Vivere sempre, morire mai. E siamo scontenti!

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“Vivere per sempre” è lo sfondo del credo cristiano: siamo di passaggio in attesa della vita eterna che ci sarà data alla fine dei tempi con la risurrezione dei corpi.

In attesa, il tema del corpo e della sua “corruzione” – malattia, dolore, invecchiamento, morte – entra ed esce prepotentemente dai casi di cronaca. I temi sono sensibili, sia perché toccano ciascuno di noi –, potenzialmente siamo tutti pazienti o lo saremo in qualche fase della vita – sia perché hanno a che fare con l’idea di “progresso”. Viviamo nell’era del progresso della medicina, delle scienze, delle tecnologie. Alcuni ci propongono di vivere fino a 120 anni se solo usiamo una dieta adeguata. I “transumanisti” lavorano per arrivare ad un’esistenza senza limite, con la sostituzione degli organi malati o usurati con prodotti biologici nuovi in una sorta di “ricondizionamento” che passa dai prodotti elettronici ai tessuti umani.

La disciplina maggiormente sfidata dai progressi scientifici è la bioetica: la maggiore comprensione delle malattie, i progressi dei farmaci e delle tecniche di cura, allungano la vita ma fanno sorgere problematiche nuove. Per i massimalisti (nostrani e non) le questioni si risolvono in fretta: la vita è tale dalla nascita alla morte naturale. Cosa si intenda per “naturale” nell’era del progresso tecnologico, è più arduo saperlo.

E tuttavia la bioetica, aggiornata e “globale”, come spiega in un recente articolo Daniel Callahan, co-fondatore dell’Hastings Center, deve fare i conti con almeno cinque “tendenze”.

La prima riguarda l’aumento della popolazione: l’ONU prevede che saremo 9,7 miliardi nel 2050 e poi 11,2 miliardi nel 2100. Il numero di persone di età pari o superiore a 60 anni (962 miliardi nel 2017) salirà a 2,1 miliardi nel 2050 e a 3,1 miliardi nel 2100. Tra gli anziani, quelli con più di 80 anni passeranno da 125 miliardi nel 2015 a 944 miliardi in 2100. Il crescente squilibrio tra giovani e anziani sta già aumentando le esigenze di assistenza familiare per i fragili anziani. Quale sarà l’impatto sul pianeta?

La seconda: quali saranno i costi per i sistemi sanitari nazionali di fronte ad una tale massa di popolazione? Quale bilanciamento tra pubblico e privato? Come fornire assistenza sanitaria “per tutti”? Domande di cui oggi nessuno conosce le risposte.

La terza: i progressi sull’editing genetico: esiste dal 2015 una moratoria: «l’uso dell’editing genetico per gameti o embrioni umani è inaccettabile», quando «le cellule di un bambino risultante saranno trasmesse alle generazioni successive come parte del genoma umano». Normativa forse violata nel 2018. E quali saranno gli sviluppi se nazioni o ricercatori decideranno di prendere la loro strada? Si svilupperanno esseri umani “migliori”, immuni da malattie, in una specie di gara al “miglioramento”?

La quarta: la medicina promette di allungare la vita. I transumanisti lavorano per avere esseri umani con pezzi di ricambio, per non farli morire mai. Nel frattempo tutti moriamo; ad umanizzare la fase ultima e più delicata ci ha pensato il movimento degli hospice e quel settore della medicina che si dedica alle cure palliative. Mai troppo diffuse, mai troppo conosciute. Basti pensare che l’Italia ha una legge avanzata su terapia del dolore e cure palliative dal 2010 ma non una specializzazione medica ad hoc. Qua e là si sostiene che le cure palliative siano una via surrettizia per introdurre l’eutanasia. Niente di più sbagliato, ma dubbi e ignoranza sono sempre all’erta.

La quinta: la morte diventa intollerabile. Non è un controsenso. L’allungamento della vita che si verifica nelle società occidentali rende la morte sempre di più un “fenomeno” intollerabile, una specie di “scherzo del destino” invece di una prospettiva di senso dell’esistenza. «Storicamente – nota Daniel Callahan – la maggior parte dell’attuale interesse per la crescente longevità è arrivata nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale e l’era dei progressi che ha portato alla bioetica per far fronte alle ricadute etiche risultanti dai rapidi progressi tecnologici in medicina».

E l’idea di progresso ha una grande presa: la vita sembra più facile, più ricca, più lunga. Ma dove? In tutto il mondo o solo in qualche parte? La risposta è facile e ovvia.

E malattie che oggi si curano, allungando la vita di tante migliaia di persone, allo stesso tempo “allungano” anche la “qualità” della vita? E in fin dei conti, cosa è “vita”?

Callahan aggiunge: «Ho creduto a lungo che la bioetica sia al suo meglio quando assume le idee e le strutture sociali che modellano la nostra vita collettiva e individuale».

Possiamo inserire un altro tassello. Ad esempio, la bioetica dovrebbe diventare una disciplina capace di sollecitare dubbi e domande e dibattiti per avere un pubblico formato e informato. E la classe politica nel suo insieme dovrebbe collaborare con il mondo scientifico per elaborare leggi, prassi, procedure, eticamente e scientificamente fondate.

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