Una guerra mondiale e la crisi della globalizzazione

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Gli osservatori dicono che nel mondo, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ce n’erano già in corso ben 169 di cui nessuno parlava. E non perché fossero meno disastrose e sanguinose di quella che sta devastando l’ex repubblica sovietica: per menzionarne solo una – quella che nello Yemen, dal 2014, vede contrapposto il fronte sciita, supportato dall’Iran, e quello sunnita, sostenuto dall’Arabia Saudita con l’appoggio dagli Stati Uniti –, l’ultimo rapporto dell’ONU, pubblicato lo scorso novembre, parla di 150mila persone che hanno perso la vita negli scontri armati e per i bombardamenti aerei, e addirittura di 377mila se si considerano le vittime degli effetti indiretti del conflitto, come la scarsità di acqua e di cibo.

La guerra in Ucraina, per quanto violenta e disumana, ha causato finora un numero di morti misurabile, al massimo in poche decine di migliaia (includendo anche le perdite militari russe). Nulla di lontanamente paragonabile a quella yemenita. Eppure agli occhi di noi occidentali sta risultando molto più significativa e sconvolgente di tutte le altre messe assieme.

Realtà e comunicazione

È vero, essa si combatte in Europa. Ma anche quelle nate dalla dissoluzione della ex Jugoslavia si sono svolte sul suolo europeo, senza avere la risonanza del conflitto ucraino. È vero anche che in quest’ultimo, checché ne dicano i negazionisti, ci sono state atroci esecuzioni di civili, stupri, devastazioni che hanno commosso e indignato l’opinione pubblica. Ma violenze inaudite sui civili hanno accompagnato e accompagnano anche le altre guerre del passato (si pensi alle «pulizie etniche» nella ex Jugoslavia e del presente).

Per restare al caso dello Yemen (uno su 169…), secondo l’UNDP, l’Agenzia per lo sviluppo dell’ONU, in questo conflitto dimenticato «nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni». E tuttavia nessun premier, tanto meno il presidente americano, ha denunziato con tanta accorata indignazione i crimini e le atrocità perpetrate verso gli innocenti nel corso del conflitto yemenita o delle altre guerre. Nessun parlamento si è reso disponibile ad ascoltare la voce delle vittime, nessun fronte comune è stato creato, da parte dei governi dei Paesi democratici, per indire sanzioni contro gli aggressori o per fornire armi agli aggrediti. Né l’opinione pubblica ha percepito sia pure una lontana eco dei drammi umani che si stavano consumando e che continuano ogni giorno a svolgersi sotto i nostri occhi indifferenti.

La sola reazione del mondo occidentale, dell’Europa in particolare, è stato l’allarme per l’arrivo dei profughi di queste guerre, considerati un peso insostenibile per la nostra economia e una minaccia per la nostra civiltà, tanto da essere paragonati a barbari invasori da fermare alle frontiere con tutti i mezzi. Ancora una volta non può non sorprendere la diversità di atteggiamento verso i profughi ucraini, che gli stessi personaggi politici impegnati in prima linea da anni nella chiusura ai migranti, hanno accolto a braccia aperte e definito «veri profughi», contrapponendoli a quelli «falsi» provenienti da tutte le altre guerre. E qui si trattava di più di cinque milioni di persone, e non di alcune decine di migliaia!

Sono dati che forse dovrebbero farci riflettere sul peso che hanno i mezzi di comunicazione nella nostra percezione della realtà. In questo senso, sicuramente ha avuto un peso determinante nel coinvolgimento del mondo occidentale la spettacolarizzazione del conflitto ad opera del presidente ucraino Zelens’kyi, che ha fatto il giro dei parlamenti dei Paesi democratici per sostenere la sua causa.

Una svolta epocale

Ma l’immagine non è solo una proiezione esterna alla realtà: essa contribuisce a costituirla. Così, proprio a causa della risonanza politica e mediatica che sta avendo, questa guerra è effettivamente diversa dalle altre. Al punto che si può con fondamento affermare che essa, a differenza di tutte le altre scoppiate dopo 1945, ha ormai assunto i connotati di un conflitto mondiale.

In esso ha un ruolo decisivo il rilancio della NATO. L’incontro di Bruxelles del 24 marzo, guidato da Biden, segna una svolta per gli equilibri in Europa. La NATO, originariamente una alleanza militare con la finalità di far fronte all’Unione Sovietica – e perciò ritenuta da molti ormai superflua dopo la fine di quest’ultima (nel 2017 Donald Trump la definì ormai «inutile») –, alla luce dei nuovi sviluppi collegati alla crisi ucraina «diventa improvvisamente il modello di una nuova costruzione occidentale» (Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera del 24 marzo).

Si tratta, come dice il titolo dell’articolo di Sarcina, di «una svolta epocale», di cui sembra perfettamente consapevole il presidente degli Stati Uniti, Biden, il quale, già durante il viaggio verso l’Europa, aveva detto: «Ci sarà un nuovo ordine mondiale là fuori, e dobbiamo guidarlo. E dobbiamo unire il resto del mondo libero nel farlo».

E in effetti, al successivo vertice della NATO, tenuto alla fine di aprile in Germania, a Ramstein (significativamente una base militare americana), sono stati invitati 14 paesi che non sono membri della NATO. Oltre a Ucraina, Svezia e Finlandia, l’invito è stato esteso ai partner del pacifico  – Giappone, Corea del Sud, Australia – , a Israele e ad alcuni paesi africani come il Kenya e la Tunisia. Una conseguenza immediata di questo rilancio dell’Alleanza atlantica – legata al suo carattere militare – è il potenziamento della spesa che i Paesi membri dovranno destinare agli armamenti. Si era già da tempo in quest’ordine di idee, ma ora la corsa a rafforzare i rispettivi eserciti è diventata molto più stringente.

Ma non è questa la novità più decisiva per il futuro. Le dimensioni planetarie assunte dal conflitto in Ucraina sembrano destinate a spaccare il mondo in un modo paragonabile solo alla guerra fredda. Da una parte la NATO, dall’altra non solo la Russia, ma Paesi come la Cina, l’India, l’Iran, il Brasile, molti Stati africani…

La globalizzazione tra luci e ombre

La contrapposizione distrugge l’unità del pianeta non solo a livello politico, ma anche a quello economico. Le sanzioni stanno scatenando un effetto a catena della cui portata si sta cominciando a rendersi conto. Dall’inizio di questo secolo, sotto l’egida della World Trade Organization (WTO), l’organizzazione mondiale del commercio, il mondo ha conosciuto una crescente interdipendenza tra le economie dei diversi Paesi continenti, senza barriere divisorie.

Ciò ha comportato indubbi vantaggi, di cui forse è superfluo parlare, perché sono sotto gli occhi di tutti, ma anche dei problemi, a cui spesso l’opinione pubblica ha fatto meno caso. Il più evidente, di cui si parla molto in questi giorni a proposito delle fonti energetiche, è la dipendenza che si è creata verso altri Paesi. Proprio perché la globalizzazione metteva in seconda linea le divisioni politiche ed esaltava i vantaggi economici della interdipendenza, essa ha creato situazioni paradossali – come quella del condizionamento di Germania e Italia dalla Russia per le forniture di gas –, che nel secolo scorso erano impensabili.

Ma ci sono altre ombre non meno rilevanti. Si pensi al fenomeno della de-localizzazione delle aziende, che ha permesso ai produttori dei Paesi più evoluti economicamente di trasferire le loro catene produttive in quelli più poveri, approfittando così della minore tutela che essi garantivano ai lavoratori, in termini di salari e di diritti e, conseguentemente, dei minori costi. Da qui profitti alti e prezzi sul mercato relativamente bassi.

Un fenomeno che, come contraccolpo, ha avuto l’indebolimento della forza contrattuale della classe operaia negli stessi Paesi ricchi e il contenimento dei salari. La concorrenza di mano d’opera a bassissimo costo ha avvantaggiato i produttori, ma svantaggiato i lavoratori e reso molto meno efficaci le rivendicazioni dei sindacati. Per non parlare del trasferimento di produzioni e di materiali inquinanti che i Paesi del primo mondo hanno potuto effettuare al di fuori dei propri confini, scaricandone gli svantaggi su quelli del terzo mondo e godendone così i vantaggi senza pagarne il prezzo.

Cosa sta succedendo

Come ha osservato Federico Rampini sul Corriere della Sera del 29 aprile scorso, tutto questo quadro, con le sue luci e le sue ombre, oggi è in crisi. All’ultimo vertice del G20, gli alleati occidentali hanno disertato l’intervento del rappresentante russo. E la distanza tra la NATO e i suoi rivali politici sta già avendo gravissime conseguenze sui loro rapporti economici.

In conseguenza di ciò, tutti cercano di recuperare una relativa autosufficienza, per quanto possibile. Ciò significa anche che molte produzioni dovranno essere riportate nei confini dei rispettivi Paesi di appartenenza, o almeno in quelle di fedeli alleati. Ma questo ridarà forza alle richieste degli operai e ai loro sindacati. Con l’evidente valenza positiva di tutto ciò, ma anche con la creazione di nuovi scenari problematici a cui fare fronte.

Osserva Rampini: «Come negli anni Settanta — quando ancora l’Occidente produceva in casa buona parte dei beni industriali — rischia di ripartire una spirale prezzi-salari-profitti, alimentata da un’implicita lotta fra capitale e lavoro sulla ripartizione del reddito nazionale». Un maggiore ruolo in questo processo di ridefinizione delle rispettive economie lo avranno sicuramente gli Stati. Nel recente passato scavalcati dalla globalizzazione, essi ora – in un mondo in cui le alleanze politiche e militari tornano ad essere decisive, sostituendo o almeno condizionando le interdipendenze economiche – sembrano destinati a riconquistare un potere determinante.

Lo stanno già avendo nella imposizione delle sanzioni e nel far fronte alle loro conseguenze. Insomma, la guerra in Ucraina, al di là delle sue proporzioni geografiche, politiche e militari di «conflitto locale», si sta rivelando una «guerra mondiale» per le sue conseguenze. Anche quando sarà finita, il mondo non sarà più quello di prima.

A noi non è dato influire direttamente sul corso di questi eventi. Ma possiamo almeno tutelare la nostra dignità di esseri pensanti cercando di capire cosa sta succedendo. Perché – dobbiamo rendercene conto – sta succedendo a tutti noi, e non solo agli ucraini e ai russi. Di questo è giusto essere consapevoli.

  • Pubblicato sul sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (www.tuttavia.eu), 6 maggio 2022.
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