Unione Europea, unione di popoli, unione di destini

di: Gualtiero Bassetti

Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo hanno organizzato, il 30 novembre scorso, a Roma, nel Palazzo della Cooperazione, un convegno su “La nostra Europa”. Tra i relatori, il presidente della CEI, il card. Gualtiero Bassetti, che ha parlato di “Unione europea, unione di popoli, unione di destini”.

Carissimi amici e amiche,

vi ringrazio dell’invito a partecipare a questo convegno su un tema così importante e a me molto caro. Da molti anni, ormai, testimonio ovunque, nei convegni, negli incontri pubblici e sui giornali, la mia visione europea e anche l’iniziativa sul Mediterraneo che stiamo organizzando come CEI per il 2019 va in questa direzione. Sono infatti convinto che oggi, proprio quando le voci critiche sembrano essere sempre più numerose, è necessario rimarcare con vigore l’importanza religiosa, culturale e politica dell’Europa unita. Magari con basi nuove, ma unita.

Su questo tema così importante dell’unità vorrei fare una precisazione iniziale e poi fornirvi tre spunti dì riflessione che vorrei sintetizzare con tre espressioni: unità religiosa e culturale; unità tra Italia ed Europa; unità politica del continente.

La precisazione riguarda proprio la parola unità: questa parola non va mai confusa con la ricerca di un ipocrita unanimismo o con la sua negazione: ovvero l’imposizione dall’alto di una unione coatta. L’unità è invece la massima espressione di un corpo vivo, in cui ogni membro, ogni popolo, è parte di un tutto e si riconosce organicamente parte di questo corpo. Perché in quel corpo vede il bene comune. L’unità deve essere dunque condivisa, non autoreferenziale e popolare.

Unità religiosa e culturale

Inizio adesso dal primo punto: l’unità religiosa e culturale. L’unità religiosa e culturale non significa certo l’imposizione del cristianesimo ai popoli d’Europa. Tutt’altro. Penso, invece, alla massima espressione del dialogo interreligioso e interculturale che deve partire però dal deposito storico, religioso e culturale dell’Europa. Ovvero dalla necessità impellente di ritrovare quella che Paolo VI chiamava «l’anima dell’Europa».

La nostra vecchia Europa ha bisogno di riscoprire questo messaggio di amore, la gioia del Vangelo e la bellezza della vita cristiana. C’è bisogno di una rinnovata evangelizzazione, di una fede autentica per risvegliare quegli uomini e quelle donne che sono spenti nello spirito e per ridare speranza a quelle persone sfiduciate a causa della sofferenza, della povertà e della solitudine.

Papa Francesco quando ritirò il Premio Carlo Magno nel 2016 disse: «All’Europa vorrei dire solo una parola: ritrovi se stessa!». Sono parole semplici ma fondamentali. Che ribadiscono un magistero pontificio ricchissimo di sollecitazioni.

Da Paolo VI ad oggi abbiamo una messe vastissima di spunti ed esortazioni ancora in parte inesplorate. Personalmente sogno una nuova Europa solidale che sappia essere veramente una casa comune – e non solo un insieme di strutture – e che si fondi su un nuovo umanesimo europeo.

Per usare sempre le parole del papa, penso che sia «giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente con speranza il suo presente. E giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su se stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla Terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!». Mi permetto di sintetizzare questo pensiero stupendo del papa con tre parole che delineano l’unità religiosa e culturale dell’Europa: persona, carità e cultura.

Unità tra Italia ed Europa

Vengo al secondo punto di grande attualità: unità tra l’Italia ed Europa.

Papa Francesco, come è noto, auspica una Chiesa in uscita, dinamica, inclusiva verso i poveri e che sappia assumere, esistenzialmente, uno sguardo giovane sul mondo. L’Italia e l’Europa hanno fortemente bisogno di un pensiero giovane, capace di intuire soluzioni nuove per i grandi problemi che le vecchie generazioni hanno causato. C’è un urgente bisogno di nuove energie morali, per vincere la stanchezza di una società invecchiata e rinunciataria, e soprattutto c’è l’evidente necessità di cuori giovani, capaci di passione e di sacrificio, per pagare il prezzo alto della verità.

L’Italia ha un bisogno forte dell’Europa e l’Europa ha una necessità vitale dell’Italia. Non credo che nessuno ci guadagnerebbe da un ipotetico distacco. Un distacco che, tra l’altro, da un punto di vista storico, geografico, spirituale e culturale non ha alcuna ragion d’essere. Si può ovviamente discutere sulle modalità politiche di stare assieme – su questo non ci trovo nulla di male che si possa aprire una discussione – ma l’Europa e l’Italia hanno un cammino comune millenario che preesiste al processo di unità politica degli ultimi decenni. Oggi, di fronte, allo spostamento del baricentro del mondo sempre più lontano dal vecchio continente penso che sia assolutamente necessario rilanciare un progetto europeo in cui l’Italia possa svolgere un ruolo da attore protagonista. Rilanciare significa anche rivedere, migliorare, riformare: non distruggere.

A questo proposito vorrei ricordare le parole di un grande italiano del passato. Abbiamo bisogno di una «nostra patria Europa» – disse Alcide De Gasperi nel 1954 in un celebre discorso a Parigi – in cui deve essere assicurata la pace, il progresso e la giustizia sociale. E dove «i popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati».

Parole di grande significato su cui invito tutti a riflettere profondamente.

Unità politica dell’Europa

 E, infine, l’ultimo punto, ovvero l’unità politica dell’Europa. Un’unità che, come ho già anticipato, possiede le radici antiche di sant’Agostino, Carlo Magno e papa Pio II, ma che, al tempo stesso, ha le prospettive nuove di una comunità che non potrà non essere aperta, solidale e soprattutto in pace. La posta in gioco è altissima. La guerra è una pagina sanguinosa che la vecchia Europa ha conosciuto in un passato recente. Due conflitti mondiali che hanno prodotto milioni di morti e che, come drammaticamente disse Benedetto XV nel 1916, avrebbero potuto portare «al suicidio dell’Europa».

Abbiamo pagine importanti del magistero pontificio sull’Europa che andrebbero meditate con grande attenzione. Tutti questi documenti portano in un’unica direzione: l’Europa come famiglia di famiglie, come luogo di solidarietà e carità, come comunità di popoli in pace che supera gli egoismi e i rancori nazionali. Questo è quello di cui abbiamo bisogno: un’Europa unita, pacificata e solidale, che non speculi sui conflitti sociali e sulle divisioni politiche, che non pratichi l’incultura della paura e della xenofobia, ma che costruisca, con animo puro, la cultura della solidarietà per un nuovo sviluppo della promozione umana.

Lo sviluppo della promozione umana e il rischio della xenofobia richiamano ovviamente la grande questione della gestione dei flussi migratori. Si tratta di un tema delicatissimo su cui ho parlato spesso. E ripeto quello che ho sempre detto in questi anni: in primo luogo, serve un’azione coordinata a livello internazionale nel gestire un fenomeno, al tempo stesso, complesso e drammatico. Su questo punto è fondamentale il ruolo dell’Europa, ma, se vincono i singoli egoismi nazionali, non c’è Europa che tenga e l’innalzamento dei muri è, da un lato, il triste epilogo di chi non sa dare una risposta e quindi preferisce chiudere gli occhi; e, dall’altro lato, è un tragico avvertimento per quello che potrebbe accadere in futuro.

In secondo luogo, come ho sempre detto in questi anni, bisogna coniugare carità e responsabilità nel gestire i flussi e nell’accoglienza. La «carità è paziente» e «benigna» diceva san Paolo. Occorre quindi essere prudenti senza correre il rischio di alimentare le paure o, ancor peggio, di lasciar scoppiare una «guerra tra poveri» nelle periferie delle nostre città. Siamo di fronte dunque ad una grande sfida per l’Europa e i singoli Paesi: servono idee e progetti, serve la grande Politica, quella con la «P» maiuscola a cui faceva riferimento La Pira.

Ciò che serve non è la divisione o la frammentazione, ma l’unità. Ciò che serve non è meno Europa ma, al contrario, più Europa. Un’Europa popolare, sussidiaria e solidale, attenta ai bisogni dei cittadini e rispettosa delle culture, delle fedi e delle identità. Un’Europa autenticamente politica e non solo economica.

Proprio per questo è necessario lo sviluppo di una nuova «sensibilità europea». Ancor prima di un’elaborazione politica dei singoli Stati o dell’Unione Europea, a mio avviso è di cruciale importanza sviluppare un nuovo ethos continentale che, partendo dalla valorizzazione della propria anima storica, sappia sviluppare una «cultura della carità e dell’incontro». Una cultura nuova che si fondi su basi antiche e da cui possa nascere un’Europa ancora più viva, coesa e forte.

Mi avvio a concludere.

L’Europa è stata per secoli il centro del mondo: il cuore del potere politico-militare mondiale, ma anche il centro di maggiore importanza religiosa e culturale. Oggi – e non da oggi – l’Europa non svolge più questo ruolo politico nel mondo ma, a mio avviso, può ancora esercitare una sorta di leadership morale globale, sul piano della proposta culturale e sociale. Le grandi sfide internazionali come le migrazioni ci pongono davanti ad un bivio: o ci chiudiamo a riccio oppure rilanciamo con una nuova proposta che magari possa fare da modello al mondo intero.

Io sono assolutamente convinto che sia doveroso percorrere la seconda opzione. E come Chiesa, infatti, proponiamo questa grande assise sul Mediterraneo. Per far questo, però, occorre avere fede, speranza e carità. Ed è necessario, soprattutto, non avere paura. Perché, come ho già detto in passato, «chi ha paura non ha futuro».

Papa Francesco, nel 2016, ricevendo il Premio Carlo Magno, ha detto che sogna «un’Europa giovane, capace di essere ancora madre». E circa un anno fa, in occasione delle celebrazioni del 60° anniversario dei Trattati di Roma, ha sottolineato che occorre «investire nella vita, nella famiglia, nei giovani».

Queste parole contengono un forte incoraggiamento a guardare al futuro, senza perdere la speranza. Facciamone tesoro e soprattutto buon uso. Non possiamo permettere che un vento grigio di paura, rancore e xenofobia soffi sulla nostra cara Europa. Torniamo a far rispendere sul cielo dell’Europa una luce di pace, concordia e solidarietà. Perché quella luce non è altro che la luce di Cristo!

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