Il teatro per raccontare il carcere

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© Le Donne del Muro Alto

Ramona e Giulietta. Quando l’amore è un pretesto è una tragicommedia in un atto unico, scritta e allestita all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia Femminile dalla compagnia teatrale Le Donne del Muro Alto.

La compagnia, diretta dalla regista Francesca Tricarico, vede protagoniste donne detenute insieme a donne libere, semilibere, e ammesse alle misure alternative alla detenzione ed è nata grazie all’associazione culturale Per Ananke, che promuove l’arte, la cultura e il teatro come strumenti di integrazione, educazione e riabilitazione. Dal 2013 ad oggi Per Ananke ha all’attivo 2 compagnie teatrali, 25 detenute attrici, 7 spettacoli prodotti, oltre 1000 spettatori e 2 nuovi spettacoli in preparazione.

La compagnia Le Donne del Muro Alto ha riscritto il classico shakespeariano di Romeo e Giulietta, declinandolo al femminile e trasponendolo nel contesto carcerario, dove si fa interprete dei bisogni e delle urgenze comunicative delle detenute per raccontare l’isolamento e l’affettività negata.

La prima serale dello spettacolo si è tenuta lo scorso 18 maggio nella cornice dello Spazio Rossellini di Roma. Valeria Brucoli intervista la regista Francesca Tricarico per capire l’importanza dell’esperienza teatrale all’interno del carcere per superare i pregiudizi e interpretare la realtà esterna.

  • Con Ramona e Giulietta. Quando l’amore è un pretesto continua il lavoro sul testo shakespeariano della compagnia Le Donne del Muro Alto, iniziato nel 2018 con Amleta, Se lei è pazza allora sono pazza anch’io, declinazione al femminile di Amleto. Come avviene la scelta dell’opera, la sua traduzione e l’adattamento per la scena?

Ogni qualvolta si inizia un nuovo lavoro, prima della scelta dell’opera, c’è una fase di ascolto delle necessità e delle esigenze del gruppo.

Quando ho iniziato a lavorare a Ramona e Giulietta, tra le signore che frequentavano il laboratorio nel carcere di Rebibbia Femminile, ma in generale in tutta la struttura, c’era una grande rabbia. Il carcere non è un luogo idilliaco, ma in quel momento si litigava in un modo molto più violento. C’era una tensione grandissima e una rabbia enorme tra di loro, per questo ho deciso di dedicare tutta la prima fase del laboratorio all’elaborazione di questa rabbia.

Ho scoperto che l’anno prima era stata celebrata la prima unione civile tra due donne in un carcere italiano femminile e questo aveva diviso la popolazione detenuta in due gruppi: chi era a favore e chi era contrario.

Quindi ho pensato di lavorare su Ramona e Giulietta, che vedeva al centro dell’opera un amore contrastato, come quello di Romeo e Giulietta, nella cornice della faida tra Capuleti e Montecchi. Il fatto di avere come obiettivo quello di analizzare l’opera originale e adattarla alla situazione in carcere, ci ha permesso di avere un confronto molto vivo e di esprimere liberamente le cose che solitamente non venivano dette.

C’è stata una grande libertà di espressione tra le detenute che difendevano la libertà di questa unione come un grande passo avanti per i diritti civili, e coloro che continuavano a considerarla qualcosa di vergognoso. Proprio questa libertà ci ha permesso di capire che la rabbia che si era sviluppata nel carcere non derivava dalla difficoltà nell’accettazione dell’amore tra due donne, ma dal fatto che chi non aveva un compagno o una compagna in carcere non era libero di vivere la sessualità, né tantomeno l’affettività.

Quindi ci siamo chiesti: cosa diventa una donna o un uomo quando viene privato per anni dell’affettività? Questa domanda ci ha accompagnate nella scrittura di tutto il testo e la frustrazione dell’impossibilità di vivere l’affettività dentro il carcere ha dato vita a Ramona e Giulietta.

Dopo aver scelto un’opera che potesse rappresentare la rabbia, poi abbiamo  analizzato l’opera di Shakespeare scena per scena, cercando dei punti di contatto con quanto stava avvenendo all’interno delle sezioni. In seguito abbiamo riscritto il testo tutte insieme.

È stata una scrittura collettiva, forse uno dei lavori più intensi fatti in carcere per la modalità con cui è stato affrontato il tema è per la verità con cui è stato raccontato il disagio vissuto all’interno del carcere. È importante sottolineare che Ramona e Giulietta sia nata in due fasi. La prima è avvenuta all’interno del carcere, poi il testo è stato riscritto in alcune parti quando le signore sono uscite dal carcere.

Grazie alla pandemia e grazie a un magistrato di sorveglianza illuminato che mi ha permesso di lavorare all’esterno con le signore ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ex detenute, siamo riusciti a realizzare il sogno di portare le signore fuori dal carcere.

In quel momento il testo che avevamo scritto in carcere era per noi ancora valido ma c’erano delle cose che suonavano in modo diverso ora che le signore erano uscite. Quando le signore  erano in carcere non facevano che parlare dell’attesa dell’uscita, ma una volta uscite aveva preso il sopravvento l’attesa di essere accettate dalla società.

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