgere funzioni che esulano dalla sua mission e che verrebbero considerate improprie per un’azienda che deve svolgere «la propria attività secondo criteri di efficienza, di efficacia e di economicità».

A noi, che abbiamo adottato il Santuario della Madonna della Pace di Bologna e che vogliamo che continui a vivere, tocca allora fare da soli e tocca soprattutto inventare forme e occasioni nuove per parlare della pace, per costruire relazioni collaborando con altri gruppi e associazioni – in particolare con quelle che hanno preparato la Marcia per la pace del 2016 –, per incontrare i giovani, per conservare e cercare di trasmettere memorie di fatti e di volti, per scoprire altri fatti e altri volti, per ascoltare e leggere parole, accogliendo ogni tanto una coppia di sposi che chiedono di celebrare le loro nozze d’oro al Baraccano e magari anche, e ancora, una coppia di “veri” sposi novelli che chiedono di “ricevere la pace”…

Mauro Innocenti
Punto Pace Bologna di Pax Christi Italia


[1] Giovanni XXIII, Pacem in terris, n.67
[2] Gaudium et Spes, 79.
[3] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2309.
[4] Cf. Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 502.
[5] Compendio della Chiesa Cattolica, n. 501.
[6] papa Francesco, Discorso, Assisi, 20.09.16.
[7] Per aporia si intende una difficoltà irrisolvibile, un impasse in cui si trova la ragione in conflitto con l’esperienza che essa ha della realtà.
[8] Messaggio in occasione dell’incontro di Pax Christi International, Roma, 6.04.16

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