Tex, un ranger dal volto umano

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«Andammo i pomeriggi cercando affiatamento,
scoprivo gli USA e rari giornaletti.
Ridesti nel vedermi grande e grosso coi fumetti,
anch’io sorrisi, sempre più scontento».

(Francesco Guccini, Canzone delle situazioni differenti)

Se ripenso alla mia adolescenza (ormai lontana… come gennaio dalle pesche, si dice dalle mie parti, nel modenese), intravvedo un ragazzetto che diventava grande nel tempo del boom italico dedito accanitamente a due svaghi: un pallone da calciare – ci mancherebbe! – e degli oggetti cartacei da leggere sempre fra le mani… beh, in massima parte a fumetti, l’ammetto. E senza alcuna vergogna!

I libri, di fatto, costituivano il dovere dei miei quattordici anni, mentre i fumetti ne rappresentavano il piacere. E che piacere! Dal tradizionale rito iniziatico con il rassicurante Topolino (per la cronaca, rispecchiandomi più volentieri nell’atavica sfortuna di Paperino) per approdare ai super-eroi ancora senza macchia né paura alla Batman e Superman, avendo attraversato un antico reperto di Flash Gordon miracolosamente sopravvissuto agli anni e ai traslochi familiari, lì c’era lo spazio della fantasia sfrenata e delle accanite rivalità nel gruppo dei pari. Ma anche quello delle iscrizioni ai fans-club, e dei sogni ad occhi aperti, e dei progetti faraonici…

Ecco perché, parecchio dopo, incuriosito delle potenziali connessioni tra fumetti e scuola, mi sono un po’ sorpreso nel constatare quanta avversione si sia storicamente registrata – da parte di educatori e maestri – verso quei personaggi cartacei che contribuirono alla grande a rendere vivaci e spensierati, come di regola, i miei giorni verdi. Personaggi che da più parti e a più riprese sono stati considerati veri e propri cattivi maestri, passibili di condurre sulla via della perdizione poveri ragazzini indifesi, o nella migliore delle ipotesi colpevoli di aver loro fatto sprecare tempo prezioso che poteva essere meglio utilizzato a leggere i classici (o qualcosa del genere).

Ed ecco perché, giunto a una fase della vita in cui mi trovo a dedicare sin troppe ore a questioni (apparentemente) sin troppo serie, non appena posso svicolo dal mio mainstream per perdermi nella lettura di fumetti e nella visione di cartoni animati, da un lato e, dall’altro, nella riflessione semiseria su quanto essi abbiano a che fare, insospettabilmente, con questioni assai ponderose. Su quanto possano farci da maestri, alla faccia dei cupi censori citati. Certo, da strani maestri

Disegnare parole

«Ho imparato di più sull’ebraismo leggendo Martin Mystère che leggendo il carteggio Scholem-Benjamin…»: agli occhi di quanti, almeno per sommi capi, siano venuti a sapere qualcosa delle raffinate location del detective dell’impossibile creato oltre trent’anni or sono dalla fantasia intelligente di Alfredo Castelli per la Bonelli editore, la considerazione, attribuita allo scrittore Alessandro Baricco, non apparirà solo una riuscita boutade.

Tanto più che, oggi, sembrano finalmente trascorse le stagioni in cui in buona parte della cosiddetta cultura alta serpeggiava istintivamente una certa diffidenza verso un medium oggi ultracentenario ma ancora fino a qualche tempo fa – come dicevo – percepito come minore e addirittura pericoloso all’adolescenza quale il fumetto. Fino a costringere un intellettuale a tutto tondo quale Dino Buzzati, nell’anno di grazia 1968 (!), a rintuzzare gli attacchi dei detrattori della nona arte nei seguenti termini: «Colleghi e amici, quando vengono a sapere che io leggo le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni».

In Italia, ma anche all’estero, in realtà per decenni si è negata al linguaggio-fumetto l’eventualità di esprimere cultura, guardando con estremo sospetto alla sua autonomia, alla sua crescita, ai suoi ottimi esiti comunicativi e formativi. Ed è trascorso da poco il tempo in cui il contesto culturale aveva definito, in modo autoreferenziale, la superiorità della parola scritta su altre forme di comunicazione; un contesto in cui il fumetto, con il suo linguaggio verbo-iconico, poteva essere visto a malapena come ancillare alla comunicazione scritta, strumento didattico per chi sta avvicinandosi al linguaggio principe, aiutino di incoraggiamento per chi riesce male a scuola…

Il rito dell’adolescenza

Ma the times they’re a changing, anche qui! Ormai lo sdoganamento di fumetti e cartoni nel cocktail proteiforme che caratterizza la cultura post-moderna è un dato di fatto praticamente indiscusso, suggellato solennemente – alle nostre latitudini – da un notissimo saggio di Umberto Eco in Apocattici e integrati – e da una produzione critica di livello più che apprezzabile.

Diciamolo, allora, senza problemi o falsi pudori: evviva Tex, questo splendido settantenne celebrato in questi giorni trasversalmente, a destra e a sinistra (se esistono ancora), dai vari Cofferati e Giorello, nel Nord, nel Sud e ovviamente nel Centro…

«Per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?». Ecco la sua battuta d’esordio, datata giovedì 30 settembre 1948. Un sasso buttato lì in un anno cruciale per un Belpaese ancora comprensibilmente sospeso tra le sofferenze di una guerra atroce e recente e la legittima voglia di lasciarsele alle spalle per dedicarsi a divertimenti troppo a lungo repressi, e pronunciata da un personaggio a fumetti che ben presto avrebbe conquistato un posto di primordine nell’immaginario collettivo di tanti giovani (e meno giovani).

Titolo dell’albo – a striscia, come usa all’epoca, 36 pagine in tutto – con cui prende avvio l’epopea di Tex Willer, dal costo di 15 lire, era Il totem misterioso, stampato in ben 45.000 esemplari: a firma, ça va sans dire per gli intenditori, di Gian Luigi Bonelli per la sceneggiatura e di Galep, pseudonimo di Aurelio Galleppini, in qualità di disegnatore (ma non va sottaciuto il ruolo di Tea Bertasi, moglie di Bonelli e amministratrice della casa editrice Audace).

In breve tempo, il passaggio a Tex divenne una sorta di iniziazione all’adolescenza per una generazione dopo l’altra, quasi un obbligo, come ammettono ad esempio i comici Gino e Michele: «…stavamo diventando – ci sentivamo – grandi. E a quel punto lì o stavi con Tex o stavi con Superbone, Cocco Bill o Cip e Ciop, che erano cose da bambocci».

Incrollabile lealtà

Difficile cogliere appieno la chiave del successo di un fumetto che appare inossidabile, il più venduto in Italia e uno dei più venduti al mondo, in una fase storica in cui miti e mode durano lo spazio di un mattino, spesso accontentandosi del famoso quarto d’ora di popolarità preconizzato da un esperto della pop art come Andy Warhol.

Se interroghiamo il suo compagno – anzi, pard – di sempre, Kit Carson – Capelli d’Argento, ci risponde così: «Dove tira aria di burrasca lui ci sguazza più felice di un pesce nell’acqua» (da Topeka!, Tex n. 398).

Uno dei suoi disegnatori migliori sostiene che «Tex è un po’ un fratello maggiore, che ci aiuta nel momento del bisogno, capace com’è di raddrizzare le cose…» (Fabio Civitelli). Mentre un critico dei comics preferisce sottolineare «quella determinazione, quella severità, quella serena, incrollabile fiducia nella lealtà e nella giustizia che lo accomunano, non solo idealmente, ai personaggi interpretati da Gary Cooper e da John Wayne, gli attori western più amati nel Dopoguerra» (Graziano Frediani).

Dopo questi illustri pareri, mi permetto da par mio appena di aggiungere che, ormai, il successo di Tex si alimenta del suo stesso mito, tramandato fedelmente di padre in figlio quale testimone esemplare della vitalità dell’avventura classica, quella dei Buoni versus Cattivi, con i Buoni destinati a trionfare e i Cattivi rassegnati a finire sconfitti e umiliati, in un contesto (la Golden Age del favoloso West) talmente standard da risultare più che familiare agli occhi di grandi e piccini. Intercettando un bisogno diffuso di affidare alla lettura di belle storie (quando sono belle, spesso…) e narrativamente lineari (sempre!) la propria sete di giustizia e di happy end, così spesso inevasa dalla vita privata, dalla cronaca quotidiana e dalla tumultuosa informazione mediatica.

Così sia

Sì, perché Tex si presenta, in primo luogo, come un ranger dal volto umano, ma anche un ex fuorilegge (anzi, ritenuto tale, nelle avventure d’esordio), ma anche un capo navajo baciato dalla saggezza, che ha sposato la giovane figlia di un sakem della stessa tribù, Lilith (morta presto di vaiolo per un’infezione provocata dai bianchi che intendono sterminare i nativi, per cui è vedovo e da allora non degna di uno sguardo le bellezze muliebri che gli capita d’incrociare sulla sua strada).

Secondo l’amico Carson, il burbero dal pizzetto candido, «quello che Tex non sa sugli indiani può essere scritto comodamente sul retro d’un francobollo». Tutto calma, precisione di tiro con la sua sputafuoco, un certo senso dell’umorismo, integrità morale riflessa nel fisico ben curato, egli si muove sostanzialmente lungo due direttrici che sono, ai suoi occhi, altrettanti valori assoluti: l’amicizia e la giustizia, soprattutto verso i deboli e gli angariati, ricorrendo semmai – per abbreviare la pratica – a maniere un po’ spicce condite da qualche cazzotto ben assestato.

I suoi primi sodali sono i tre personaggi che collaborano quotidianamente con lui nell’eterna lotta del Bene contro il Male: lo stesso Kit Carson, il navajo Tiger Jack e il figlio di Lilith e Tex, Kit, o Piccolo Falco. Un meticcio, dunque. Con un messaggio inevitabilmente innovativo, se pensiamo che film come Soldato blu e Piccolo grande uomo, che leggeranno l’epopea del West dal punto di vista degli sconfitti, arriveranno sui grandi schermi due o tre decenni più tardi.

I conti difficili con la differenza, in altri termini, Willer li fa in anticipo dei tempi, e li porta con sé, nella sua biografia e nel suo stile di relazioni. Senza farsi condizionare dal colore della pelle di chi c’è da salvare o da ammanettare, in linea con gli eroi salgariani, così amati dal suo creatore, Bonelli senior.

Si noti: c’è spazio, nelle sue storie, persino per i labirinti del mistero e della magia, di fronte ai quali egli non arretra di un passo, a dispetto dei poteri occulti del tremendo Mefisto, o del suo degno erede, il figlio Yama. Senza dimenticare i toni ironici a strapparci un sorriso, riservati in genere ai duetti fra il Nostro e Carson, con espressioni fattesi proverbiali: Satanasso!, Vecchio cammello!, Sangre y muerte!, Corna del diavolo!, ma anche, perché no, Puro buon senso.

Ora, per i suoi primi settant’anni, Tex si regala – e ci regala – una megamostra curata dalla Sergio Bonelli editore, a Milano, al Museo della Permanente (aperta fino al prossimo gennaio), che va ad aggiungersi alle tante pubblicazioni, alle tesi di laurea, agli articoli a lui dedicati (di chi lo ama e, non possono mancare, di quanti lo detestano, evidenziando di volta in volta l’insopportabilità di chi ha sempre ragione o la sua conclamata misoginia). Che in ogni caso ci dicono, una volta di più, di una passione inspiegabile, irrazionale e invincibile. Perché di un Tex Willer, alla fine, abbiamo proprio bisogno.

Ecco perché continuiamo a fare il tifo per lui, pur sapendo bene che è destinato invariabilmente a prevalere sul malvagio di turno: nella malcelata speranza che anche nel mondo reale, quello che siamo costretti a frequentare, almeno qualche volta, succeda lo stesso.

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